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martedì 15 agosto 2017

Il quattordicesimo numero de Il Colophon



Per tutti gli appassionati di riviste letterarie ecco la nuova uscita de Il Colophon, la rivista di letteratura edita da Antonio Tombolini Editore. Questa volta il tema è Tutte le mie preghiere guardano verso Ovest e la scelta la spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Come sempre ci sono alcuni miei contributi: l'articolo California dreamin' per tutti coloro che sono appassionati di visioni letterarie particolari, periferiche, contaminate e un po' lisergiche; la recensione di Quando guardo verso Ovest, silloge di racconti di Massimo Lazzari; un mio racconto inedito, scritto appositamente per Il Colophon, Non luogo a procedere. Illustrazioni della bravissima Marta D'Asaro.
Buona lettura e buon ferragosto!

lunedì 12 giugno 2017

Il tredicesimo numero de Il Colophon



Di questa rivista ne ha parlato la settimana scorsa Edoardo Camurri nel corso del programma radiofonico Pagina Tre. E Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore è da pochissimi giorni online con il suo tredicesimo numero. Il tema di questa volta è Le avventure di Pinocchio e il motivo lo spiega il direttore Michele Marziani nell'editoriale.
Ovviamente ci sono anch'io con un articolo su Mark Twain, il "primo vero scrittore americano", come lo definì William Faulkner e con un mio racconto inedito
Come sempre ci accompagnano le meravigliose illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

sabato 11 febbraio 2017

L'undicesimo numero de Il Colophon


Da pochi giorni è uscito l'undicesimo numero de Il Colophon. Rivista d letteratura di Antonio Tombolini Editore. L'argomento di questa volta è "Per brevità chiamato artista" e il motivo ce lo spiega qui il direttore della rivista Michele Marziani. In questo numero scrivo di Jorge Luis Borges, recensisco I quarantanove racconti di Ernest Hemingway e A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti. Inoltre c'è anche un mio racconto inedito: Il giorno in cui le pagine dei libri diventarono bianche.
Come sempre le bellissime illustrazioni che accompagnano ogni pezzo sono di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 11 ottobre 2016

Il nono numero de Il Colophon


E' uscito da pochissimo il nono numero de Il colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "Andare, camminare, lavorare", mutuato dall'omonima canzone del grandissimo Piero Ciampi e il perché ce lo spiega qui l'editoriale del direttore Michele Marziani. In questo numero scrivo dello scrittore ligure Francesco Biamonti, autore dallo stile genialmente rarefatto scoperto da Italo Calvino, e recensisco Donnarumma all'assalto di Ottiero Ottieri, uno dei romanzi di spicco del cosiddetto "romanzo industriale" italiano. Dulcis in fundo c'è un mio racconto, dal titolo Strategia dell'ombra, scritto appositamente per questo numero della rivista. Bellissime come sempre le illustrazioni della bravissima Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 13 giugno 2016

Il settimo numero de Il Colophon


E' uscito da pochi giorni il settimo numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "L'isola riflessa" (qui l'editoriale del direttore Michele Marziani). In questo numero recensisco L'isola del giorno prima di Umberto Eco e Isole nella corrente di Ernest Hemingway. Inoltre c'è anche un mio racconto inedito, L'sola del burattinaio, scritto appositamente per la rivista. Il tutto come sempre magnificamente accompagnato dalle illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 11 aprile 2016

Il sesto numero de Il Colophon


E' uscito da pochi giorni il sesto numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore, diretta da Michele Marziani. Il tema di questa volta, prendendo spunto da Italo Calvino, è: "Le città invisibili". In questo numero scrivo di Beirut, città tra Oriente e Occidente interpretata dal punto di vista della narrativa libanese contemporanea, dei paesaggi narrativi di Roberto Bolaňo, intervisto il grande scrittore pavese Mino Milani e recensisco Sei problemi per don Isidro Parodi, opera a quattro mani scritta da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares. Inoltre, last but not least, c'è anche un mio racconto. Il tutto magnificamente accompagnato dalle illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

sabato 25 maggio 2013

Il sogno. Raccontino (lumpen) tumbleriano in 5 atti

Visioni estreme di onirica condivisione mi portano al ricordo di un sogno che vagamente tento di appalesare in un evanescente ricordo scritto che comunque abbandona momenti decisivi in quella rimembranza verbale che soprattutto perde più che ottenere. Scelgo piattaforme decisive nella loro timeline eterna.
Il sogno. Il sogno 2Il sogno 3. Il sogno 4. Il sogno 5.


sabato 14 gennaio 2012

Il dottor Kniebolo

Sale ovattate, che rilasciano vaghi aromi artefatti.
-Buogiorno.-
Scrivania indaffarata, colma di infastidite attese.
-Ho un appuntamento con il direttore editoriale.-
-Il dottor Kniebolo?-
-Sì.-
-Si accomodi. Quando sarà libero la chiamerò-
Silenzi plastici ottundono ogni rumore, ogni pericolosa confusione, ogni incontrollato respiro.
-Il dottore la può ricevere. Ora.-
Abito spezzato, forse confuso. Camuffato da sorrisi forzosi, celato da un simulacro di tuta spersonalizzante, condivisa dall’intera struttura.
-Abbiamo letto il suo manoscritto.-
Speranze anestetizzate riprendono a muoversi. Faticosamente.
-C’è una certa vivacità, originalità, singolarità.-
In piedi. Come uno scolaro che mendica sufficienze rancorose, come una recluta che paventa punizioni eterne.
-C’è un sentire che ci piace, che ci affascina.-
Soffice moquette che contrasta con l’ansia della gambe, dei piedi, del cervello.
-Si potrebbe pensare a una prossima pubblicazione.-
In piedi. Come un passante che guarda vetrine distratte.
-Ma, la prego. Si segga.-
Movimenti automatici, riflessi, dimenticati.
-Vedo che lei ha già pubblicato altro. Vedo che non è un esordiente.-
Certezze metabolizzate che ritornano oggetto di giudizi sommari.
-Vedo che però lei non ha profili sul web. Vedo che non ha ricevuto recensioni dai blog.-
Finestre che si aprono su paesaggi finti, vuoti, deserti. Alle spalle del direttore editoriale. Alle spalle del dottor Kniebolo.
-Vede, lei deve essere preso in considerazione anche e soprattutto da questo ambito. La recensione dei blog, il commento al suo status, il retweet fondamentale, l’hashtag sapiente. Dobbiamo condividere, viralizzare.-
Paesaggi che lentamente si perdono nell’imbrunire di una serata precoce. Alle spalle del dottor Kniebolo.
-Lei può scrivere, inventare, creare. Ma se nessuno la prende in considerazione sul web, lei, semplicemente, non esiste. Lei, semplicemente, non ha scritto, inventato, creato nulla.-
La notte è arrivata al suo culmine. Nel paesaggio incorniciato dalle finestre.
Alle spalle del dottor Kniebolo.

sabato 7 gennaio 2012

L'interfaccia

Ho vissuto troppo a contatto con l’interfaccia. Non me ne ero reso conto. Ora sì.
L’interfaccia è viva. L’interfaccia partorisce e crea. L’interfaccia si nutre.
Si nutre del mio sangue.
L’interfaccia edifica strutture. Sempre più alte. Sempre più invalicabili.
L’interfaccia alza il prezzo. Ogni ora. Ogni minuto. Ogni secondo. Sempre.
L’interfaccia costringe, obbliga, impone. L’interfaccia reprime.
L’interfaccia crea miti e li distrugge. L’interfaccia è falsa, ipocrita, simulatrice, inattendibile.
L’interfaccia è manipolatrice e trasformista.
L’interfaccia forgia simulacri nella bronzea evanescenza del nulla.
L’interfaccia innesta cordoni ombelicali nella carne dissolta e inchiavardata dentro una tomba fintamente felice.
L’interfaccia inietta nelle vene un siero artefatto che ti rende impermeabile all’indifferenza. Così produci di più. Produci di più per l’interfaccia.
L’interfaccia ha stampato sul viso il sorriso. Il sorriso della morte.

martedì 21 dicembre 2010

I 1000 caratteri di Leonardo Moro

E' sempre interessante quando un blog si occupa di libri, letteratura, autori (insomma tutto quello di cui si occupa anche questo spazio) in modo originale. Il rischio che condividiamo un po' tutti è quello di essere, a volte, autoreferenziali o ripetitivi. E' per questo che ho accettato subito l'invito di Leonardo Moro a scrivere qualche cosa per il suo blog Brown Bunny Magazine. Mi è piaciuta l'idea di far raccontare in 1000 caratteri la quotidianità vissuta da chi ha la passione della e per la scrittura. Ne escono una serie di ritratti dove ogni scrittore gioca forse a rimpiattino con se stesso, cercando di mostrarsi e, nel contempo, di nascondersi, in un gioco borgesiano di rimandi al (ma anche di fughe dal) proprio stile.
Se vi interessa leggere il mio contributo ai 1000 caratteri, potete farlo qui.

domenica 31 ottobre 2010

Il mio racconto "Come al Festivalbar" è ora scaricabile for free

Come già sapete, lunedì 25 Ottobre, sul blog di Arturo Robertazzi, è apparso un mio racconto, inserito nella bella iniziativa Mondi in una pagina.
Ora quel racconto è scaricabile liberamente. E lo potete fare cliccando qui.
Non mi resta che augurarvi una buona lettura domenicale.

lunedì 5 luglio 2010

Un mio racconto pubblicato da websitehorror

Un mio racconto è stato pubblicato da websitehorror, il sito curato da Marco Candida.
Insomma, se volete sapere qualcosa di insolito sul sapore del ferro, cliccate qui.
E buona lettura.

lunedì 14 giugno 2010

Il lamento del turnista

Il vero problema non è il successo (ma quello vero; quello che ti fa avere i soldi per girare con l'aereo privato; quello che se sfasci una stanza d'albergo ti ringraziano anche e magari ti fanno un articolo sul giornale; quello che anche se hai cinquant'anni, ti fa inseguire dalle diciottenni che vogliono venire a letto con te). Il vero problema non è neanche l'insuccesso (ma quello vero; quello che ti fa cadere nell'anonimato più totale; quello che ti costringe, per vivere, a mollare chitarra, batteria e tutto il resto e ti fa finire in banca, in cantiere, alla guida di un furgone per l'eternità). No. I veri problemi non sono questi due. Non sono questi due.
Il Galmozzi ha quasi sessant'anni. Gira vestito di nero con bandana appresso. Lo vedi che un po' gli dà anche fastidio. Lo vedi. 
-Che poi il disco della Irene Grandi, quando l'hanno registrato in studio, su a Milano, lì al basso c'era il Galmozzi.-
Il muro scrostato perde i pezzi di calcina sul pavimento e c'è una puzza così forte di piscio di cane che ti convinci che è proprio il cane a pisciare sul muro e a far cadere i pezzi di calcina sul pavimento.
-Che un giorno lui, che aveva cominciato a suonare la chitarra per Fausto Leali e si facevano il giro delle balere, l'avevano anche chiamato a Londra. Che lui con il basso e la chitarra è sempre stato un genio.-
Il cane ha smesso di agitarsi. Adesso è proprio la sua puzza che si sente. La puzza di cane mai lavato. Quella puzza che si appiccica poi anche al padrone.
-Che lì a Londra, va a capire cosa è successo, se tu ascolti un paio di LP dei Pink Floyd, lo senti che c'è il basso del Galmozzi. Perché è così bravo che l'avevano chiamato in studio a coprire dei buchi.-
Il cane agita la coda. Puzza di cane. Piscio di cane.
-Che insomma, lì a Londra si era passato un bel po' di anni, e in studio era imbattibile. Ha registrato persino delle cose con Eric Clapton. Pensa te. E un tre volte, mi pare, in studio lo ha voluto anche Elton John.-
Guaiti e il grattare della porta. Finalmente il cane esce. Lui e tutto il suo puzzo.
-Che una volta che poi è tornato qua non c'è uno che non lo voglia per le registrazioni in studio. Adesso mi pare che ha appena finito con il Liga e mi ha detto che va a Napoli, non ho capito bene se per Pino Daniele o per Bennato.-
Il Galmozzi ogni tanto lo vedo alla stazione. Che prende un treno. Per andare a Linate o alla Malpensa. Vestito tutto di nero con bandana appresso. Aspetta il treno. La chitarra e il basso non è stato costretto a mollarli. Però aspetta il treno. Come un impiegato. Come un muratore che va in cantiere.

giovedì 20 maggio 2010

Via Cavour è una perpendicolare di via Roma

Via Cavour è una perpendicolare di via Roma. Di auto ne passano poche e ci picchia un sole così giallo che, chissà perché, sembra di essere in Etiopia o in Eritrea. Che poi si potrebbe essere benissimo in un altro posto, ma, quand'ero piccolo, sul sussidiario erano le foto delle strade dell'Asmara o di Addis Abeba ad essere così gialle per il sole.
Il sudore che ti bagnava la maglietta, quando a otto anni te ne andavi in bicicletta, con la ruota davanti che scivolava come una biscia sul bianco della ghiaia, è lo stesso che ora ti appiccica le ascelle, sotto la felpa blu e la giacca a vento senza maniche, che porti perché la mattina fa ancora freddo. Che porti perché non hai più otto anni.
Che poi, dietro alla murata delle case, tutte attaccate, tutte nocciola, gialline e rosetta, dietro alle porte a alle finestre e dietro al legno dei portoni o al ferro dei cancelli, si apriva a perdifiato l'infinito dei campi, così infinito che si mangiava in un boccone la linea di confine dei cortili. E non serviva nemmeno l'acqua scura del fosso, che la pianura se la portava via anche lei e, quando arrivavi nel fondo di quei cortili e di quegli orti tutti verdi, ti sembrava di volare via, su, su fino in cielo.
Oggi passavo da via Cavour. E ci passavo a piedi, lentamente, sudando per il sole e ascoltando lo scricchiolio dell'asfalto rovinato. Mi son fermato a guardare dentro ad un portone aperto. In fondo c'era il grigio cupo di un capannone, lungo più del fosso, alto più degli alberi. E ho capito che da tempo non vola più nessuno.

domenica 18 aprile 2010

C'è sempre un "Bar Baby"

C'è sempre un "Bar Baby". Da qualche parte. In mezzo ad un paese. Sui lati di uno stradone. Perso in mezzo a quattro case, tra una statale e una periferia.
Capita di ritornare da qualche luogo. Capita di tornare a qualche cosa.
-Desidera?-
-Mi dà un decaffeinato ristretto.-
La ragazza al banco è giovane e carina. I capelli scuri e lo sguardo che sorride.
Bar Baby. Perlinato alle pareti. Stanza di tre metri per quattro. Bancone. Cassa. Frigo dei gelati.
Alla parete un manifesto. Festa della Croce Azzurra.
Tre tavoli e nove sedie.
Due uomini giocano a carte. In silenzio.
Capelli bianchi e rughe profonde. Sguardi persi nel troppo vino bevuto. Bevuto negli anni. Gli anni che puoi contare nei sochi delle rughe.
Due giovani magrebini stanno in piedi. Non parlano. Stanno appoggiati alla parete. Non guardano da nessuna parte.
-Vuole del latte?-
-No, grazie.-
Bevo in fretta.
-Quanto?-
Non mi giro, ma li sento. Sento i due uomini che giocano a carte. Sento i due giovani magrebini che stanno in silenzio e che non guardano da nessuna parte.
-Buonasera.-
-Buonasera.-
La ragazza adesso ride. Parla al cellulare con il moroso.
Esco in fretta. Giusto il tempo di attraversare la strada deserta e risalire in auto.
C'è sempre un Bar Baby.
Da qualche parte.

martedì 23 marzo 2010

Questa sera ho ascoltato gli Chic

Questa sera ho ascoltato gli Chic. Ho preso la mia Sennheiser ultraleggera e l'ho delicatamente appoggiata sulla testa. E' una della cuffie più leggere al mondo. Non sembra nemmeno d'averla, sulla testa. Poi ho inserito il cd nel lettore e sono stato lì. Ad ascoltare.
Quando acolto musica, penso. E non è sempre una bella cosa. Quando ascolto musica, immagino. E non è sempre una bella cosa. Perché alla fine ti vengono in mente un sacco di cose. E non tutte sono belle. Perché anche ad immaginare, alla fine, ti stanchi. E allora te ne stai lì. Ad ascoltare. A far passare il tempo. Come se non passasse già abbastanza in fretta.
Questa sera ho ascoltato gli Chic. E mi è venuto in mente che Bernard Edwards è morto già da quattordici anni. E' morto nel sonno, in un albergo di Tokyo, durante una serie di concerti in Giappone.
Questa sera ho ascoltato gli Chic.

domenica 21 marzo 2010

Nel territorio dei maschi

Questo post mi è nato all'improvviso. Non ci sono ragioni apparenti. Forse, di ragioni apparenti, non ce ne devono essere. Mai.
E poi, è solo un racconto.

Arrivavano. Uno dopo l'altro.
-Chi si vede.-
-Eccolo là-
-Ma guarda questi due. Ma dove eravate finiti?-
-Eccolo là. E' arrivato anche il terzo. E là in fondo arriva anche il quarto.-
-No, Guarda che di voi non ne voglio più sapere.-
-Ma smettila. Se quando ci vedi, sei sempre il primo a venire a rompere con le tue storie.-
-Te, sei sempre superelegante. Giacca blu e pantaloni bianchi.-
-Chinos. Non pantaloni. Chinos. E kaki. Non bianchi.-
-Dì la verità, dai. Lo fai solo per le donne.-
-Perché te, invece? Cos'è? Hai mica fatto il voto di castità?-
-E, che palle! Bianchi. Kaki. Capirai!-
-No guarda che sono stati gli Inglesi a inventare gli abiti color kaki.-
-E vai! Vai giù con la lezione.-
-Certo! Andavano nelle colonie vestiti di bianco. Poi, giù in Africa o in India era tutto uno schifo. Il bianco si sporcava e allora hanno inventato il color kaki.-
-Comunque si fa sempre solo e soltanto per le donne.-
-Ovvio che lo fai per le donne. Se no, il tempo come lo passi?-
-Guarda, io ormai non le ascolto nemmeno più.-
-Massì, dai. Una  più, una meno.-
-Lascia perdere. Sono tutte uguali.-
-E più se la tirano e più sono zoccole.-
-Guarda, io mi sono convinto che c'è qualcuno che se le porta a letto tutte e gli altri invece stanno lì ad attaccarsi al tram.-
-Proprio ieri su internet ho letto una roba. Guarda, la sacrosanta verità.-
-Cos'è che hai letto? Eddai, non tenertelo per te.-
-Guarda c'era questa frase, che proprio, ti dico, me la sono segnata sull'agenda. Così me la ricordo.-
-Eddai, allora! Che sarà mai questa frase?-
-Guarda, quando l'ho vista, mi sono detto, questo qua che l'ha scritta deve essere un genio.-
-E allora! E dilla, su!-
-Bèh, sto tipo qua ha scritto sul suo blog che per i maschi scopare è un duro lavoro, mentre per le femmine è solo una questione di scelta.-
-Cazzo! Questo qua gli vorrei proprio stringere la mano.-
-Ma ve lo immaginate, se qualcuna ci stesse ad ascoltare? Proprio adesso.-
-Perché, che ti credi. Che quando se ne stanno lì a parlare tutte insieme che sembrano le dame di San Vincenzo, parlano dell'uncinetto? Ma non lo sai che noi di loro non capiamo niente, mentre loro di noi sanno tutto. E capiscono tutto. Appena ti guardano ti hanno già inquadrato. E ti hanno già eliminato. E quando già pensano ad altro, tu sei ancora lì a parlare.-
-Stai tranquillo che sono peggio di noi.-
-Sì. Stanno lì a parlare di metri.-
-Sì, di quelli che hanno preso.-
-Magari pensando a te, stanno lì a parlare di centimetri.-
-Sì, e pensando a te parlano di millimetri. Stai sicuro.-
-Guarda, a me le cose troppo complicate non piacciono. Quando lavoravo negli Stati Uniti, se una voleva venire a letto con te, te lo diceva e basta.-
-Hai ragione, qui è sempre tutta una gran manfrina. Che poi perdi solo del tempo.-
-Sì, e sta sicuro che sta lì a parlare con te di un sacco di cazzate. Tu le dai corda. Ci perdi un sacco di tempo e intanto lei pensa solo a quello che si vuole scopare. E che non sei tu. Tu per lei sei solo l'addetto alle cazzate.-
-Hai ragione. Sono micidiali. Ma io dico. Se ti vuoi far scopare da uno, perché cazzo continui a perdere tempo con me. Io almeno, se una non mi interessa, mica la tengo lì ad ascoltare le mie cazzate per più un'ora.-
-Ma in sto posto le sedie non le puliscono?-
-Perché?-
-Cazzo, mi sono sporcato i pantaloni.-
-E dai. I pantaloni bianchi non sono difficile da pulire.-
-Chinos! Non pantaloni! E kaki! Non bianchi! Kaki!-

domenica 14 marzo 2010

Layla

Quando si erano conosciuti lei gli aveva detto: -Mi piaci perché sei un uomo sensibile.-
Era in quel momento che avrebbe dovuto cominciare a capire. Ma era andato avanti lo stesso.
Alla fine la cintura l'aveva appesa al manubrio del camminatore. Lo usava per tenersi in forma. Per piacere di più a sua moglie. Aveva fatto un piccolo tentativo per vedere se reggeva il suo peso. Poi se l'era legata al collo e si era lasciato andare. Era sicuro che lei, se l'avesse trovato, avrebbe buttato il biglietto. Quindi lo aveva dato in deposito, sigillato in una busta chiusa, al suo amico notaio.
Le volontà del defunto sono sacre. Tutti erano rimasti un po' così quando, alla fine del funerale, si erano sentite le note di Layla, dei Dereck and the Dominos. Eric Clapton l'aveva scritta per celebrare il suo amore per Pattie Boyd, che, moglie di George Harrison, lo ricambiava tradendo il marito.
Lei era appassionata di rock quanto lui, anzi, forse più di lui. Quando, alla fine della cerimonia funebre, sentì quelle note, seppe che lui aveva sempre saputo tutto. Fin dall'inizio.

martedì 9 marzo 2010

Una volta facevo i turni di notte

Una volta facevo i turni di notte. Come un metalmeccanico. Come un operaio della filanda (dalle mie parti non ce ne sono più) o di una fabbrichetta di tessili (dalle mie parti si chiamano, chissà perché, "maglierie" e di giorno ci lavorano le donne, mentre i turni di notte, a controllare i telai che lavorano ventiquattro ore su ventiquattro, li fanno gli uomini. Adesso, di "maglierie", ne saranno rimaste, sì e no, un paio).
Ma i miei turni di notte erano diversi. Claudio Magris ha scritto una volta, sul Corriere, che l'Italia ha due mali: un forte raffreddore che non ci ucciderà, cioè l'immigrazione clandestina, e una grave polmonite che alla fine ci farà soccombere, cioè la criminalità organizzata.
Ecco, io i turni di notte li facevo sia per il raffreddore sia per la polmonite.
-Sono il maresciallo. Dovrebbe venire subito.-
Il maresciallo della stazione di M. è più giovane di me. Magro, di bassa statura, è calvo. Ha una moglie e due figli piccoli.
Contro il muro sono in tre. Le mani alzate. Le teste chine. Sembrano enormi. Chi usa la violenza sembra sempre invincibile. Anche i carabinieri hanno paura.
-Maresciallo, una sigaretta?- La divisa nera con le bande rosse ai pantaloni ci viene vicino salutandoci con un cenno. Con la destra regge una gigantesca lampada alogena.
-No, grazie. Ho smesso tre anni fa. Fumare fa male.-
E' come uno schiaffo dato con forza da un bambino cattivo. Uno schiaffo che manca il bersaglio e sposta l'aria con violenza.
Il vetro della gigantesca lampada alogena va in pezzi. Un sibilo passa tra la testa calva del maresciallo e la mia. Un rumore sordo, quasi stupido, di latta ammaccata. Il proiettile buca la lamiera del palo alle nostre spalle.
-No, grazie. Ho smesso tre anni fa. Fumare fa male.-
Una volta facevo i turni di notte. Adesso ho smesso.

venerdì 5 marzo 2010

L'odore del riso

Stasera me ne sono reso conto ancora una volta. Tra poco ritornerà il mare a quadretti. Ancora un poco. Un mese, forse. Ma per sentire l'odore del riso ci vorrà ancora tempo. Dovrà venire agosto. Allora sì che, attraversando il Po, arrivando da Alessandria, o il Sesia, arrivando da Vercelli, l'odore del riso si farà sentire.
Stasera me ne sono reso conto ancora una volta. Tornavo dalla presentazione del libro di un amico e mi sono guardato indietro. A volte vedo molte cose. A volte niente.
Stasera ho rivisto un tavolo. Un tavolo con tre sedie. Michel è un miliziano della Falange e David è un sergente dei Golani, un reparto d'élite della Tsahal, l'esercito israeliano. David porta occhialini da intellettuale ed è calvo e un po' sovrappeso. Non sembra un sottufficiale di un reparto d'assalto. Michel è alto, secco e ride con l'ironia stampata sulla faccia.
-Allora cosa fai?-
-Scrivo.-
-Che cosa?-
-Racconti. Ogni tanto compilo dei rapporti.-
-Sei un militare?-
-No.-
-Se scrivi racconti, allora sei un poeta. E i poeti non vanno in guerra.-
In mezzo al tavolo c'è una zuppiera. Piena di riso.
-Senti un po', sei laureato?-
-Sì, in legge.-
-Abbiamo fatto delle cose. Con i nostri reparti, intendo. Sai, la guerra. Ce la spieghi la differenza fra il dolo e la colpa?-
David fa vedere la sua arma.
-E' perfetta, sai? Lo scarrellamento è quasi invisibile. Così la polvere del deserto non entra.-
Mette l'arma sul tavolo. La canna colpisce la zuppiera, che si rompe. Il riso bollito si sparge per tutto il tavolo.
Ogni tanto mi guardo indietro. A volte vedo molte cose. A volte niente.
In questa storia non so se ci sono stato veramente, oppure, se l'ho solamente immaginata.
Stasera, arrivato a casa, sono andato subito ad aprire l'armadio. Dentro ho trovato un giaccone militare color kaki. Ha molte tasche. Possono contenere dei caricatori. All'interno c'è un tasca rinforzata. Può portare il peso di un arma. Anche di un arma con lo scarrellamento ridotto al minimo.
Non ricordavo di possedere una giacca del genere. Ho messo la mano in una tasca. Ci ho trovato dei vecchi chicchi di riso. Secchi. Sembravano di riso bollito.
Due libri.
Storia dei servizi segreti in Italia, di Giuseppe De Lutiis (Editori Riuniti).
I sapori della Terra di Mezzo, di Michele Marziani (Guido Tommasi Editore).
Il primo libro è ormai esaurito. Il secondo è uscito il 4 marzo e poiché il sottoscritto viene citato, non vi resta che andare subito in libreria.