martedì 15 giugno 2010

Rosso Floyd, di Michele Mari (Einaudi)

Avevano deciso di rischiare, all'Arcana Edizioni, quando, agli inizi degli '80, battezzarono una loro collana con il titolo Vessazioni. Erano i tempi del grande Riccardo Bertoncelli. E quella collana si richiamava, nel nome, a qualche cosa che, scrivendo e descrivendo di musica, sarebbe stata senz'altro mal sopportata dagli appassionati. Ma la musica, vessata dalla parola, non perde nulla, anzi migliora. E migliora sino al punto da diventare pretesto per trasfigurarsi in altro. In un altro più misterioso, più affascinante, più coinvolgente e più inquietante ancora della musica stessa. Questo è precisamente ciò che accade in Rosso Floyd.
Michele Mari compie un viaggio immergendosi nel suo (e nel nostro) cuore di tenebra. Compiendo un viaggio alla ricerca di ben più di un colonnello Kurtz. Fino alla scoperta di un non detto che, come La lettera rubata di Poe, se ne sta da sempre sotto gli occhi di tutti. Ma è proprio la lenta e cadenzata scoperta di quel non detto, che, come le Tre Madri di de Quincey che vegliano con amorevole sadismo sull'orrore del mondo, veglia a sua volta su un destino più che mai padrone delle vite dei suoi protagonisti, a significare il vero obiettivo ultimo di questo oggetto narrativo.
Maledetto come una fanzine ed ironico come un processo della Santa Inquisizione (non ho sbagliato; ho scritto proprio così: ma è questa l'affascinante cifra stilistica di Mari) Rosso Floyd raduna una sterminata schiera di personaggi, teorie, follie degne della miglior Amok Books. La ridda delle informazioni, che oggi sono reperibili nell'universo digitale, viene ordinata e resa pregna di significati da un mezzo cartaceo come il libro. Si realizza così, in modo interessante e forse inconsapevolmente provocatorio, l'inversione di quel flusso che si crede debba ormai sempre seguire unidirezionalmente la via dal cartaceo al digitale e non il contrario. Semplicemente affascinante. Il mezzo stesso (il libro) e le sue idee, assurgono a simbolo di un confronto mediatico che sembrerebbe a senso unico, ma che a senso unico forse non è. Il libro quindi (il libro inteso come piattaforma, mezzo, formato) che simboleggia, con questo confronto dall'esterno, il confronto fra realtà e mistero che sta all'interno della storia narrata.
Forse il libro stesso è parte di quel mistero, di quel non detto. Forse Rosso Floyd è a sua volta un simbolo da decifrare. Forse è una chiave. Forse noi non esistiamo. Forse i nostri pensieri non nascono dalle nostre menti, forse non esistono nemmeno. Oppure, come i Pink Floyd da Syd Barret, anche noi, e i nostri pensieri, siamo guidati e governati dai fantasmi.
Un libro.
Rosso Floyd, di Michele Mari (Einaudi).
Un film.
Pink Floyd The Wall, di Alan Parker, 1982.

2 commenti:

Giulio Napoleoni ha detto...

Di Mari ho letto Euridice aveva un cane, Di bestia in bestia, Tu, sanguinosa infanzia, il suo diario militare e Rondini sul filo. Già lo stimo moltissimo, ma questa recensione mi ha proprio fatto venir voglia di leggere questo ultimo (e di recuperare anche altri suoi romanzi importanti che non ho ancora letto). Su un pezzo dei Pink Floyd ho appena scritto un breve post sul mio blog... http://giulionapoleoni.blogspot.com/

Angelo Ricci ha detto...

Rosso Floyd è un mezzo, è uno strumento, è una chiave, forse...