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martedì 14 maggio 2019

Il suono della solitudine, di Michele Marziani (edicicloeditore)

Scrivo queste note da un estremo luogo di esilio intellettivo in cui mi sono volontariamente rifugiato. Un luogo situato il più lontano possibile da tutto quello che riguarda la letteratura, i libri e la parola scritta di questa contemporaneità. Un luogo che si trova oltre i confini angusti e malati di un presente letterario che probabilmente è già morto senza nemmeno averne avuto coscienza, preda di una spirale quantistica che ha fatto sì che si autoingerisse, si autometabolizzasse e si autoespellesse, originando un desolato orizzonte degli eventi dove non esistono più né un adesso, né un prima, né un dopo.
Scariche elettromagnetiche isolate e inintelliggibili; ecco gli unici residui persi nel nulla a testimoniare l'agghiacciante concerto delle voci di scrittori, di agenti letterari, di editori, di librai, di lettori che si sono estinti in una psicotica voracità di sovrapposizione babelica che ha partorito soltanto un assordante silenzio. Il silenzio che nasce dalla totale depauperazione dell'ossigeno vitale.
Tra i pochi frammenti degni della parola scritta, e, per fortuna, non ancora inesorabilmente perduti, osservo questo libro di Michele Marziani. E lo osservo curiosamente, lentamente. Me ne avvicino con circospetta volontà di comprensione perché intravedo, dalla galattica distanza in cui mi trovo ora, che non è un romanzo, non è un'autobiografia, non è un saggio, bensì qualcosa di prezioso, di raro.
Da qui posso vedere soprattutto i bagliori ancora agonizzanti del presente letterario che si è già estinto, sicuramente un paradosso spaziotemporale, ma mi sia concessa una capriola semanticamente banale: i libri di Michele Marziani sono belli, belli nella misura in cui un libro è bello quando è capace di trasmetterti la sensazione di sentirti vivo mentre lo stai leggendo, è capace di suggerirti la percezione di essere parte di qualcosa di più grande e che va oltre lo spazio angusto della riga stampata e che quel qualcosa, tu che lo stai leggendo, lo stai condividendo nel modo più profondo con chi l'ha scritto.
Gabriele Frasca ha sempre sostenuto che la letteratura altro non era se non una delle tante forme di scambio di informazioni tra organismi pluricellulari, allo stesso modo in cui un aminoacido è un mezzo di scambio di informazioni fra cellule.
Nel desolato orizzonte degli eventi, oltre il quale si è autocannibalizzato il presente letterario, non vi è nemmeno più traccia di una particella elementare. Tuttavia segnali di uno scambio di informazioni esistono ancora e sono frutto di pochissimi messaggeri fra i quali c'è Michele Marziani. 
Se nella assenza di ossigeno i suoni non si trasmettono, al contrario, forte e potente come una quasar nata appena dopo il Tempo di Planck, questo suo suono della solitudine si avverte distintamente. È il suono di un  messaggero che non si è dato per sconfitto, che ha continuato a inviare segnali nella ricerca di esseri senzienti, e che si è trasfigurato completamente nel messaggio che ha inviato sino alla ostensione più estrema e, al contempo, più sinceramente tersa di se stesso.
Michele Marziani non si nasconde dietro facili schemi collaudati, non utilizza trucchi da mestierante della letteratura. Michele Marziani è Michele Marziani. E Il suono della solitudine è un gran bel libro, forse il più bello che, prima di fuggire per salvarmi dal collasso del presente letterario, abbia mai letto. Forse un futuro può ancora esistere.
Il suono della solitudine, di Michele Marziani (edicicloeditore).

martedì 6 novembre 2018

Il Settimanale Pavese, Gianni Brera e l'intervista

La freepress Il Settimanale Pavese sta raccogliendo testimonianze relative al centenario della nascita di Gianni Brera. Riprendendo un mio articolo pubblicato su Il Colophon, la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore, ne nasce una intervista al sottoscritto in cui, con il direttore Bruno Gandini, parliamo del grande giornalista sportivo, di calcio, di ciclismo, di Luigi Veronelli e di libri.




lunedì 6 agosto 2018

Il ventesimo numero de Il Colophon


Tutto nell'universo nasce, vive e muore. Anche Il Colophon, la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore che, arrivato al suo ventesimo numero (più di tre anni di lavoro) termina qui. Solo le parole del direttore Michele Marziani nel suo editoriale sono in grado di rendere la forza e la commozione di chi, come me, per più di tre anni ha scritto in ogni numero di questa rivista che è stata citata come esempio di letteratura moderna e innovativa. Come in ognuno dei numeri di questi tre anni ovviamente anche in questo ci scrivo anch'io. Il tema di questo numero era Rimini, inteso in senso letterariamente amplissimo, come luogo narrativo nonché come luogo segnato dalle ombre di Pier Vittorio Tondelli, Federico Fellini e tanti altri. Alla luce del fantasma di Pier Vittorio Tondelli intervisto lo scrittore Piersandro Pallavicini, che fu ai tempi vicino al rinascimento marchigiano della letteratura anni'80, Massimo Canalini che di Tondelli fu amico e mentore e recensisco il tondelliano Un Weekend postmoderno. Il tutto con le meravigliose illustrazioni di Marta D'Asaro. Il Colophon è finito ma non sono finite le idee e le narrazioni che per tre anni ci hanno segnato in modo indelebile.
Come scrive MIchele Marziani nell'editoriale (che non dimenticherò mai per forza e commozione): È vero che ogni rivista che chiude è una voce che si spegne, ma è altrettanto vero che tutti quelli che hanno scritto sulla rivista in questi anni hanno parlate originali, cristalline, possenti, scanzonate, capaci di farsi sentire ovunque. Le voci non muoiono. Trovano altre terre e altre case. Ci rivedremo da qualche parte per raccontarci quanto sono stati belli questi anni letterari passati insieme.

mercoledì 13 giugno 2018

Il diciannovesimo numero de Il Colophon



Si trova online da pochissimi giorni il nuovo numero de Il Colophon, la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Questa volta il tema è E l'Asia par che dorma... e il direttore Michele Marziani lo illustra nell'editoriale. Come sempre ci sono anch'io e scrivo un pezzo su Bisanzio, ultima frontiera e recensisco Le rane, dello scrittore cinese premio Nobel per la letteratura Mo Yan e Il proiezionista, del giapponese Abe Kazushige, una delle voci più interessanti del romanzo giapponese contemporaneo. Come sempre le illustrazioni sono di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 21 maggio 2018

Lo sfaccendato, di Yusuf Atılgan (Calabuig)

Un sottile confine divide la serenità dall'angoscia nei personaggi che vivono nei romanzi di Yusuf Atılgan. Una no man's land che invade il vissuto esteriore e quello interiore, generando una configurazione borderline in cui è sempre più difficile e complesso scorgere il perimetro di un'ibridazione che metabolizza il reale e lo trasfigura in un inquietante teatro della mente che sembra possedere le parole, le posture, i pensieri.
Per le strade e le piazze di una Istanbul, che spesso diviene opacamente onirica (luogo dai confini quasi irreali tanto sono incuneati nella mente di chi li percorre), cammina, pensa, incede, indifferente a tutto e a tutti, ma anche al contempo estremamente permeabile a ogni influsso sia delle anime che delle pietre, lo sfaccendato, personaggio che Yusuf Atılgan definisce solo con la lettera maiuscola C. Non sappiamo se così ne indica l'iniziale del nome o del cognome, ma in tal modo comunque lo incardina nell'universo dei K. che si muovono nella densa surrealità mitteleuropea che si declina ora nella città simbolo del ponte che unisce, o divide, Europa e Asia.
Come già è accaduto prima nella galassia delle narrazioni, altri personaggi sono stati in modo agghiacciante schiavi di un continuo camminare senza sosta tra le vie di una città, fino al raggiungimento del limite della sopravvivenza fisica e psichica (pensiamo ai racconti di E.A.Poe), ma C. cammina attraverso Istambul sostenuto economicamente da una rendita finanziaria misteriosa, di cui non ci viene chiarita la fonte se non attraverso i cadenzati incontri con un avvocato che amministra beni mobili e immobili lasciati a C. da successioni ereditarie altrettanto misteriose.
C. si lascia attraversare dagli incontri, dai ricordi, dagli amori, dalle incomprensioni umane, che forse per primo ricerca, per poi rimanere interrogativamente attonito, all'inseguimento di un principio senza fine o di una fine senza principio. Baristi zelanti, tassisti feroci, passanti frettolosi, artisti bohémien, donne e ragazze che seminano, con consapevole e indolente indifferenza, la bellezza erotica che nasce dalle irresistibili curve dei loro corpi, amici abbandonati senza ragione, conoscenti intrappolati in discussioni senza tempo, questo è l'universo umano che C. esplora senza sosta e, tuttavia, con la distaccata serenità che nasce dalla consapevolezza di essere il punto in cui lo scorrere del tempo trova quella inconoscibile e inafferrabile misura quantistica che lo fa giungere alla sua stessa autonegazione.
Lo sfaccendato è soprattutto il romanzo dello scorrere del tempo, della relatività delle distanze consce e soprattutto inconsce, distanze che, in primo luogo, definiscono quello spazio tempo in cui l'eterno mascolino si perde completamente nel tentativo di afferrare l'eterno femminino che rappresenta quella parte di cui ha necessità estrema e che, comunque, mai riuscirà a comprendere.
Lo sfaccendato, di Yusuf Atılgan (Calabuig).

martedì 8 maggio 2018

Un'Odissea, di Daniel Mendelsohn (Einaudi)

Se alla base della sedimentazione mitica della comunicazione non genetica tra esseri umani (come la definisce Gabriele Frasca) si pone la sua traslazione narrativa (prima declamata e tramandata oralmente, successivamente scritta, stampata e letta) avvenuta per mezzo del filtro della strutturazione di un testo, di una trama, di una storia, certamente i poemi omerici si situano nel flusso primigenio di questa strutturazione traslativa. 
Tempo fa, negli ambienti dei bizantinisti europei, si considerava come una sorta di tradimento il fatto che la maggior parte dei documenti e dei testi originali bizantini fossero ormai tutti conservati a Dumbarton Oaks, negli Stati Uniti, e gestiti dall'università di Harvard. Tradimento operato forse dalla disattenzione europea per una delle basi della sua storia culturale.
Leggendo Un'Odissea, il particolare romanzo scritto da Daniel Mendelsohn, si comprende come, in realtà, nel Nuovo mondo i testi del Vecchio Mondo non siano stati semplicemente accumulati, in una sorta di sfoggio di un potere più ampio, bensì abbiano qui ritrovato una nuova linfa vitale trasmessa dall'amore con cui vengono accuditi, analizzati e interpretati da una schiera di studiosi di forte formazione umanistica e da scuole di filologia classica che hanno sì la loro genesi negli studi europei ma che, in questo paesaggio nordamericano che spesso riduciamo semplicisticamente a un immaginario legato a un eterno Novecento e a una sua altrettanto eterna negazione digitale e avveniristica e forse anche un po' arcaica, hanno saputo rinnovarne, in modo ancor più approfondito, l'analisi.
La storia personale dell'autore (che, come un Robinson Crusoe intento a compilare l'elenco degli attrezzi e degli oggetti che trova sull'isola del suo naufragio, osserva i testi sui quali si è formato il suo percorso di docente universitario, ne descrive la veste tipografica, il peso, la forma, i caratteri, ne ricorda il momento in cui li ha aperti per la prima volta), i suoi rapporti con la famiglia (con la figura chiusa e autoritaria del padre e con quella estroversa e seducente della madre), con gli studenti, con la propria scelta di compiere studi classici, con i suoi mentori universitari, si intrecciano con la trama omerica nel corso temporalmente delineato di un semestre universitario. Ma questa dimensione temporale lentamente si dilata in un non tempo misteriosamente affascinante, in cui si definiscono le storie personali e collettive, e in cui il gruppo che sta analizzando il testo dell'Odissea si avvicina, in un percorso esteriore e interiore al contempo, a mete che tuttavia tendono ad allontanarsi, così come l'isola di Itaca sembrava allontanarsi sempre di più nella estenuante ricerca intrapresa da Ulisse. 
L'Odissea si trasfigura così in narrazione senza tempo, che coniuga il passato, il presente e il futuro, non solo dei suoi personaggi e del suo (o dei suoi) enigmatico autore, ma anche degli umani che la stanno analizzando in quel semestre, quasi che il testo omerico gradualmente divenga il palinsesto sul quale i decifratori, sorprendentemente, trovano impressi i segni che li condurranno alla decrittazione delle loro stesse anime. 
Se esiste, come scrive Mendelsohn, quella simbolica linea che unisce, nei secoli e millenni, tutti gli studiosi di una particolare disciplina, al punto da renderli tutti parti di un processo più grande, che va ben oltre la disciplina medesima, così, per mezzo di  questo bellissimo romanzo, il lettore attento e appassionato gradualmente riuscirà a sentirsi parte di un processo ben più maestoso e immenso: il divenire incessante del respiro dell'umanità.
Un'Odissea, di Daniel Mendelsohn (Einaudi).

lunedì 16 aprile 2018

Racconti da un mondo offeso, di Romano Augusto Fiocchi (bookabook)

Sono rare le occasioni in cui una scrittura nitida e al contempo pregna di significati riesce a rappresentare il senso più intenso del narrare. Questi bellissimi Racconti da un mondo offeso di Romano Augusto Fiocchi segnano una di queste rare occasioni, occasioni che si presentano al lettore in cerca di narrazioni profonde e intense. 
Se la stoffa dello scrittore si rivela dalla sua capacità di raccontare il presente trasfigurandolo nell'eternità dei sentimenti, in modo che il raccontare medesimo divenga a sua volta espressione e strumento in grado di andare oltre il tempo, allora Fiocchi è uno dei pochi narratori attuali con la stoffa dello scrittore di razza. Leggendo questi racconti il lettore si rende conto che gli stessi sono partecipi del grande fiume della letteratura europea, quella di Böll, di Dürrenmatt, di Bernhard, di Beckett. Una letteratura che è riuscita perfettamente nell'intento di raccontare gli umani al di là di loro stessi, al di là dei confini delle singole anime, sino a giungere alla definizione di un immenso affresco in cui lo straniamento si coniuga all'ineludibile domanda sul più intimo senso dell'esistenza.
È un presente, quello di Fiocchi, che non può prescindere dagli estremi conflitti militari e politici che lo segnano, nella stessa misura in cui ogni narratore non può prescindervi, in quanto ogni narratore è, anche e spesso suo malgrado, immerso nella incessante epifania di sofferenza ed eroismo che, sin dai poemi omerici, definisce il consorzio umano, ma che tuttavia, in questo caso, assurge a singolari e affascinanti modalità espressive. 
È infatti il punto di vista da cui viene generata la narrazione a mutare, a compiere una sorta di rivoluzione copernicana nella quale gli umani abdicano al ruolo di definitori onniscienti della realtà, una realtà che ormai li ha superati, relegandoli alla posizione di bellicosi comprimari senza speranza, alla funzione di involucri di sopraffazione. Una realtà che ormai può essere narrata solo dagli oggetti, oggetti che appaiono come gli unici testimoni in grado di osservare, con sgomenta pietas, quell'eterno sacrificio pagano al dio della guerra che gli umani celebrano sin dalla loro comparsa nell'universo, oggetti che, irreversibilmente, dimostrano di avere quell'anima che l'umanità ha soltanto immaginato di avere ma che, probabilmente, non ha mai posseduto.
Racconti da un mondo offeso, di Romano Augusto Fiocchi (bookabook).

martedì 13 febbraio 2018

Il diciassettesimo numero de Il Colophon


Letteratura e sport, questo è il binomio di cui si occupa il numero de Il Colophon (la rivista bimestrale di letteratura di Antonio Tombolini Editore) da pochi giorni online e che questa volta si intitola Pensare con i piedi. Le motivazioni della scelta di questo argomento le spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale. Come sempre anch'io faccio parte della squadra e scrivo (a modo mio, of course) del grande Gianni Brera e recensisco La sfida di Norman Mailer. Il tutto sullo sfondo delle bellissime illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

domenica 17 dicembre 2017

Il sedicesimo numero de Il Colophon


Questa volta andiamo in Francia. Il titolo del nuovo numero de Il Colophon (la rivista bimestrale di letteratura di Antonio Tombolini Editore) è infatti Madame Bovary c'est moi! Ogni motivazione in merito la trovate leggendo l'editoriale del direttore Michele Marziani. 
Ci sono anch'io, of course. Scrivo di Jean-Patrick Manchette e recensisco La Via dei Re di André Malraux e Trilogia del Nord di Céline. 
Il tutto come sempre accompagnato dalle fantastiche, ça va sans dire, illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 31 ottobre 2017

L'uso dell'uomo, di Aleksandar Tišma (Calabuig)

Chissà se ci ricordiamo ancora che, nei primi anni Novanta del secolo scorso, appena qualche tempo dopo il crollo del muro di Berlino, crollo che mutò equilibri mondiali che duravano sin dalla fine della Seconda guerra mondiale, la Jugoslavia divenne teatro di una guerra civile che, per efferatezze e crimini di guerra, riportò l'Europa a rivivere sanguinose e sanguinarie atmosfere di genocidi e pulizie etniche. Come oggi molte crisi mediorientali e africane nascono da suddivisioni territoriali disegnate a tavolino dalle ex potenze coloniali, che hanno tratteggiato confini artificiosi senza tenere conto di ataviche rivalità tribali e religiose, così la Jugoslavia è stata una creazione artificiosa partorita dal trattato di Versailles, unendo territori asburgici, slavi e ottomani e ponendo inevitabilmente le condizioni  per un conflitto etnico e religioso che soltanto l'equilibrio atomico tra Usa e Urss avrebbe momentaneamente sopito per circa mezzo secolo.
Spesso la letteratura ha il privilegio di decrittare le dinamiche degli umani in modo ben più profondo di quanto non riesca a fare l'analisi storica e L'uso dell'uomo è uno di questi interessanti esempi. Il paesaggio storico, politico, economico e sociale della Jugoslavia tra le due guerre mondiali e nel momento della presa di potere del comunismo titino, dopo la sconfitta e il crollo della Germania nazista, fa da sfondo a questo carotaggio narrativo, a questa spettrografia letteraria in cui le anime dei personaggi si alternano in un perfetto rincorrersi di voci, di accadimenti, di tragici destini, di incroci di tempi storici e di piani narrativi.
Tutte le dinamiche che sarebbero poi orribilmente esplose nella guerra civile degli anni Novanta del Ventesimo secolo sono qui presenti come ombre agghiaccianti che non aspettano altro che l'occasione più propizia per manifestarsi con ferocia disumana. Crudele e al contempo quasi fisiologica è la sovrapposizione tra la violenza delle ideologie totalitarie e le meschinità delle aspettative individuali e tra la definizione di appartenenza etnica e la grettezza delle rivalse personali; sovrapposizione che lentamente prima o poi, in qualche modo si sedimenterà nel vissuto di ognuno dei personaggi di questo romanzo
Un oggetto, il quaderno/diario di un'insegnante tedesca, attraversa gli eventi e i destini come uno spettro impalpabile nella sua fragilità e tuttavia atroce nella sua apparente e quieta normalità che altro non è se non l'esito finale della tragedia umana perpetuamente trafitta dalla banalità del male che dimora eternamente in quell'intreccio genetico e strutturale che accomuna gli dei, i demoni e gli umani.
Un libro.
L'uso dell'uomo, di Aleksandar Tišma (Calabuig).

domenica 22 ottobre 2017

Il quindicesimo numero de Il Colophon


Disponibile per la lettura degli appassionati di libri e narrazioni la nuova uscita de Il Colophon, la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Ogni volta un argomento diverso e quello di questo numero è Fermarsi a Eboli e la scelta la spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Come sempre ci sono anch'io che scrivo di Piero Chiara, ma a modo mio, e recensisco Senti le rane di Paolo Colagrande e Il paese delle rane di Pina Rota Fo, madre del Premio Nobel Dario.
Illustrazioni della bravissima Marta D'Asaro.
Buona lettura!

giovedì 31 agosto 2017

La figlia del partigiano O'Connor, di Michele Marziani (Edizioni Clichy)

Sul palinsesto della Storia altre storie si scoprono e i lettori devono essere grati allo scrittore che sa come raccontarle con elegante sapienza, quell'elegante sapienza sostenuta da un'esperienza narrativa, ricca di umiltà geniale, che traspare da uno dei pochissimi scrittori italiani che dà un senso alla definizione del mestiere di scrivere. Quello che i lettori hanno con Michele Marziani è una sorta di appuntamento scandito dallo scorrere del tempo dove, ogni tanto, appare un suo libro e già i lettori immaginano quale sarà il loro immenso piacere nel leggerlo, immenso piacere che si rinnova ogni volta che quel libro appare poi tra le loro mani. 
Sono pochissimi coloro i quali, come Michele Marziani, sanno attingere dall'infinito mondo del raccontare per poi creare veri e propri gioielli narrativi, cesellati da un maestro orefice che incide parole sul metallo grezzo della vita rendendola accessibile dai sentimenti dei lettori che, come protagonisti silenti, gradualmente si trovano a camminare fianco a fianco con i personaggi dei suoi romanzi.
Appare ora La figlia del partigiano O'Connor e il lettore si immerge nel mondo semplice e al contempo complesso di donne e uomini che affrontano i quotidiani affanni della vita e del tempo e che iniziano viaggi e percorsi alla ricerca dei ricordi, delle emozioni per troppo tempo forse celate, di una rendicontazione di cui nessuno potrà mai conoscere l'esito.
I tempi della Storia e delle storie si incrociano e si amplificano, traslando il quotidiano nel divenire dei grandi eventi e i grandi eventi nel divenire del quotidiano. I corsi d'acqua dell'alto Piemonte, l'isola di Ventotene, la Spagna, l'Irlanda, scenari e paesaggi in cui sempre la ritualità persa e ritrovata nel ricordo dei luoghi, si coniuga misteriosamente alla ritualità, anch'essa persa e ritrovata, del lato più profondo delle anime ed ecco che il viaggio di Pablita O'Connor diventa ricerca del padre ma anche ricerca soprattutto di se stessa, ricerca del suo passato, del suo presente, del suo futuro. I piani e i tempi narrativi lentamente si intersecano, appaiono personaggi che hanno avuto il privilegio di conoscere quello che altri hanno solo sentito raccontare, ma quella loro stessa conoscenza diviene anch'essa fragile perché mai si può veramente conoscere ciò che accade e Pablita O'Connor, mentre evade dalla sua quotidianità nella rinascita sia della memoria che delle emozioni, conosce un'altra Pablita che è figurazione incanutita di un palesamento di ricordi di una bambina che nell'attimo di un incontro sembra essere divenuta testimone di tutto il dramma umano e ideologico della guerra civile spagnola. Anziani gentiluomini dal sorriso da hidalgo rivoluzionario e anziane signore dal fascino ancora forte, tra le rughe dell'esperienza, che cercano di domare il tempo e l'amore, giovani intenti nella ricerca di archivi di carta e digitali in cui trovare gli oscuri segni del sanguinoso dramma del secolo breve, una figlia lontana le cui angosce tramutano in madre di sua madre, eccentrici irlandesi intenti nella cerimonia della pesca alla trota e che vivono accanto a terre d'acqua che sembrano a Pablita O'Connor la rivisitazione magica dei torrenti del suo Piemonte settentrionale. Tutto converge alla ricerca di un significato ultimo in cui lo scorrere del tempo segnato dagli affanni quotidiani è intriso dal ricordo vivido e forse anche crudele di costellazioni di eventi storici (la ritirata delle Brigate Internazionali dalla Spagna nell'aprile del 1939, l'oppressione poliziesca dei regimi fascisti, ma anche l'Irish Republican Army, the only undefeated army), eventi che affiorano dal profondo di un coinvolgimento personale a cui nessuno è riuscito a sottrarsi, nemmeno quel Malachy O'Connor che lentamente si definisce, come nel racconto di Borges Tema del traditore e dell'eroe o nel romanzo di Pontiggia Il raggio d'ombra, in essere indecifrabile, in eroe incompreso, in vittima e artefice di una grande mistificazione, ma sempre rimane il perno principale attorno al quale si sviluppa questo a tratti misterioso e inquietante e sempre bellissimo romanzo.
Un libro.
La figlia del partigiano O'Connor, di Michele Marziani (Edizioni Clichy)

martedì 15 agosto 2017

Il quattordicesimo numero de Il Colophon



Per tutti gli appassionati di riviste letterarie ecco la nuova uscita de Il Colophon, la rivista di letteratura edita da Antonio Tombolini Editore. Questa volta il tema è Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest e la scelta la spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Come sempre ci sono alcuni miei contributi: l'articolo California dreamin' per tutti coloro che sono appassionati di visioni letterarie particolari, periferiche, contaminate e un po' lisergiche; la recensione di Quando guardo verso Ovest, silloge di racconti di Massimo Lazzari; un mio racconto inedito, scritto appositamente per Il Colophon, Non luogo a procedere. Illustrazioni della bravissima Marta D'Asaro.
Buona lettura e buon ferragosto!

martedì 18 luglio 2017

Perdere tempo su internet, di Kenneth Goldsmith (Einaudi)

Quando Paul Claudel installò nella sua casa una delle primissime linee telefoniche sembra che François Mauriac commentasse acidamente: “Ora dovrà correre a ogni squillo come un lacchè”. Come tutti i media elettrici anche il telefono comunque entrò nei romanzi così come il cinema, la radio, la televisione. Anche internet inizierà ad avere un suo posto nei romanzi, dapprima come protagonista di assolute visioni cyberpunk, e poi si adagerà nell'uso quotidiano dei personaggi dei romanzi come un banalissimo telefono. Se esiste un narratore che compone una vera e propria mistica del telefono questi è William T. Wollmann che nelle prime pagine di Europe Central  fa assurgere lo strumento di bachelite a protagonista della genesi della barbarie bellica del ventesimo secolo. Ma, al di là del temporaneo misticismo telefonico di Wollmann, soltanto la televisione, tra tutti i media elettrici, ha creato attorno a sé una produzione, soprattutto in veste di saggio, in cui gli umani utilizzatori del medium si domandano quale sia l'essenza di quel medium medesimo. E se, come afferma Marshall McLuhan, ogni medium contiene in sé tutti i media che lo hanno preceduto, internet, come e più della televisione, è oggetto e soggetto di una narrazione letteraria e saggistica che lo analizza, lo mitizza e lo maledice al contempo. Narrazione interpretativa del medium che avviene spesso utilizzando il medium stesso, in un gioco di specchi borgesiano dove alla fine la mappa del territorio si sviluppa in modo così ipertrofico e specifico da essere completamente sovrapponibile allo stesso territorio che intende rappresentare.
Sono i postmoderni che, nella sovrabbondanza narrativa volutamente cercata ed espressa con tonalità ridondanti e onnicomprensive, colgono l'occasione di fondere, con il mezzo della parola scritta, l'apparizione di più media possibili, e Don DeLillo è tra i primi a rendere protagoniste dei suoi romanzi installazioni e performance artistiche silenziose ma pregne di significante, nel tentativo letterario di gettare un ponte che unisca la multiforme varietà di piattaforme sulle quali si sviluppa l'espressività artistica degli esseri senzienti (Thomas Pynchon, altro maestro del postmodernismo letterario, darà invece, a terzo millennio ormai inoltrato, una sua lettura, come sempre tra l'agghiacciante e l'umoristico, del cosiddetto “lato oscuro” di internet in La cresta dell'onda).
Il titolo di questo saggio di Kenneth Goldsmith è volutamente fuorviante, così come volutamente fuorviante potrebbe essere una performance artistica che conduce lo spettatore/lettore verso confini che sono stati prima negati e poi invece palesati con sapiente ed esperta maestria, ma se pensiamo che Kenneth Goldsmith è sì poeta ma anche intellettuale avvezzo a frequentare l'arte moderna e contemporanea, che dai tempi della pop art usa fondere e contaminare i vari media, e a conoscere i tempi e i modi delle ibridazioni visive e narrative, ecco che tutto si spiega.
L'internet che Goldsmith celebra è strumento di comunicazione, di apprendimento, di circolazione di notizie vere e false, luogo in cui esprimersi a livello artistico e luogo che è esso stesso performance artistica e zona in cui il medesimo spaziotempo si ridistribuisce in fasi mai conosciute prima. Internet è creta da plasmare per creare, creta che nel medesimo istante in cui viene plasmata a sua volta plasma chi la sta plasmando, in un affascinante e inquietante rapporto quantistico che determina l'esistenza dell'osservato in quanto esiste un osservatore che, a sua volta, esiste in quanto esiste l'osservato.
Perdere tempo su internet non mitizza e non demonizza il medium, ma lo presenta in tutte le sue sfaccettature, positive e negative, immense e meschine, istituzionalizzate e fuorilegge. Un medium elettrico che per la prima volta non solo contiene in sé tutti i media che lo hanno preceduto, ma che li reinterpreta, li reimposta, li resetta e, cosa forse disumana ma tuttavia estremante seducente, reinterpreta, reimposta e resetta gli stessi esseri senzienti.
Un libro.
Perdere tempo su internet, di Kenneth Goldsmith (Einaudi).

lunedì 17 luglio 2017

La grande Blavatsky, di Francesca Serra (Bollati Boringhieri)

Un fiume carsico di dottrine esoteriche attraversa il diciannovesimo e il ventesimo secolo. Dottrine che si sono sovrapposte alle mode culturali di fine Ottocento derivate dalla scoperta del misterioso Oriente, dovuta anche all'espansionismo coloniale europeo, e che sono il naturale sviluppo delle teorie del complotto totalizzante che, così attive oggi forse ancor più di ieri, traggono origine dal tentativo di spiegare la rivoluzione francese in termini teologici e millenaristici compiuto dal gesuita francese Augustin Barruel. Quel fiume carsico che ha la sua fonte nel tardo Settecento inevitabilmente non può che ottenere afflussi ulteriori dalle teorie antisemite che si propagano nell'Ottocento per mezzo di libelli redatti ad arte dall'Ochrana, la polizia politica zarista, strumento poliziesco che lentamente affonda nel magma russo fatto di imperatori ormai incapaci di comprendere il proprio impero, di schiere immense di servi della gleba, di mistici violenti e viziosi che assurgono a ruoli di potere. Libelli e teorie complottistiche ad uso sia di reazionari impenitenti che discendono in linea retta dagli incroyables francesi, sia di criptocapitalisti pronti a finanziare al contempo comitati centrali leninisti e corpi franchi dall'ideologia che fonde militarismo prussiano ultraconservatore e allucinazione futurista.
Un nome su tutti ricorre nei testi di chi ha tentato di interpretare questo misterioso palesarsi di teorie e nei proclami di chi queste teorie ha abbracciato: Helena Blavatsky. 
Russa, aristocratica, emigrata come gli emigrati sconfitti a Valmy ma, a differenza di questi, emigrata ben prima che la Russia si trasfigurasse in esperimento antropo-ideologico, quasi a far sorgere il sospetto che lei, la dea del mistero, la profetessa di universi sconosciuti, idolatrata dai suoi seguaci come messia ultimo e odiata dai suoi detrattori come pericolosa truffatrice e ciarlatana in cerca di mezzi finanziari di sostentamento, già conoscesse, per concessione di saggi spettri tibetani, quali sarebbero state le mutazioni politiche del mondo.
Spiritismo, visioni tibetane e caucasiche, apparizioni della Thule, intersecazioni politiche, ideologiche, economiche, potentati mondiali che forse hanno un inquietante retaggio mistico, satanismi in nuce e nazismi magici ancora embrionali, sette esoteriche in cui si incontrano poeti, letterati, membri del parlamento di Sua Maestà e futuri rivoluzionari dispotici; tutto questo misterico caravanserraglio che ha avuto la capacità di condizionare il divenire della storia degli ultimi due secoli del secondo millennio è mirabilmente descritto e decrittato da Francesca Serra in questo interessantissimo saggio/romanzo o romanzo/saggio che scopre il caleidoscopio di connessioni, di coincidenze e di sincronismi che ruota attorno alla figura della Blavatsky.
La genesi di un pensiero occulto, il lento affermarsi di una gnosi laica e già  postmoderna prima ancora che il modernismo trionfasse, vengono in questo libro presentati tra brume londinesi, paesaggi metropolitani nuovayorkesi, porti del Mar Nero, quasi in una salgariana successione di eventi tra loro enigmaticamente concatenati che collegano addirittura, per mezzo del trait d'union teosofico della nobile russa, l'Eroe dei Due Mondi e Adolf Hitler, estremi storici di una linea del tempo che si trasforma in una circolarità di eventi in cui le leggi della fisica perdono ogni efficacia. Arrivato all'ultima pagina il lettore non potrà che chiedersi se la realtà è divenuta illusione o se è quest'ultima invece ad essere sempre stata la sola e unica realtà.
Un libro.
La grande Blavatsky, di Francesca Serra (Bollati Boringhieri).

lunedì 19 giugno 2017

Exit West, di Mohsin Hamid (Einaudi)

La condizione distopica fa sì che l'ucronia si espanda in universi paralleli che divergono l'uno dall'altro per un'asincronia appena rilevabile che, pur nella sua silente cronicità, li rende così estremamente similari, nella loro pur minima differenza, da permetterne la totale sovrapponibilità. 
La finzione narrativa che nasce da quel Settecento britannico da cui principia la figura del romanziere inteso in senso contemporaneo, appare nelle forme del pamphlet che, una volta sedimentato dallo scorrere dei tempi, si trasforma in romanzo fino al momento in cui all'osservatore appaiono entrambi fusi in un'unica espressione letteraria che, come una particella elementare immersa in un divenire quantistico, è al contempo sia materia sia oscillazione di onde elettromagnetiche.
La sfericità costante della materia dell'universo è paradigma tridimensionale della circolarità bidimensionale del tempo, inteso come prodotto del trasferimento di calore entropico che crea il divenire storico che sempre si ripresenta simile nelle sue differenze, e che è dato in dono agli umani come raccapricciante privilegio di vedere se stessi mutare senza poter essere in alcun modo in grado di governare questa mutazione perpetua che li rende oggettività nel medesimo istante in cui invece inculca in essi l'illusione di essere soggettività.
L'autodefinizione medesima che gli umani cercano di applicare a questa mutazione, a cui danno il nome di Storia, è essa stessa variabile a seconda del punto di vista dell'osservatore e così le “invasioni barbariche” della storiografia trincerata al di qua del Reno divengono “migrazioni di popoli” per la storiografia che invece al di là del Reno ha le sue fortezze e lo stesso Oriente sovietico, per un minuscolo secolo opposto all'Occidente capitalista, si trova oggi a esso accomunato in un Nord planetario che definisce invasioni barbariche quelle che un giorno (in questo momento non ci è ancora dato sapere da chi) saranno considerate migrazioni di popoli e, d'altra parte, i mongoli, considerati dalla minuscola Europa medioevale come un flagello disumano, sono considerati in questo medesimo istante come padri della nazione dalla Cina che ne saggiò per prima l'inarrestabile conquista.
Marc Bloch viene fucilato dalla Gestapo il 16 giugno dell'Anno del Signore 1944 a Lione (ex territorio dei franchi occidentali in quell'attimo quantistico occupato dai franchi orientali che si ammantano di un simbolo forse in uso sin dall'età del ferro e trasmigrato poi in ambiti iranici e tibetani con significati del tutto opposti a quello assegnato dalla circolarità dei tempi in quell'istante). Negli anni Venti del ventesimo secolo del secondo millennio fonda “Les Annales”, gruppo di storiografi che per primi osservano come la mutazione cui gli umani sono da sempre asserviti nasce anche e soprattutto da mutazioni meteorologiche, geografiche, idrografiche, climatiche che, unite alla ferocia bellica propria della specie umana, possono diventare porte attraversate da popolazioni definite barbari o migranti a seconda del lato della porta in cui si trovano. 
Nel 1875 a New York Madame Helena Blavatsky (dea o mistificatrice o profetessa o illusionista illusa) fonda la Società Teosofica e proclama al mondo di essere passata attraverso una porta che l'ha messa in contatto con i maestri che tutto conoscono del divenire dello spaziotempo (Albert Einstein, pur senza mai darne notizia, fu un lettore delle sue opere).
Cliccando sul traduttore di Google le due parole “exit west” otteniamo le tre parole italiane “uscire da ovest”, segnalazione apparentemente neutra, toponomastica, aeroportuale, indicazione da non luogo commerciale, autostradale, anonimo.
Se invece superiamo la soglia della porta che in questo istante quantistico è mimetizzata nell'oggetto tipografico in formato codex che ha per titolo le due parole anglosassoni allora ci troviamo nel nostro presente tra le strade e i palazzi di una metropoli mediorientale, forse mesopotamica, sicuramente eretta sulle rovine di mastabe e ziqqurat sumere che un tempo hanno nascosto altre porte da cui sono passati nomadi iranici, Ittiti e Popoli del Mare. Un presente che si sovrappone esattamente al nostro in cui le strade mediorientali sono solcate da pickup blindati condotti da profeti barbuti armati di kalashnikov e fasciati dalle bandiere nere di qualche califfato che idolatra il monolito islamico e che, mentre da un lato mette al rogo i devices simboli della colonizzazione europea e occidentale, dall'altro ne utilizza la penetrazione digitale per rendere eterna l'immagine plastica della sua lotta creando video di una realtà di orrore che coniuga sangue e tecnologia narrante alla Netflix.
Una metropoli mesopotamica che letterariamente discende in linea retta dalla città claustrofobica de La peste di Camus, aggiornata alla disarticolazione di questo nostro medioevo digitalizzato in cui domina l'errore di parallasse che amalgama i concetti di invasione, fuga da guerre disumane, migrazioni provocate da una silente metamorfosi climatica che è già avvenuta nei millenni, avviene ora e sempre avverrà.
Le porte appaiono misteriosamente e misteriosamente sono presidiate da insondabili uomini armati. Appaiono nella metropoli mesopotamica in cui sanguinarie milizie millenaristiche abbattono un governo forse filo occidentale ma altrettanto sanguinario, appaiono lentamente anche in altri luoghi del pianeta al cospetto di scenari di apparentemente tranquilla vita quotidiana, appaiono sempre più spesso e diventano una sorta di reticolo spaziotemporale con cui la natura cerca forse di regolare lo squilibrio numerico degli umani. Le sottili barriere che delimitavano l'illusorietà di una presenza immutabile di Oriente e di Occidente semplicemente svaniscono perché esistono solo nell'illusione degli umani e paesaggi urbani di future guerriglie diffuse si appalesano lentamente nella contrapposizione militare di chi è portato suo malgrado dalla corrente dell'eterna migrazione umana e di chi invece ha ottenuto a caro prezzo una stanzialità lottando per affrancarsi dal suo nomadismo originario.
Una ad una saltano le sicurezze e le certezze ingannevolmente acquisite e le vite quotidiane sono trafitte dal contrasto ormai planetario della mutazione climatica, geopolitica e sociale. Il lettore attento avrà il dovere di leggere Exit West di Mohsin Hamid perchè dalle pagine di questo imprescindibile romanzo si comprende il raccapricciante privilegio che il destino ci ha concesso: quello di essere al contempo soggetti, oggetti e testimoni di una millenaria mutazione al cui termine niente potrà mai più essere come prima.
Un libro.
Exit West, di Mohsin Hamid (Einaudi)

venerdì 16 giugno 2017

Il comandante dello zucchero, di Raphaël Confiant (Calabuig)

Come un'inquietante icona sensualmente e morbidamente immobile la canna da zucchero sovrasta e racchiude in sé tutta la vita di una colonia francese, la Martinica degli Anni Trenta prebellici, che si appalesa fra le righe di questo romanzo come una visione tagliata dal bianco e nero di un film generato dalle percezioni surrealiste di Jean Vigo.
Tutto è canna da zucchero: la vita, la morte, l'amore, l'odio, la carnalità, la sopraffazione, la gioia, il passato, il presente e il futuro. E tutto poi sarà inevitabilmente zucchero, zucchero dolcissimo e al contempo amarissimo, zucchero fonte di ricchezze smisurate, di ambizioni disumane, di sfruttamento infinito, di innamoramenti sfrenati, di rigogliose tentazioni e meschinità eterne nel loro riproporsi quotidiano.
Gerarchie che nascono da sottili sfumature del colore della pelle, che incardinano generazioni maledette dal pigmento africano reiterato da secoli di accoppiamenti tra schiavi ora appena affrancati e generazioni che improvvisamente vedono il loro destino lievitare leggermente più in alto per il loro sangue, trasfiguratosi ora nel momentaneo e fortuito frutto dell'incontro sessuale con geni europei che ne sanciscono definitivamente la definizione di mulatto e, con essa, l'elevazione sociale al di sopra di tutti ad eccezione di chi, nato dall'amplesso fasciato da lenzuola creole, detiene il potere economico in virtù del fatto di essere bianco di lingua francese.
Neri condannati dalla loro stessa forza sovrumana, mulatti che tentano un riscatto sociale che mai comunque li affrancherà del tutto, bianchi latifondisti che cavalcano tra i campi come ombre febbricitanti di feudatari carolingi e bianchi falliti, squattrinati, alcolizzati che si attaccano al chiarore del loro pigmento come a un lasciapassare che possa prima o poi concedergli l'illusione di poter evadere dai loro inferni interiori.
In questo eterno altipiano umano e agricolo, dove le figure sembrano sovrapporsi alla scenografia di un panoramico e maledetto dipinto fiammingo del Quattrocento, si muove Firmin, il comandante dello zucchero, personaggio creato in un alternarsi di prima e terza persona narrante, mulatto che si aggrappa a quella sua parentesi genetica che lo pone a metà strada tra l'inferno e il paradiso, uomo che si è fatto da sé nel silenzio della consapevolezza della propria provvisorietà sociale e umana e che è giunto al grado di comandante di una piantagione di canna da zucchero. Al di sopra di tutti i neri. Al di sotto di tutti i bianchi.
Raphaël Confiant non scrive solamente un romanzo ma governa il divenire di un intero universo, un universo che sembra lontanissimo dalla sua contemporaneità tanto sono profondamente incardinati in esso i pali portanti di una struttura sociale, politica, economica che riproduce se stessa come una parentesi del tempo dove l'immobilismo coloniale rende tutto simile a un'eterna linea d'ombra conradiana immersa in una bonaccia da cui niente e nessuno potrà mai fuggire.
Un libro
Raphaël Confiant, Il comandante dello zucchero (Calabuig).

martedì 9 maggio 2017

Guerre di Rete, di Carola Frediani (Laterza)

John Le Carré disse di essere entrato in una profonda crisi creativa dopo la caduta del Muro di Berlino, evento che aveva determinato la fine della Guerra Fredda, perché prima il mondo era semplicemente diviso in due blocchi, gli Usa e l'Urss. Da una parte c'era la Cia, dall'altra il Kgb. Dopo la caduta della cortina di ferro per l'intelligence di ogni nazione sarebbe stato estremamente difficile discernere i veri nemici e i veri alleati e così anche per uno dei più grandi scrittori di libri di spionaggio. 
Da allora sono passati ormai quasi trent'anni e la storia non solo non è finita, come aveva preconizzato Francis Fukuyama, ma ha imboccato vie che una generazione fa erano difficilmente pronosticabili. La fine del socialismo reale, il riesplodere dei nazionalisti, il confuso rapporto tra Occidente e Islam (che dalla guerra dell'Afganistan, passando per gli attentati alle Torri Gemelle, è giunto fino al palesarsi dell'estremismo più radicale e sanguinario del Califfato, in un gioco politico mondiale in cui gli interessi economici tra Oriente e Occidente sono così intrecciati che i ruoli di terrorista, patriota, alleato e nemico diventano spesso evanescenti, sovrapponibili e intercambiabili nelle zone più oscure e sommerse della politica mondiale) si sono intrecciati con la rivoluzione digitale che ha portato il web da esperimento tecnico militare destinato a pochi siti di altissima tecnologia a vera e proprio ecosistema che si avviluppa alla realtà quotidiana di tutti noi.
Già Thomas Pynchon, e altri non poteva essere, nel 2014 pubblica La cresta dell'onda. In quel romanzo il grande scrittore postmoderno affronta narrativamente il tema della penetrazione inarrestabile del web, della digitalizzazione delle nostre vite e degli angoli più sottotraccia che questa rivoluzione tecnologica partorisce in se stessa come tante backdoor destinate a sfuggire a qualsiasi controllo, ovvero a essere controllate da chi questo controllo non dovrebbe mai avere.
È singolare, ma al contempo affascinante, che un saggio come Guerre di Rete, scritto da Carola Frediani, si legga con la fluidità geniale di un romanzo postmoderno e illustri lo stato dell'arte di quelle che sono le aree telluriche e inquietanti che vivono sottotraccia all'ecosistema del web e della parallela digitalizzazione mondiale.
Cripto-guerre combattute senza esclusione di colpi, multinazionali della sicurezza informatica che mantengono rapporti oscuri con webscassinatori criminali dei sistemi da loro stesse creati, orde di hacker anonimi che a seconda dei giorni, o degli interessi, indossano la maglietta dell'anarchico libertario o quella dell'informatore dei servizi segreti, attacchi informatici falsamente rivendicati e artificiosamente attribuiti, una costante guerriglia a colpi di virus informatici tra Stati Uniti, Russia e Cina, tra Iran e Israele, mercati celati nelle darknet in cui si vendono milioni di dati sensibili e personali, sottratti a centinaia di banche dati mediante software malevoli e di kit del ricattatore informatico che passano di mano in una infinita filiera di appalti, subappalti e compravendite a colpi di bitcoin.
Lo stesso browser TOR, che permette a chi lo installa di avere accesso alle darknet, è sviluppato da integerrimi difensori delle libertà individuali e al contempo finanziato da agenzie di intelligence. Le stesse agenzie e governi vedono al loro interno il costante confronto tra chi vuole un web libero e chi invece lo vuole controllato e spiato, un confronto che spesso sconfina nella produzione di accuse reciproche di truffa e di molestie sessuali. 
Dove si ferma la tutela della privacy e dove inizia la sicurezza della collettività? Uno smartphone o un pc devono rimanere inviolabili oppure possono essere violati da polizie e gendarmerie? E se la loro violazione fosse necessaria per individuare un serial killer o un pedofilo internazionale? E se invece la stessa violazione servisse a uno stato totalitario per spiare, individuare, arrestare, torturare gli oppositori democratici?
Guerre di Rete è un libro fondamentale per il lettore che voglia confrontarsi con queste tematiche complesse e inquietanti. Carola Frediani scrive un saggio completo, dinamico, imprescindibile che, come un tempo si sarebbe detto, si legge tutto d'un fiato come una spystory. Il problema è che in quella spystory ci siamo dentro tutti.
Un libro.
Guerre di Rete, di Carola Frediani (Laterza).

mercoledì 3 maggio 2017

Gli huligani, di Mircea Eliade (Calabuig)

Romania, anni Trenta dell'ultimo secolo del secondo millennio, anni Trenta di quel secolo breve che ha insanguinato il mondo con la mesmerizzazione dei corpi e delle anime operata delle ideologie totalitarie di destra e di sinistra, anni Trenta che segnano un sottile confine tra due guerre mondiali che la storiografia più avanzata inizia a definire come una seconda guerra dei Trent'anni, dopo la prima nella quale, nel corso del Seicento, i corpi e le anime furono straziati nel sanguinante confronto tra cattolici e protestanti.
Curzio Malaparte, mentre si trova nel 1941 ai confini orientali della Romania nei primi giorni dell'Operazione Barbarossa, la definisce in Kaputt come luogo dagli echi agghiaccianti e inquietanti, luogo in cui si parla una lingua apparentemente latina ma che in realtà cela strutture slave, luogo in cui accanto a palazzi che ricordano i fasti dei boulevards di Parigi si fermano carovane di strani animali da soma che sembrano dromedari. Lo stesso Roberto Bolaňo, nel suo icasticamente magico 2666, pone in Romania uno dei nodi da sciogliere della sua fitta e babelica trama e lo fa narrando fatti lì accaduti proprio nel momento in cui la Romania rimane abbagliata dal canto delle sirene che proclamano un nuovo ordine mondiale all'insegna dell'Asse.
Il nome di Mircea Eliade percorre come un fiume carsico il pensiero europeo post bellico, in cui incarna il ruolo quasi sciamanico di colui che ha guardato nell'abisso ma che è riuscito per tempo a ritrarsi e a fare in modo che l'abisso non guardasse in lui. Pronunciare il nome di Mircea Eliade nei settari anni Settanta del secolo scorso era sinonimo di preoccupante filofascismo, mentre l'indubbio merito di Eliade è stato quello di analizzare il dolore dell'umanità per mezzo del sincretismo culturale, la ricerca dell'arcano, del misterico, dell'esoterico, di tutti quegli attimi spaziotemporali che Carl Gustav Jung avrebbe definito "archetipi".
In questo senso Gli huligani è un forte ritratto dai toni potentemente dostoevskijani di una generazione che, come un magnete impazzito, ha attratto su di sé la disarticolazione morale e umana nata dalla contaminazione e dalla ibridazione di quel coacervo immaginificamente e tragicamente anarcodittatoriale che è stato espressione della negazione totalizzante di qualsivoglia razionalità messa in scena dalla demoniaca illusione rappresentata dal nazismo e dallo stalinismo. I personaggi di questo romanzo si muovono in una "no man's land" morale e ideologica che si trova al centro di una deflagrazione di universi che è sul punto di compiersi. Nessuno è più se stesso ma tutti sono costretti a interpretare una parte, senza farsi domande, lasciandosi trasportare verso l'avvicinarsi di una tempesta che al contempo atterrisce e affascina. I corpi che si avvinghiano in una carnalità fine a se stessa altro non sono che immagini divinatorie di altri corpi che ben presto saranno sì ancora reciprocamente avvinghiati ma stavolta nel fango segnato dai cingoli dei carri armati, la gestione apparentemente libera del sesso altro non è che maschera tragica con cui celare ai propri occhi la consapevolezza di essere soltanto automi imbellettati alla affannosa ricerca di una memoria che si rivelerà orribilmente inesistente. Gli huligani è la fotografia della negazione morale, civile e politica degli esseri senzienti. Quella negazione che, dopo la seconda guerra dei Trent'anni, pensavamo fosse stata definitivamente debellata ma che invece la lettura di questo romanzo fa comprendere come sia ancora più presente adesso, in questo buio inizio di questo per ora oscuro terzo millennio.
Un libro.
Gli huligani, di Mircea Eliade (Calabuig).

domenica 9 aprile 2017

Il dodicesimo numero de Il Colophon


Fresco di citazione sul sito di Treccani come uno dei magazine più significativi dell'attuale critica letteraria Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore è alla sua dodicesima uscita. L'argomento di cui si parla in questo numero è Gente di Dublino e il motivo lo spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Come faccio sin dal primo numero anche in questo scrivo qualcosa: un articolo sulla presenza triestina di James Joyce, una recensione dell'Ulisse nella traduzione di Gianni Celati e una recensione a Il giorno che incontrammo Roddy Doyle di Max O'Rover. Il tutto accompagnato come sempre dalle illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!