lunedì 27 aprile 2015

Gli increati, di Antonio Moresco (Mondadori)

Compimenti di trilogie che hanno in loro la significanza sacrale del numero tre, biblica genesi che riverbera segni che appartengono a quella notte dei tempi che appare nelle interpretazioni junghiane di sogni di raccapriccio in cui la parte più sepolta dell’inconscio collettivo, del cervello rettiliano di una contemporaneità collettiva affermata e negata assieme, è rappresentanza di mutazioni e movimenti di popoli indoeuropei dalla duméziliana definizione, protagonisti del primordiale mito ricorrente del viaggio, mito che trafigge fisica e metafisica. Tempi che si riannodano nel superamento dei limiti imposti da un sapere che va oltrepassato con l’immersione quantistica delle parole che si trasfigurano in strumento primevo e per questo irrinunciabile nell’interpretazione di un Tempo di Planck narrativo e narrante che va ben oltre la scintilla del Big Bang della presunta creazione, sino a giungere a confini estremi, a Bastioni di Orione, a Colonne d’Ercole, luoghi popolati da esseri mutaformi in mezzo ai quali l’Autore scruta una circolarità del tempo, dei tempi, che partorisce ancora ciò che ha già partorito e ciò che partorirà. Una bruma dantesca in perenne stato di oscillazione, trapassata da onde che sono al contempo particelle e particelle che sono l’affermazione e la sconfessione di un conoscibile che smentisce se stesso portando alla luce eternità di verità che riaffermano nel nulla il tutto e viceversa. L’Autore combatte la perenne sfida cui si è legato, toponimia della vita e della morte che si sviluppa tra i luoghi della sua infanzia e giovinezza fino a quella mappa di una Milano che è rappresentazione della metropoli antropofaga, in un autodafé perpetuo che racconta, assiso nel centro della catarsi dell’universo, il divenire delle testimonianze di una vita che forse è la sua e forse è quella di tutti, ma di quei tutti che ancora non sanno che nulla si è potuto conoscere, si può conoscere, si potrà conoscere. Alfiere estremo della parola scritta, messaggero del verbo nell’accezione assira di angelo, Antonio Moresco non teme ancora un volta, con gesto epico, di trasfigurare se stesso e di appalesare la propria anima in un infinito di immagini dove Giovanni Battista Piranesi incontra gli scorticati di Fragonard, nella realizzazione di un potentissimo affresco dell’universo fisico e metafisico degno di un demiurgo rinascimentale portatore di echi di un mazdeismo profetico, di una gnosi sapiente, demiurgo che al contempo è vittima e carnefice di quello scorticamento dei corpi e delle anime, gesto crudelmente necessario per giungere a quella meta agognata già da Giordano Bruno per la finale e ultima comprensione del luogo eterno in cui l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo si elidono e al contempo si creano.
Un libro.
Gli increati, di Antonio Moresco (Mondadori).

lunedì 20 aprile 2015

Rosso Floyd tradotto in inglese

Mi scrive Renata Sweeney, della Open Road Integrated Media e della
W.W.Norton & Company, note case editrici statunitensi. Mi dà la notizia che è disponibile l'edizione inglese in versione digitale di Rosso Floyd, di MIchele Mari. A loro è piaciuta molto la recensione che ne avevo fatto ai tempi e quindi mi inviano una copia digitale di questa nuova edizione. Se siete interessati a questa traduzione del bellissimo libro di Michele Mari andate qui.


mercoledì 15 aprile 2015

StreetLib, la bancarella dei libri

Qualche annetto fa, agli albori del libro digitale, mentre scrivevo a proposito del mio primo ebook mi era venuto in mente di paragonare il mio blog a un piccolo e personalissimo banchetto di libri, un po' come quelli dei mercatini che vivono nelle bellissime piazze italiane ed europee e che spesso sono gli unici luoghi in cui l'appassionato lettore trova titoli interessanti. Chissà perché l'dea di avere una bancarella di libri mi ha sempre affascinato e ricordo che Sebastiano Vassalli scrisse che, un tempo, chiese la licenza per poter vendere libri come ambulante. Antonio Tombolini lancia proprio in queste ore StreetLib, bancarella di libri che permette a tutti noi di realizzare il fantastico sogno di fare i librai (naturalmente seduti dietro una bellissima bancarella). 

martedì 7 aprile 2015

La cameriera era nuova, di Dominique Fabre (Calabuig)

E questa idea della Francia che appare nelle parole dure di Céline, in quelle onnicomprensive di Simenon, nel tragico scontro di vita e morte di Manchette e di Izzo, per non parlare dei monumentali Flaubert, Maupassant, Balzac, che hanno dato vita alla percezione del romanzo. E questa idea dell’Oltralpe, così a noi vicino nelle ibridazioni delle storie di confine di Francesco Biamonti, e sempre a noi comunque così irraggiungibile, aspettata meta letteraria, sentimentale, umana. E questa idea che oggi è narrata da un romanziere geniale con la sua La cameriera era nuova.
Dominique Fabre narra un quotidiano parigino di banlieues e di gares, di amori e di tradimenti, di amicizie e di solitudini, di corpi e di anime, di lavoro e di disoccupazione, di crisi economica e di immigrazione. Un quotidiano dove il non detto viene lentamente palesandosi tra le parole del detto, un detto che cela trascorsi di sofferenze, di scomposizioni che cercano, invano forse, di riaggregarsi nelle articolazioni di fati che prendono vita nella addizione delle molteplicità delle esistenze altrui
Un linguaggio apparentemente semplice che tuttavia è espressione di un io narrante potente, che si esprime con un flusso di coscienza che tutto comprende e tutto vuole comprendere nel tentativo di lenire gli affanni di tutti coloro che, come in una contemporanea commedia umana, dispiegano i propri destini nella evoluzione di questa narrazione.
Uno stile asciutto, spietato nella sua linearità, che è strumento forte di comunione del singolo e della collettività che lo circonda. Mai sappiamo appieno ciò che è celato da un presente che è frutto di un passato di accennato dolore, ma quel dolore è sempre nei pensieri, nelle parole, negli atti, come essenzialità di pentimenti accaduti e di redenzioni che avverranno, che dovranno comunque avvenire.
Come un film dei fratelli Dardenne La cameriera era nuova non indulge mai in barocchismi di maniera, ma fa della estrema sostanzialità della vita l’elemento imprescindibile per la comprensione dell’anima, quell’anima che da sola è in realtà paradigma dell’anima dell’umanità. Dominique Fabre non crea storie di inutili eroismi perché sa che il vero eroe è l’essere umano che ogni giorno accoglie in sé ogni attimo della vita, la sua e quella degli altri.
Un libro.
La cameriera era nuova, di Dominique Fabre (Calabuig). 

lunedì 6 aprile 2015

Sette sono i re e L'odore del riso a 4,99 Euro

Leggere costa? Il prezzo dei libri è troppo alto? Pensi che gli ebook debbano avere un prezzo contenuto? Da oggi puoi leggere Sette sono i re e L'odore del riso a soli 4,99 Euro, meno del prezzo di 5 caffè. Cosa aspetti? Li trovi su tutti gli store online, editi da una nuova e coraggiosa casa editrice, Antonio Tombolini Editore, che ha dalla sua l'esperienza pioneristica di chi, sin da tempi non sospetti, ha creduto al libro digitale, in una vivace e innovativa collana, Officina Marziani, diretta da Michele Marziani, che sta scoprendo un nuovo filone della narrativa italiana.


sabato 4 aprile 2015

Dall'ombelico al noir e ritorno

Un tempo, forse negli anni Settanta, si denunciava il fatto che in Italia non esistesse una produzione editoriale gialla o noir o poliziesca degna di questo nome perché si era tutti figli di Manzoni (che secondo me è invece un grande scrittore noir). Si criticava lo scrittore italico come ombelicale, cioè tutto preso dall'osservazione di se stesso e delle minimaliste afflizioni che nascevano da sentimentalismi tipo la morosa mi ha lasciato e adesso che faccio? Poi anche lo scrittore italico è diventato espertissimo di noir e allora tutti a citare (spesso a sproposito) Manchette e Izzo, tutti a dire che il romanzo che avevano scritto era certamente un noir sennò mammamia. Ora leggo da più parti, in special modo negli articoli dei soliti noti che, come da italico costume, già a vent'anni devono essere opinionisti di Corriere, Repubblica, ecc. ecc. già a vent'anni devono essere pubblicati dall'editore che conta ecc. ecc. che lo scrittore italico ha da abbandonare il noir e ha da ritornar a far sue le placentari ossessioni ombelicali. E si fan nomi del terzo e del quarto che, guarda caso, son sempre amiconi dei sopracitati e avrebbero da esser rivalutati, evviva. Un blog letterario di quelli che, come avrebbe detto il Mike Bongiorno, van per la maggiore dà la mossa e da lì è tutto un proliferar di articoli di giornale che sembran l'uno la fotocopia dell'altro.
Sarà mica che lo scrittore ombelicale ha ordito una trama noir per ritornar di moda?

martedì 17 marzo 2015

Giorgio Manganelli (1922-1990): un comunicato di Lietta Manganelli

Ricevo e volentieri pubblico questo comunicato inviatomi da Lietta Manganelli.

Cari amici,

gli anni passano e noi a volte non ce ne accorciamo nemmeno. Quest'anno sono 25 anni che il grande Manga è passato in un'altra dimensione.
Noi tutti sappiamo benissimo che il Manga non è mai morto, nel senso reale del termine: quante volte i suoi scritti, i suoi fulminanti pensieri, ci sono sembrati talmente attuali da sconcertarci, quante volte ci siamo chiesti, “Ma lui cosa avrebbe detto in quest'occasione?” , per accorgerci, stupiti, ma non troppo, che lui “l'aveva già detto!”.
Ci ha dato tanto che penso, e credo sarete d'accordo, ora tocchi a noi restituire qualcosa.
Come voi sapete, io da anni tengo, faticosamente, in piedi Centro Studi Manganelli: 
eventi, ricerche, studi, tesi di laurea, nuove pubblicazioni, tutto questo e tanto altro è stato reso possibile dal Centro, che ora, l'ho ripetuto fino alla nausea, rischia di annegare. Le istituzioni non esistono, non se ne occupano, salvo poi fregiarsi di merito quando i giochi sono fatti.
Ora, quest'anno, e mi pare doveroso, avrei in mente eventi ed omaggi da creare, ma per quanto io sia diventata un campione nel fare “le nozze con i fichi secchi”, veramente rischio di rimanere senza nemmeno i fichi secchi.
Sono certa che se ci mettiamo tutti insieme, un po' di fichi secchi potremo comprarli, non si cercano grandi cifre, certo se uno può, sono benvenute, ma veramente basta poco,  quello che uno è in grado di fare. Certo possono essere gocce nel mare, ma se quella goccia non ci sarà, al mare mancherà sempre quella goccia.
Lo so, è un periodo di crisi ma, senza cultura, dalla crisi non usciremo mai.
Non lasciamo che questo anniversario passi invano, non lasciamo solo il Manga, non lasciate sola me a dimostrazione che, come molti mi hanno detto e continuano a dirmi, sto cercando di raccogliere il mare con una forchetta!!!
Io sono sicura che amiamo il Manga, che non lo dimenticheremo.
Sono sicura che “ci daremo” una mano, siamo abbastanza folli per farlo, altrimenti il Manga non ci piacerebbe.
Se volete contattarmi, per qualunque cosa, e prometto che risponderò a tutti e, se a volte non l'ho fatto, per vicende familiari, ora il Centro (e il Manga) è una delle poche cose che mi danno la forza di andare avanti.
Grazie.
Lietta Manganelli

lietta.manganelli@gmail.com
349 7789466
Facebook – Manganelli Amelia detta Lietta
sito: manganelli.altervista.org


P.S. Naturalmente anche idee, suggerimenti, progetti... per quanto folli sono più che ben accetti!

In che modo si può intervenire?
Con una donazione e conseguente iscrizione alla costituenda associazione (che verrà ufficializzata al più presto).
La quota per l'iscrizione minima è di 50 euro (30 per gli studenti, che, come è noto sono sempre ricchi di entusiasmo ma poveri di pecunia).

La quota può essere versata su una Poste Pay attivata a questo scopo. Tutto verrà registrato e l'iscritto riceverà un tesserino attestante l' iscrizione.

Poste Pay
4023 6006 4164 1685
intestato a Manganelli Amelia Antonia.
Onde evitare le lunghe file alle poste è possibile ricaricare la Poste Pay anche presso i tabaccai. In questo caso è necessario il mio codice fiscale:
MNGMNT47E60I153T

Eccovi anche i dati bancari utili allo stesso scopo

Cassa di risparmio di Firenze
Filiale di Navacchio (Pisa)

IBAN IT77 Z061 6070 9510 0000 0004 248
BIC CRFIIT3F

Intestato a Manganelli Amelia Antonia

E' stata attivata anche una carta Pay pal collegata all'indirizzo e mail lietta.manganelli@gmail.com

I modi non mancano, ora ci vuole solo un po' di buona volontà, e so che gli amici del Manga ne hanno tanta!!

Penso che un piccolo sacrificio per il grande Manga sia possibile e doveroso.
In questi anni mi sono sempre fatta carico io di tutto ma ora non mi è più possibile.
Grazie e a presto

domenica 15 marzo 2015

Il mezzo, forse e per fortuna, non è più il messaggio.

Non vorrei lanciarmi in previsioni azzardate, ma credo che tutto ciò che è letteratura (spesso anche ottima) creata in questi attimi attraverso gli spazi delle coeve timeline senza respiro sia destinata a trasformarsi in produzione che ha colonizzato sì una variante spaziotemporale (e qui sta il suo ineludibile merito), ma che diverrà, o è già diventata, soltanto un ricordo narrativo, certamente importante, come il dadaismo o il futurismo. 
Pensare in questo medesimo istante quantistico che Twitter o Facebook o Tumblr o Pinterest possano fare la differenza per la letteratura è come pensare la stessa cosa nel 1900 a proposito del telefono o del telegrafo o della luce elettrica. 
La letteratura vive al di là dei suoi stessi supporti. Come scrisse Edward M. Forster in Aspetti del romanzo non c’è differenza alcuna fra l’Homo Sapiens che per la prima volta, in una notte rischiarata dalla luce di un falò, sulla parete di una caverna dipinse le scene di caccia a cui aveva assistito nel pomeriggio precedente e l’essere senziente che batte sulla tastiera di una Remington del 1920 o, si può aggiungere, sulla tastiera di un pc in questo scorcio di Terzo Millennio.
Come è scritto nel sito dello Slow reading: Un libro è una storia conclusa in se stessa, un ragionamento, o un’unità conoscitiva che richiede almeno un’ora per essere letto. Un libro è completo, nel senso che contiene un inizio, un nucleo centrale, e una fine. In passato veniva definito libro qualsiasi cosa stampata tra due copertine. Una rubrica telefonica era un libro, benché priva secondo logica di un inizio, un cuore e una fine. Una pila di pagine bianche rilegate veniva chiamata sketchbook (letteralmente: libro per gli schizzi, nel senso di album). Per quanto sfacciatamente vuoto, aveva due copertine, e rientrava perciò nella definizione di libro. Oggi le pagine di carta di un libro vanno scomparendo. Quel che resta al loro posto è la struttura concettuale di un libro – una certa quantità di testo tenuta assieme da un tema, in un’esperienza che richiede un certo tempo per essere completata. (…) Non potremmo porre il periodo, o il paragrafo, o il capitolo, anziché il libro, come unità elementare di una biblioteca universale? Può darsi. Ma la forma lunga ha una sua specifica forza. Una storia in sé completa, una narrativa unificata, un argomento concluso esercitano una strana attrazione su di noi. C’è come una naturale risonanza che produce una rete tutt’attorno. Possiamo spezzare i libri nelle loro parti costitutive e risaldarli nel web, ma il focus dell’attenzione si appunterà sempre sul più elevato livello di organizzazione del libro, essendo questo l’oggetto scarso della nostra economia. Un libro è una unità dell’attenzione.
Forse per la prima volta possiamo contraddire l’assioma di Marshall McLuhan e affermare che il mezzo non è il messaggio e avere la libertà di non applicare in letteratura la dittatura filosofica del positivismo alla Comte.

lunedì 9 marzo 2015

Cattivi, di Maurizio Torchio (Einaudi)

Cattivi non è un romanzo “penitenziario”, come alla ambientazione “penitenziaria” riferiamo certe produzioni televisive come Oz o Orange is the new black o filmiche come Fuga da Alcatraz. Cattivi è ben più di tutto questo. Sarebbe riduttivo infatti circoscriverlo alla mera descrizione di quella realtà coattiva, oppressiva e claustrofobica come quella che delimita quell’eterno sistema punitivo che la società degli umani definisce carcere. Cattivi va invece inteso come una metafora di un paradigma storico che ha nelle sue note principali l’enunciazione violenta dei rapporti tra l’essere umano e l’istituzione, creazione imperfetta di demiurghi altrettanto imperfetti che, per mezzo di questa coniugazione di difetti illimitati, segna i rapporti storici, politici ed economici della comunità.
Lo stile dell’Autore è genialmente scarno, asciutto, secco, affilato come una lama nascosta in un pertugio segreto del cortile di un carcere. Lama che prima o poi diverrà ente vivente anche se, e forse proprio per questo, dispensatore della fine di altri enti viventi. 
Richiami storici alle evidenze criminali italiane degli anni Settanta e Ottanta (i sequestri di persona, i detenuti politici, quell’isola che evoca l’Asinara) si fondono con apparizioni spettrali di gruppi di nuova criminalità mondializzata e demoniaca che segnano in modo indelebile i primi anni del Terzo Millennio (gli Enne che, schierati come una letale collettività Borg, ricordano i cartelli degli Zetas o le macchine da morte della Mara Salvatrucha).
L’Autore lentamente pone la storia, la trama, il romanzo stesso in una immobilità spaziotemporale a cavallo tra un passato che sanguina nel presente e un futuro che è già contaminato da quel sangue. Cattivi giunge così a colonizzare un momento narrativo che si esfiltra da storicizzazioni scontate, che riesce a toccare e a superare i luoghi e i confini della stessa scrittura che è elemento fondante e vivente della letteratura e a trasfigurarsi, come pochi altri romanzi, in territorio narrativo e narrante che riesce nell'impresa di portarsi al di là dei confini della letteratura stessa.
Quel finale misterico e insondabile, quella sacra rappresentazione dell’assenza totale di tutto e di tutti, quell’eco di parole rimaste ultime e uniche a cercare di sondare un deserto di atti, opere e omissioni fa di Cattivi un’opera da porre tra le pietre miliari di quel segreto sentimento che è il senso dello scrivere.
Un libro.
Cattivi, di Maurizio Torchio (Einaudi).

martedì 3 marzo 2015

RIP, di Marco Valenti (Antonio Tombolini Editore)

Frammenti di ricordi che vanno a costruire una narrazione che oltrepassa i tempi dei sentimenti e della sofferenza. Riflessioni di un io narrante, dalla scrittura tesa ed essenziale, che combatte per condividere con il presente quello che è stato e quello che più non potrà essere, nella speranza di un armistizio interiore che è forse la determinazione ultima delle creature senzienti.
Diario minimo e al contempo immenso di un dolore che riproduce se stesso nella contemplazione di parole che forse non si è giunti in tempo a pronunciare. Cronografia dell’intersecazione ineludibile dei legami di vite paterne e filiali, spesso intese da un osservatore esterno come immagini dalla apparente e semplice sembianza, e che invece sempre hanno la capacità di essere messaggere di complesse composizioni e insondabili posture dell’anima.
Marco Valenti crea la materia della vita e della morte con la sapiente levità di uno scultore alle prese con essenze materiche che presentano la capacità di trasfigurarsi in infiniti momenti che l'Autore stesso vuole, come obbligo morale, fissare. Ed è questa opera di solidificazione dell’insolidificabile, sfida estrema e vasta, che l’Autore accetta senza timore e che lentamente assembla con l’uso basilare della parola scritta, una parola che è strumento di razionalizzazione e di comprensione, nel senso non tanto del conoscere quanto del prendere con sé. 
Al termine di questo breve e intenso romanzo, in cui si sentono forti gli echi e gli stilemi e gli influssi importanti di una certa e imprescindibile letteratura italiana, purtroppo ormai da pochi perseguiti e portati ad esempio (e che Valenti ben sa come metabolizzare), ci rendiamo conto di aver raggiunto quel non comune attimo in cui ci sentiamo parte di quel tutto dove l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo possono finalmente e vicendevolmente riflettersi.  
Un libro.
RIP, di Marco Valenti (Antonio Tombolini Editore).