lunedì 8 febbraio 2016

Notturno cileno, di Roberto Bolaňo (Adelphi)

Un io narrante tragico e orrorifico è quello che produce il flusso di coscienza agghiacciante di questo romanzo disumano. Disumano nella misura in cui è disumana la tranquilla banalità del male, l’ordinata disarticolazione dei corpi effettuata come lavoro ragionieristico da mediocri impiegati della sopraffazione e della violenza. In questo ultimo romanzo pubblicato in vita Roberto Bolaňo mette in scena gli incubi e le ossessioni che ne hanno declinato la sua immortale via crucis narrativa, via crucis di un popolo che assurge a via crucis di tutte le sataniche maledizioni del potere. Avvezzo con sprezzo di tutto a guardare in quell’abisso di orrore che, se osservato a lungo, guarderà prima o poi nell’animo dell’osservatore, Roberto Bolaňo, mitridatizzato dalla sua esperienza di vita e per questo in grado genialmente di rendere analisi asettiche delle più verminose pieghe dell’animo degli umani, si incarna qui, assumendosi la difficile responsabilità narrativa della prima persona singolare, nella figura di un sacerdote dall’anima combusta da orrori che sono dei singoli e della collettività, assiso in un letto di probabile morte come un Malone beckettiano mentre rimembra terribili errori e attenuative giustificazioni nell’atto di giungere a un improbabile armistizio con la propria vita, la vita di un essere costretto a fuggire il male fino a rendersene inconsapevolmente forzoso collaboratore. Roberto Bolaňo arriva ai limiti della sua stessa storia personale mostrando qui le figure definitive di Pinochet, di Leigh, di Merino, di Mendoza, i quattro componenti della bestiale giunta militare cilena, strappando così il velo narrativo dietro il quale nelle sue opere si intuiva sempre la presenza dei quattro demiurghi del male che ora si appalesano in un’epifania di marziale orrore. Orrore che dal potere discende sino allo scantinato di quell’orrida villetta in cui una tragica scrittrice tenta di dissimulare il demoniaco raccapriccio che invece ha scelto in prima persona e consapevolmente, credendo di poterne sfuggire attraverso una condivisa vita coniugale con un impiegato del male. Sguardi di sofferenza celata, mezze parole e parole non dette, tutti gli indizi che i personaggi di Bolaňo seminavano sul cammino dei loro lettori, da Stella distante in poi, partoriscono qui il loro frutto di morte. Libro estremo e definitivo Notturno cileno è esempio geniale e mirabile di quello che Bolaňo è riuscito a disvelare dell’animo degli umani. Da Notturno cileno non si può più tornare indietro.
Un libro.
Notturno cileno, di Roberto Bolaňo (Adelphi).

domenica 7 febbraio 2016

Il quinto numero de Il Colophon


Da pochi giorni è online il quinto numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore, diretta da Michele Marziani. L'argomento di questa volta è "Write drunk, edit sober", nota citazione hemingwayana. In questo numero scrivo a proposito di Hemingway, recensisco Panegirico di Guy Debord e intervisto Gian Arturo Rota, storico collaboratore del grande Luigi Veronelli.
Buona lettura!

mercoledì 3 febbraio 2016

L'odore del riso. La recensione di Roberta Marcaccio


Una recensione intensa, profonda, completa. E' quella che Roberta Marcaccio scrive a proposito di L'odore del riso. E così perfetta che non è necessario aggiungere altro se non l'invito a leggerla. L'originale è qui. Buona lettura!

Ultima puntata della trilogia della pianura, tre noir che mi hanno trascinata di getto in un mondo a me completamente sconosciuto. Di getto come la stesura di questa recensione.
Sono sul Frecciarossa Milano – Napoli, torno a casa dopo una giornata di lavoro nel mio ufficio milanese, mi lascio alle spalle il capoluogo lombardo e attraverso la pianura. La stessa della trilogia.
Coincidenza?
Non credo alle coincidenze. Credo ai bivi, agli incontri, alle scelte. Alle luci che si accendono al momento giusto e all’istinto.
Mentre scrivo (sempre di getto) penso alle sensazioni, alle parole, alle immagini che i libri evocano e a ciò che è successo, alla mia anima, durante la lettura de L’odore del riso.
Un libro particolare, denso, da poltrona, tè speziato, silenzio e profumi forti. Un perfetto esempio di Slow Reading.
La prima volta ho iniziato a leggerlo come se fosse stato un Armony (non li leggo, non pensate male di me!); l’autore se n’è accorto, mi ha “presa a schiaffi” e costretta a ricominciare daccapo.
Non so se ho letto la trilogia (Sette sono i reNotte di nebbia in pianura e L’odore del riso) nell’ordine corretto. In effetti non esiste un ordine, sono tre storie ben definite e distinte ma sono felice di avere tenuto per ultimo il libro, a mio avviso, più intenso dei tre (forse l’autore non sarà d’accordo).
La storia è difficilmente intuibile. Occorre, con pazienza, arrivare almeno al sessanta per cento della lettura per cominciare a delineare i personaggi, le esperienze, il loro vissuto e cosa se ne fanno della loro vita (in alcuni casi molto complicata).
Sono felice di averlo lasciato per ultimo perché mi ha dato modo di gustare, un poco alla volta, lo stile crescente ed ogni volta diverso dell’autore, entrare nella sua penna ed esserne trascinata.
L’odore del riso ha tre aspetti che emergono con una prepotenza quasi indisciplinata e, per questo, molto apprezzata.
Parto dal basso…
La prima cosa che ho notato è stato il coraggio nell’uso, quasi “illegale”, di aggettivi e avverbi; un plauso all’autore! Io ho il terrore di aggettivi e avverbi. Angelo Ricci lì ha domati, addolciti e incastonati in modo magistrale, con brillante sapienza.
La seconda caratteristica che salta agli occhi è la “geometria delle cose”; il mondo de L’odore del riso è un mondo quadrato, angolare, sferico, è il mondo delle rette, dei piani, dei cerchi. Il rispetto della geometria è anche nella scrittura, nell’incastro delle parole, nella scelta delle ripetizioni, a mio avviso, perfette.
“E’ tutta geometria. Non si scappa. Le cose sono tutte unite. Per i lati e per gli angoli. L’importante è calcolare bene le aree e le metrature. E basta saperlo, che è tutta geometria.”Ultima ma meravigliosa qualità… (consentitemi la sospensione): i colori. Sarà che amo i colori e la musica ma i marroni, i verdi, i gialli, ed anche i grigi, il nero, il bianco, l’azzurro creano una melodia che non ho trovato in nessun altro libro fino ad ora. È il libro dei colori. Sono rimasta suggestionata. Ho seguito la scia delle parole ed ho capito che ogni singolo elemento era stato studiato con vera accuratezza. Forse sarò smentita ma credo in ciò che ho percepito, nel mio istinto.
“E’ l’aria che mescola tutti i colori. Che mescola il verde e il grigio e l’azzurro. Che mescola anche il bianco di una carrozzeria, sporco dal rossiccio della ruggine, sporco dal nocciola dell’argilla dei fossi. Che mescola il nero, stinto dal troppo uso, di quattro pneumatici che reggono il bianco chiazzato di ruggine e di argilla di un furgone.”L’odore del riso è il libro dei sensi; pagine che evocano odori, immagini, sensazioni a pelle… Sensazioni vissute dall’autore e trasmesse, come un fluido, nell’anima del lettore (in questo caso lettrice: io!).
Un libro che non si legge in due giorni: pretende attenzione e la merita!!!
Guardatelo da vicino e poi allontanatevi poco alla volta.
L’odore del riso è un dipinto.

lunedì 1 febbraio 2016

Il brevetto del geco, di Tiziano Scarpa (Einaudi)

Leggo Il brevetto del geco e vado con la memoria alle due interviste rilasciatemi da Antonio Moresco dove l’autore dei Canti del caos mi spiega che lo scrittore per raggiungere una visibilità nel mondo editoriale deve prima o poi trovare una “fessura” che gli permetta di deflagrare il muro di gomma che l’anonimato gli costruisce attorno. Tiziano Scarpa ha rappresentato per Antonio Moresco proprio quella “fessura” quando, lettore per Feltrinelli, rimane folgorato dalla prosa moreschiana e ne consiglia vivamente la pubblicazione. E gli echi di un comune sentire si sentono e si apprezzano. La declinazione onirica di un reticolato metropolitano gravato dagli orpelli di una modernità che propaganda il superfluo, l’intersecazione tra anime e corpi in un perenne travaso di sentimenti che finiscono con il levarsi come spettri che cantano inni al nulla, l’invettiva alla Testori che viene sublimata dal ricorso ai padri della commedia dell’arte che, come Goldoni, trasfigurano la disperazione in querulomane posa di personaggi insoddisfatti delle loro vite. E forte è l’influsso anche delilliano nel congetturare il mondo attraverso le linee evanescenti di installazioni artistiche che si propagano nel mondo per mezzo di una partenogenesi visiva che tenta di interpretare il tempo, di imprigionarne lo scorrere degli attimi. Mi pare che Scarpa non ami il postmoderno letterario, tuttavia Il brevetto del geco presenta molti degli elementi che Stefano Ercolino descrive nel suo saggio Il romanzo massimalista, ma le tracce di postmodernismo Scarpa riesce a farle perdere genialmente, ingaggiando un duello con la parola che si trasforma in universo parallelo in cui le metamorfosi della descrittività storica di un oggetto, di un monumento, di un movimento artistico si trasformano in palinsesto rinascimentale sotto il quale la digressione, vuoi storica o culturale, vuoi riflessa dal richiamo alle parole d’ordine della rete, rete che già inizia a vivere come golem letterario nei libri di Moresco appunto, diventa momento essenziale di esaltazione della narrazione, come già ne La caduta di Diogo Mainardi, altro romanzo veneziano di quella Venezia, città di Tiziano Scarpa, in cui va alla fine a dimorare, dopo essersi generata in una Milano dai colori che ricordano il prodromo di Orfeo in Paradiso di Luigi Santucci, la consustanzialità delle trame de Il brevetto del geco
Un libro.
Il brevetto del geco, di Tiziano Scarpa (Einaudi)

martedì 26 gennaio 2016

L'invisibile ovunque, di Wu Ming (Einaudi)

I fotoni emessi dagli avvenimenti storici giungono a colpire l’osservatore percorrendo uno spaziotempo che aumenta in proporzione all’aumento del distacco spaziotemporale che divide avvenimento e osservatore. Immerso nel divenire quantistico della storia, Giorgio Galli da tempo afferma che gli accadimenti che gli umani ad essi spaziotemporalmente più vicini definiscono come Prima e Seconda Guerra Mondiale appaiono ora, in questo istante quantistico posto a maggiore distanza da quegli stessi osservatori, in realtà come un unico accadimento che, stante le future e probabilistiche osservazioni che saranno naturalmente ancora soggette a mutazione spaziotemporale, è da definirsi come Seconda Guerra dei Trent’anni. 
La destrutturazione degli strumenti portatori di terminazione bellica, la disarticolazione delle fortificazioni, il frastagliamento apparentemente mobile dell’immobilità delle trincee, la trafittura dei cieli da parte della guerra aerea e dei mari da parte della guerra sottomarina, il venire meno dei colori sgargianti distintivi delle divise degli eserciti contrapposti e la loro mescolanza in un unicum di camuffamento che si allarga a macchia d’olio uniformando quei colori, per mezzo delle nuove tecniche di mimetismo, a un terreno devastato e vulnerato, in cui la vulnerazione è la stessa dei corpi mimetizzati nell’uniformità delle divise, i telefoni sempre funzionanti (come non dimenticare quella poetica mortale, quasi da androide phildickiano, di quella comunicazione ininterrotta tra telefoni militari che apre il monumentale Europe Central di William T. Volmann) portano Stephen Kern a definire gli accadimenti del 1914/1918 come “guerra cubista”, estrema contaminazione di ideologie, di pensieri e posizioni intellettuali ed artistiche che danno vita a un golem in cui il soffio dell’arte si sposa al soffio dell’angelo della morte. 
Esploratori da sempre di anfratti nascosti e obliqui del divenire spaziotemporale della storia, i Wu Ming penetrano in questo buco nero bellico e loro stessi assumono quelle tecniche di mimetizzazione per addentrarsi in un’esplorazione dei corpi e delle anime che in esso si squarciano. Quattro sono i capitoli de L’invisibile ovunque. Il primo è dimostrazione prodromica di tutto ciò che Hannah Arendt avrebbe definito, in quella porzione terminale della Seconda Guerra dei Trent’anni, come “banalità del male”, banalità che alberga nelle menti di ogni umano che ottimizza nella violenza bellica il proprio male nascosto, dall’ardito che sapientemente flette i muscoli in un’uniforme consona alla deflagrazione del corpo del nemico, al contadino bavarese che diventa aguzzino delle SS, al ragioniere serbo che si mette agli ordini del criminale di guerra Arkan “la tigre”. Il secondo è dimostrazione agghiacciante di quella vulnerazione che trafigge anime, corpi e menti che nel camuffamento dei propri pensieri, immaginato come artificio estremo di salvezza, trovano in realtà l’eterno abisso che non vede l’ora di specchiarsi negli occhi di chi ha commesso il tragico errore di osservarlo, in una mutua e reciprocamente quantistica danza di morte in cui l’osservatore è preda dell’osservato. Il terzo è ostensione di quella contaminazione del sentire novecentesca, al contempo vittima e carnefice, dell’arte, della pittura, della musica, della poesia che ha soffiato sul fuoco della creazione accorgendosi troppo tardi che sotto quel fuoco covavano, mimetizzandosi, le ceneri di mostri che avrebbero condotto gli umani alla morte auto inflitta nel tentativo di sfuggire alla terminazione imposta da quegli stessi mostri. Il quarto è debito genialmente narrativo nei confronti del Roberto Bolaňo de La letteratura nazista in America, ma anche del J. Rodolfo Wilcock de La sinagoga degli iconoclasti e del Danilo Kiš dell’Enciclopedia dei morti e anche della magnifica ossessione filmica, che oggi definiremmo, limitandola comunque, steampunk, del visionario Karel Zeman.
Forse, in un tempo che deve ancora giungere perché è già giunto, in un quadrante parallelo di un universo parallelo in questo preciso istante si sta combattendo The Great Martian War 1913-1917, versante mimetico di una eterna guerra millenaria che unisce nel dolore tutti gli universi.
Un libro.
L’invisibile ovunque, di Wu Ming (Einaudi).

lunedì 25 gennaio 2016

L'odore umano, di Ernő Szép (Calabuig)

Ungheria 1944. L’ex Transleitania dell’impero austro-ungarico ha condiviso alla fine della Prima Guerra Mondiale il crollo dell'Austria Felix (reso mirabilmente, dalla parte austriaca, dalla magnifica e inconsolabile poetica che traspare dalle opere di Joseph Roth), vivendo poi la parentesi belakunista dell’estremo confronto sociale che riverbera, prodromo degli avvenimenti che condurranno alla dittatura nazista, negli anni delle riparazioni di guerra imposti dal Trattato di Versailles anche nella evanescente e postguglielmina Repubblica di Weimar. Stabilità cerca l’Ungheria dandosi alla “monarchia senza re” dell’ex contrammiraglio asburgico Horthy, eletto dal parlamento come “reggente” e da allora definito “ammiraglio senza flotta”. Tiepidamente disposto a seguire la politica antisemita del Terzo Reich una volta divenuto alleato dell’Asse, Horthy verrà deposto dai tedeschi dopo un fallito tentativo di armistizio separato con l’Unione Sovietica e al suo posto i nazisti pongono al vertice dello stato magiaro il movimento filonazista e violentemente antisionista delle Croci Frecciate, guidato da Ferenc Szálasi, mentre le truppe dell’Armata Rossa superano i confini in direzione di Budapest in un’atmosfera ormai di fine imminente e di caduta degli dei (attimo storico reso con toni tragicamente onirici, e disvelando anche insospettabili retroscena politici, da Jonathan Littell nel suo romanzo Le benevole). Ed è questo attimo storico, attimo che nella sua sofferenza vale tutto il tempo dell’universo, che Ernő Szép localizza come momento narrativo di questo intenso L’odore umano. Come un diarista del Settecento l’Autore descrive le piccole sofferenze quotidiane, i mali del corpo (che divengono ben presto ferite irrimarginabili dell’anima), gli affanni di chi, vecchio, è costretto ai lavori forzati, gli afrori e gli sconforti della promiscuità imposta, la disperazione e le vane attese, le minuscole solidarietà e le incomprensibili violenze verbali e fisiche frutto dell’ideologismo più bestiale. Ernő Szep si barrica dietro questa relazione scritta del tragico divenire quotidiano il cui minimalismo descrittivo non è fuga, bensì tentativo umano di comprensione di un disumano (e antiumano) incomprensibile demiurgo di morte, quello stesso demiurgo di morte la cui orrida apparizione costringerà Primo Levi a scrivere: “C’è Auschwitz, dunque non può esserci Dio”. L’odore umano è romanzo di un grande autore, diario di una vittima che comunque resiste al di là di tutto, medicina prescritta da un medico dei sentimenti come linimento per le piaghe di quei mali che uomini satanicamente accecati impongono ad altri uomini. “Fui Ernő Szép”, così l’Autore presentava se stesso negli ultimi anni della sua vita e noi, nell’accoglimento di questo suo basso profilo dai toni quasi alla Borges, gli rendiamo l’onore che si rende agli eroi della parola scritta.
Un libro.
L’odore umano, di Ernő Szép (Calabuig).

martedì 12 gennaio 2016

Senti le rane, di Paolo Colagrande (nottetempo)

Parole che perimetrano un luogo fantastico di accadimenti bislacchi ed eccentrici come eccentrico è il segno lasciato da un compasso estremo che racchiuda in sé la pianura, la risaia, un mare forse illegittimo e quel gracidio stolido di rane perenni che avvolgono come un umido manto una stagione che è tutte le stagioni: afa, gelo, neve, pioggia battente, brezza di mare e di terra che parte e arriva neanche lei sa bene dove, purché a delimitare paesi e paesoni dalla toponomastica di santi lisergici il cui patronimico va ben oltre l’elenco esaustivo di un calendario ormai strapieno di martiri dalle crocefissioni di fuoco e dalle mutilazioni catartiche. Un bar, forse avamposto di liquefazione di vite paesane, che ospita il dipanarsi di una storia mimetica nella parlata da gramelot padano di filosofi dalle menti peripatetiche avvezze a sdoganare il tutto e il niente che nasce e muore dal confine delimitato da marcite fangose e da aromi salmastri di mari clandestini che nascono dal coniugio fantastico di una terra (in)esistente in cui Fellini ha incontrato Borges mentre Ermanno Cavazzoni redigeva, triste solitario y final, il verbale di cotanto convegno. Preti svagati, svenevoli, vanesi e fatui, attori e convenuti al contempo di appuntamenti erotici con bellezze dal soffice tono muscolare avanguardista e sempre dimentiche delle loro mutande, filosofi da lor stessi per primi incompresi che vanno a mungere e vendemmiare stilemi di improbabili, ma al contempo lucidissime, chiarificazioni rinascimentali, bizantine, leonardesche e vitruviane. Perpetue manzoniane, ma anche guareschiane, dal grilletto facile che esternano ai carabinieri, che paion gendarmi pontifici alla ricerca del Pelloni Stefano detto il Passatore, un’eterna confessione di avvenute terminazioni per l'asepsi immortale dell’anima e del buon nome di Santa Romana Chiesa. C’era nei Settanta un bolognese dal nome di Pupi Avati che aveva girato, in quella stessa padania dalla estrema favola che è la stessa forse del Paolo Colagrande, ivi sempiterno autore, un film dal titolo La casa dalle finestre che ridono dove alla fine (quella fine che un cinematografico poster dell’epoca diceva “non riuscirete a sapere nemmeno con una soffiata”) il prete dalla presunta bonaria ciccia si spogliava della ecclesiastica vesta per giungere all’ostensione di una vecchia femmina dalle sadiche voglie omicide e torturatrici. Ecco, Senti le rane non è che sia poi un librettuccio leggero di favella svelta, no, Senti le rane è un padano e potente Necrocromicon, un buco nero orrorifico in cui tutte le parole vengono risucchiate perché prima si risucchian le parole e poi si fa lo stesso con gli umani che hanno avuto la baldanza proterva, o la mestizia disattenta, di proferirle. Amen.
Un libro.
Senti le rane, di Paolo Colagrande (nottetempo).

lunedì 11 gennaio 2016

Le figlie degli altri, di Richard Stern (Calabuig)

Tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta va in crisi il mito della invincibilità degli Usa, impanatati militarmente nel Vietnam e altrettanto impantanati moralmente nello scandalo Watergate, percorsi da Summer of Love hippie e stragi della Manson Family, trafitti dall’allucinazione lisergica del profeta Timothy Leary e scossi da una rivoluzione sessuale a metà strada tra rinascita dei corpi e creazione di nuovi consumi da parte di corporation mediatiche che avevano fiutato l’affare del sesso libero. Ed è il crollo del mito di questa invincibilità che fa da sfondo alla educazione sentimentale del professor Merriwether e della sua giovane ed erotica allieva Cynthia. Ma non c’è nessun Angelo Azzurro, non c’è nessun professor Unrat all’orizzonte di questa vicenda, perché Richard Stern compone un grande romanzo sulla condivisione dei sentimenti, sulla difficoltà dell’essere genitori ed educatori, sulla difficoltà dell'essere figli, un romanzo che ricorda la grande stagione del romanzo ottocentesco, un grande romanzo sull’America. Non c’è nulla di letterariamente morboso in Le figlie degli altri al contrario della morbosità squisita, cercata e letteraria che troviamo in Lolita di Nabokov. Le figlie degli altri è l’affresco di una società pervasa da una secolare mutazione politica, sociale, quasi genetica, una mutazione che provoca crisi, febbri, travagli dai quali si intravede comunque uno spiraglio di cambiamento forse positivo. Atmosfere da New England, rivalità accademiche e ripicche da Heavy League, una famiglia descritta genialmente nel divenire di tutti i suoi componenti, una storia d’amore che nasce da una crisi coniugale in atto da tempo e il ritratto del protagonista maschile mai scontato, mai descritto banalmente ma sempre come artefice di un destino complesso e che, pur guardando al domani, mai potrà e vorrà dimenticare il passato. Scritto con potente levità narrativa, con piccoli intarsi che riconducono raffinatamente anche al romanzo postmoderno, in Le figlie degli altri troviamo tutta l’atmosfera letteraria dei Roth, degli Updike, ma corretta dalla dolcissima sensibilità umana dell’Autore, che mai condanna, mai assolve, ma sa presentare l’intreccio umano e insondabile che unisce le vite che si mettono geneticamente in gioco in quel grande e oscuro e tragico e magnifico luogo che è la famiglia. Come ne Le affinità elettive di Goethe, anche il professor Merriwether cercherà di interpretare il mondo con l’aiuto della sua formazione scientifica, nella consapevolezza tristemente gioiosa che i sentimenti a volte ci salvano, a volte ci feriscono, ma che comunque l’importante è viverli.
Un libro.
Le figlie degli altri, di Richard Stern (Calabuig).

martedì 29 dicembre 2015

Notte di nebbia in pianura. La recensione di Roberta Marcaccio


Notte di nebbia in pianura è stato il primo romanzo che ho pubblicato e per questo mi legano a questo libro un affetto particolare e anche i ricordi del mio esordio come autore. Questo blog prende proprio da lì il suo nome. Roberta Marcaccio ne scrive una magnifica recensione. Notte di nebbia in pianura è disponibile in versione cartacea per i tipi di Manni Editori e in versione ebook per i tipi di Antonio Tombolini Editore in cui, nella collana Officina Marziani, va a comporre, con Sette sono i re e L'odore del riso, la mia "Trilogia della pianura"
L'originale della recensione è qui. Buona lettura e Buon Anno!


La nebbia. La nebbia in questa terra. La nebbia che d’inverno ricopre i campi che d’estate diventeranno un mare a quadretti.Non serve a niente.Non ti ci puoi nascondere.Mai.
Dopo anni di corsi e lettura di manuali di scrittura, ho capito una cosa!
In scrittura non esistono regole. Non esiste uno stile. Non esiste un prontuario del giovane scrittore.
Quello che esiste è lo stile che ognuno ricerca e le regole che ogni autore fa proprie.
Sono rimasta colpita da libri che erano al di fuori da ogni canone letterario e dalla particolarità stilistica scelta dallo scrittore.
Come in Notti di nebbia in pianura, romanzo di Angelo Ricci, che ancora una volta mi ha catturata in una lettura noir per me insolita.
È una storia forte, dura. Una vicenda di vite spezzate, avvolte dalla nebbia.
Nebbia che ricopre, congela, stravolge, confonde.
Nebbia in cui si perde tutto: l’arroganza dello Sticazzi, il colore degli occhi di Svetlana, il cemento della tomba che ormai sarà tutto spaccato, la felpa di Ibrahim così calda, l’avvocato che vende opere d’arte a trecentonovantanove euro…
Le storie dei vari personaggi si snodano nella notte della Vigilia di Natale; sono vite apparentemente divise, le une dalle altre, ma allo stesso tempo accomunate dallo stesso clima e strappate alla stessa amarezza.
Lo stile di Angelo Ricci è ancora una volta unico, mi piace definirlo “uno stile al di sopra dello stile”: una scrittura in cui non esistono regole e la narrazione, anziché essere banalizzata, viene esaltata.
Vite come polvere.
Vedo la polvere che danza nel cono di luce che producono i riflettori. La polvere che adesso si stenderà piano piano su queste croste da poco prezzo e su queste povere suppellettili placate argento mille.Vedo la polvere che si agita attorno a noi.Che ci domina.Che ci governa.Che respiriamo.Tutti i giorni.Sempre.

martedì 15 dicembre 2015

Vermeer tra ombre e "colmo dei lumi". La fanciulla, la donna e il raggio fecondo, di Augusto Iossa Fasano (Aracne)

“Ci sono più cose in cielo e in terra… “ scriveva Shakespeare e in questo agile e utilissimo saggio veniamo a scoprire universi plasmati e celati dall’uso sapiente di luci e ombre, dalla significante allocazione di oggetti, di barriere, di figure che albergano mistericamente nella pittura forse enigmatica di Vermeer che, percorrendo la strada cifrata della simbolica cosmogonia che vive sotto la superficie dei dipinti dell’iconografia occidentale, semina flussi di ataviche e reiterate rimembranze di vita e di morte, di pace e di violenza, flussi pittorici che sottendono al flusso spermatico di inseminazioni che è punto Omega dell’incontro simbiotico degli esseri. Un costante feedback di informazione non genetica vive e palpita tra gli scenari (verrebbe da dire paesaggi umani) che nascono dal perimetro finito di questi dipinti, perimetro finito che tuttavia si schiude al perimetro infinito della informazione genetica. Così scrive l’Autore: “Tredici le opere attribuite a Vermeer con donna e finestra visibile, in altre quattordici la cornice della fonte luminosa non compare direttamente, ma se ne intuisce la prossimità. In totale per ventisette volte una donna si espone, pur ben coperta, alla luce che penetra da qualche apertura delle mura di casa”. Così scrive Bianca Tosatti nella prefazione: “I numeri parlano di gravidanze e inseminazioni, come nella geometria sacra in cui Tredici simboleggia l’eterna distruzione e creazione della vita. Ma Ventisette è un numero potente, prodotto da un quadrato per un cubo, e ventisette sono le opere in cui Vermeer espone una donna alla luce di una finestra (quadrato) che illumina una stanza (cubo)”.
Scopriamo così l’esegesi di una perenne annunciazione che ingravida la donna come eterno archetipo che trasmette la vita, una annunciazione che inizia addirittura nell’altrove degli umani, un altrove forse dominato da un demiurgo frutto di una gnosi apparentemente indifferente e tuttavia pregna della ricerca del significato ultimo delle parole e delle cose. La figurazione maschile, soldato o maestro o sapiente demone portatore di fascinose seduzioni, si pone più come ostacolo che come essenza di intermediazione carnale, ostacolo (con)fuso nella barriera di altri ostacoli (im)mobili, tendaggi o sedie o tavoli o credenze, ostacolo forse foriero di occulta e lacerante violenza, nella simbolica riaffermazione di uno spostamento virtuoso di confini raggelati dalla quotidiana, e per questo ancor più agghiacciante, concretezza del presente ma tendenti tuttavia all’incontro ineludibilmente necessario con l’infinita fonte di spazio tempo declinato dalla eternità di quelle particelle elementari, i fotoni, al contempo viventi sia come essenza sia come percorso compiuto dal messaggio genetico della luce.
Un libro.
Vermeer tra ombre e “colmo dei lumi”. La fanciulla, la donna e il raggio fecondo, di Augusto Iossa Fasano (Aracne).