martedì 6 novembre 2018

Il Settimanale Pavese, Gianni Brera e l'intervista

La freepress Il Settimanale Pavese sta raccogliendo testimonianze relative al centenario della nascita di Gianni Brera. Riprendendo un mio articolo pubblicato su Il Colophon, la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore, ne nasce una intervista al sottoscritto in cui, con il direttore Bruno Gandini, parliamo del grande giornalista sportivo, di calcio, di ciclismo, di Luigi Veronelli e di libri.




lunedì 6 agosto 2018

Il ventesimo numero de Il Colophon


Tutto nell'universo nasce, vive e muore. Anche Il Colophon, la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore che, arrivato al suo ventesimo numero (più di tre anni di lavoro) termina qui. Solo le parole del direttore Michele Marziani nel suo editoriale sono in grado di rendere la forza e la commozione di chi, come me, per più di tre anni ha scritto in ogni numero di questa rivista che è stata citata come esempio di letteratura moderna e innovativa. Come in ognuno dei numeri di questi tre anni ovviamente anche in questo ci scrivo anch'io. Il tema di questo numero era Rimini, inteso in senso letterariamente amplissimo, come luogo narrativo nonché come luogo segnato dalle ombre di Pier Vittorio Tondelli, Federico Fellini e tanti altri. Alla luce del fantasma di Pier Vittorio Tondelli intervisto lo scrittore Piersandro Pallavicini, che fu ai tempi vicino al rinascimento marchigiano della letteratura anni'80, Massimo Canalini che di Tondelli fu amico e mentore e recensisco il tondelliano Un Weekend postmoderno. Il tutto con le meravigliose illustrazioni di Marta D'Asaro. Il Colophon è finito ma non sono finite le idee e le narrazioni che per tre anni ci hanno segnato in modo indelebile.
Come scrive MIchele Marziani nell'editoriale (che non dimenticherò mai per forza e commozione): È vero che ogni rivista che chiude è una voce che si spegne, ma è altrettanto vero che tutti quelli che hanno scritto sulla rivista in questi anni hanno parlate originali, cristalline, possenti, scanzonate, capaci di farsi sentire ovunque. Le voci non muoiono. Trovano altre terre e altre case. Ci rivedremo da qualche parte per raccontarci quanto sono stati belli questi anni letterari passati insieme.

mercoledì 13 giugno 2018

Il diciannovesimo numero de Il Colophon



Si trova online da pochissimi giorni il nuovo numero de Il Colophon, la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Questa volta il tema è E l'Asia par che dorma... e il direttore Michele Marziani lo illustra nell'editoriale. Come sempre ci sono anch'io e scrivo un pezzo su Bisanzio, ultima frontiera e recensisco Le rane, dello scrittore cinese premio Nobel per la letteratura Mo Yan e Il proiezionista, del giapponese Abe Kazushige, una delle voci più interessanti del romanzo giapponese contemporaneo. Come sempre le illustrazioni sono di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 28 maggio 2018

La seconda uscita della collana I Ricci di Antonio Tombolini Editore

L'edizione integrale della Vita e avventure di Robinson Crusoe è la seconda uscita della collana I Ricci di Antonio Tombolini Editore, serie editoriale che curo e dirigo personalmente sia nella scelta dei testi che nella composizione delle prefazioni. Dopo Voltaire è quindi Daniel Defoe a divenire protagonista di questa collana che non vuole essere solo una banale raccolta di classici ma anche una bussola che possa riuscire nell'intento di orientare il lettore nelle tempeste letterarie e non. Se il Candido di Voltaire ha una sua necessità, in qualche modo urgente, nell'odierna polverizzazione politica, sociale, economica e finanche antropologica, il Robinson Crusoe di Defoe nasconde tra le righe le primigenie apparizioni del sistema anglosassone di egemonia culturale e finanziaria che permea in profondo la vita attuale della collettività degli umani.
La copertina è come sempre opera di Marta D'Asaro. Ogni testo esce contemporaneamente in versione cartacea e digitale. Qualunque informazione la trovate qui.
In attesa della prossima uscita non mi resta che augurare buona lettura ai lettori che si avventureranno alla scoperta dei testi di questa collana.



lunedì 21 maggio 2018

Lo sfaccendato, di Yusuf Atılgan (Calabuig)

Un sottile confine divide la serenità dall'angoscia nei personaggi che vivono nei romanzi di Yusuf Atılgan. Una no man's land che invade il vissuto esteriore e quello interiore, generando una configurazione borderline in cui è sempre più difficile e complesso scorgere il perimetro di un'ibridazione che metabolizza il reale e lo trasfigura in un inquietante teatro della mente che sembra possedere le parole, le posture, i pensieri.
Per le strade e le piazze di una Istanbul, che spesso diviene opacamente onirica (luogo dai confini quasi irreali tanto sono incuneati nella mente di chi li percorre), cammina, pensa, incede, indifferente a tutto e a tutti, ma anche al contempo estremamente permeabile a ogni influsso sia delle anime che delle pietre, lo sfaccendato, personaggio che Yusuf Atılgan definisce solo con la lettera maiuscola C. Non sappiamo se così ne indica l'iniziale del nome o del cognome, ma in tal modo comunque lo incardina nell'universo dei K. che si muovono nella densa surrealità mitteleuropea che si declina ora nella città simbolo del ponte che unisce, o divide, Europa e Asia.
Come già è accaduto prima nella galassia delle narrazioni, altri personaggi sono stati in modo agghiacciante schiavi di un continuo camminare senza sosta tra le vie di una città, fino al raggiungimento del limite della sopravvivenza fisica e psichica (pensiamo ai racconti di E.A.Poe), ma C. cammina attraverso Istambul sostenuto economicamente da una rendita finanziaria misteriosa, di cui non ci viene chiarita la fonte se non attraverso i cadenzati incontri con un avvocato che amministra beni mobili e immobili lasciati a C. da successioni ereditarie altrettanto misteriose.
C. si lascia attraversare dagli incontri, dai ricordi, dagli amori, dalle incomprensioni umane, che forse per primo ricerca, per poi rimanere interrogativamente attonito, all'inseguimento di un principio senza fine o di una fine senza principio. Baristi zelanti, tassisti feroci, passanti frettolosi, artisti bohémien, donne e ragazze che seminano, con consapevole e indolente indifferenza, la bellezza erotica che nasce dalle irresistibili curve dei loro corpi, amici abbandonati senza ragione, conoscenti intrappolati in discussioni senza tempo, questo è l'universo umano che C. esplora senza sosta e, tuttavia, con la distaccata serenità che nasce dalla consapevolezza di essere il punto in cui lo scorrere del tempo trova quella inconoscibile e inafferrabile misura quantistica che lo fa giungere alla sua stessa autonegazione.
Lo sfaccendato è soprattutto il romanzo dello scorrere del tempo, della relatività delle distanze consce e soprattutto inconsce, distanze che, in primo luogo, definiscono quello spazio tempo in cui l'eterno mascolino si perde completamente nel tentativo di afferrare l'eterno femminino che rappresenta quella parte di cui ha necessità estrema e che, comunque, mai riuscirà a comprendere.
Lo sfaccendato, di Yusuf Atılgan (Calabuig).

domenica 20 maggio 2018

Di che cosa dovrei scrivere

A volte mi domando se un'unità carbonio come me, che ha pubblicato qualche libro per grazia ricevuta di un editore coraggioso, dovrebbe continuare a scrivere. Non ho avuto un'infanzia infelice, ne ho avuta una normalissima. Mia madre non faceva la puttana e mio padre non era uno spacciatore. Ho avuto un'adolescenza come tutti, credo, non me ne ricordo più. Sono stato soltanto un figlio che ha pianto con dolore la morte dei suoi genitori e che ha sofferto come un cane di fronte alle malattie dei suoi cari. Sono stato, nel ricordo a volte onirico, un figlio come non ne vorrei mai uno come me. Ho commesso, forse come tutti, errori di cui pago ancora le penali e con gli interessi. Ho avuto compagni di elementari e medie che si sono persi nel nulla del nulla della mia terra e, quando andai al liceo di una cittadina senza storia, mi parve di essere arrivato, tanto giungevo dal niente territoriale, a Oxford. Ho frequentato l'università nel silenzio e nella solitudine e ho superato abilitazioni professionali tragicomiche nella loro follia. Vivo, mio malgrado forse, dove sono nato, un paese, una cascina quasi, che perde almeno un centinaio di anime a biennio sino a superare, in discesa, la quota simbolica dei mille abitanti. Sto a trenta chilometri da tutto, dalla Voghera iriense alla Vigevano senz'anima alla Pavia deforme. Se pronuncio il nome della terra in cui sono incardinato, la Lomellina, nessuno sa cosa significhi, tanto meno le pagine culturali della provincialissima gazzetta La Provincia Pavese, che, a ogni mia mail di indefessa richiesta di attenzione letteraria, adduce gentili affermazioni di ritardi improbabili, di antivirus eliminatori di ogni mia missiva digitale, di affermazioni che le mie cose verranno pubblicate dopo Natale, Pasqua, Ferragosto, mentre costantemente leggo sulle sue pagine la presenza di continui personaggi scrittoriali e provinciali che hanno la precedenza giornalistica su chi, come me, forse non esiste. Di cosa dovrei scrivere? De Lillo ha, alle sue spalle, la scena narrativa di New York e di un'America che è patrimonio narrativo condiviso dall'immaginario collettivo, Giuseppe Genna scrive di una Milano angosciosa e agghiacciante che è paradigma della mutazione genetica dell'Italia come, tuttavia, non può essere la mia terra, comunista filosovietica fin dal dal 1946 prima e leghista dal 1992 poi, una terra di risaie in cui si semina ormai, da parte di coltivatori diretti eredi dei più tronfi latifondisti anteguerra, non il Carnaroli bensì  il riso della multinazionale chimica Basf. William T. Vollmann decritta il passato degli States e il futuro dell'Europa, anche lui però proveniendo da plaghe territoriali che, pur se referenti a luoghi misconosciuti del Midwest, fanno gola ai pescecani delle agenzie letterarie statunitensi. Antonio Moresco urla il suo orrore da una Milano che, comunque, ha una sua dignità narrativa resettata da agenzie letterarie ambrosiano internazionali e altri ancora narrano di contrattempi temporali alla Roberto Arlt, supportati dall'ubiquo Vanni Santoni e da interviste al Farheneit della immarcescibile Lipperini, senza contare la comunità di scrittori dagli ideogrammi mandarini che si rifanno a una scena bolognese che non esiste più. Di cosa dovrei scrivere allora e, soprattutto, perché dovrei scriverne quando le poche allitterazioni della mia terra sono patrimonio di editori genovesi che non si rendono conto che, ciò che pubblicano, altro non è se non la stentorea ridefinizione di saggi già pubblicati dall'alessandrino e monferrino Gianpaolo Pansa? Partecipo, obbedendo come un Garibaldi steampunk, a operazioni narrative di guerrilla marketing promosse dal mio editore, scrivo indefessamente saggi e recensioni sulla sua rivista di letteratura, compongo recensioni di romanzi che case editrici di rilevanza forse non più intravista mi inviano e, ogni volta, mi chiedo il perché di tanta narrazione estesa e sacrificale quando, osservando da vicino il Punto Omega della mia scrittura, mi rendo conto che a suo supporto non c'è nemmeno stata una qualsivoglia guerra d'indipendenza gaelica svolta tra le plaghe barbariche di qualche isola nordica narrata da un amanuense rinchiuso in un'abbazia posta ai confini della galassia.

martedì 8 maggio 2018

Un'Odissea, di Daniel Mendelsohn (Einaudi)

Se alla base della sedimentazione mitica della comunicazione non genetica tra esseri umani (come la definisce Gabriele Frasca) si pone la sua traslazione narrativa (prima declamata e tramandata oralmente, successivamente scritta, stampata e letta) avvenuta per mezzo del filtro della strutturazione di un testo, di una trama, di una storia, certamente i poemi omerici si situano nel flusso primigenio di questa strutturazione traslativa. 
Tempo fa, negli ambienti dei bizantinisti europei, si considerava come una sorta di tradimento il fatto che la maggior parte dei documenti e dei testi originali bizantini fossero ormai tutti conservati a Dumbarton Oaks, negli Stati Uniti, e gestiti dall'università di Harvard. Tradimento operato forse dalla disattenzione europea per una delle basi della sua storia culturale.
Leggendo Un'Odissea, il particolare romanzo scritto da Daniel Mendelsohn, si comprende come, in realtà, nel Nuovo mondo i testi del Vecchio Mondo non siano stati semplicemente accumulati, in una sorta di sfoggio di un potere più ampio, bensì abbiano qui ritrovato una nuova linfa vitale trasmessa dall'amore con cui vengono accuditi, analizzati e interpretati da una schiera di studiosi di forte formazione umanistica e da scuole di filologia classica che hanno sì la loro genesi negli studi europei ma che, in questo paesaggio nordamericano che spesso riduciamo semplicisticamente a un immaginario legato a un eterno Novecento e a una sua altrettanto eterna negazione digitale e avveniristica e forse anche un po' arcaica, hanno saputo rinnovarne, in modo ancor più approfondito, l'analisi.
La storia personale dell'autore (che, come un Robinson Crusoe intento a compilare l'elenco degli attrezzi e degli oggetti che trova sull'isola del suo naufragio, osserva i testi sui quali si è formato il suo percorso di docente universitario, ne descrive la veste tipografica, il peso, la forma, i caratteri, ne ricorda il momento in cui li ha aperti per la prima volta), i suoi rapporti con la famiglia (con la figura chiusa e autoritaria del padre e con quella estroversa e seducente della madre), con gli studenti, con la propria scelta di compiere studi classici, con i suoi mentori universitari, si intrecciano con la trama omerica nel corso temporalmente delineato di un semestre universitario. Ma questa dimensione temporale lentamente si dilata in un non tempo misteriosamente affascinante, in cui si definiscono le storie personali e collettive, e in cui il gruppo che sta analizzando il testo dell'Odissea si avvicina, in un percorso esteriore e interiore al contempo, a mete che tuttavia tendono ad allontanarsi, così come l'isola di Itaca sembrava allontanarsi sempre di più nella estenuante ricerca intrapresa da Ulisse. 
L'Odissea si trasfigura così in narrazione senza tempo, che coniuga il passato, il presente e il futuro, non solo dei suoi personaggi e del suo (o dei suoi) enigmatico autore, ma anche degli umani che la stanno analizzando in quel semestre, quasi che il testo omerico gradualmente divenga il palinsesto sul quale i decifratori, sorprendentemente, trovano impressi i segni che li condurranno alla decrittazione delle loro stesse anime. 
Se esiste, come scrive Mendelsohn, quella simbolica linea che unisce, nei secoli e millenni, tutti gli studiosi di una particolare disciplina, al punto da renderli tutti parti di un processo più grande, che va ben oltre la disciplina medesima, così, per mezzo di  questo bellissimo romanzo, il lettore attento e appassionato gradualmente riuscirà a sentirsi parte di un processo ben più maestoso e immenso: il divenire incessante del respiro dell'umanità.
Un'Odissea, di Daniel Mendelsohn (Einaudi).

giovedì 19 aprile 2018

Il diciottesimo numero de Il Colophon


Il diciottesimo numero de Il Colophon (la rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore) è appena uscito per il piacere di tutti gli appassionati di libri e di letteratura. Questo numero porta come titolo Ogni viaggio è il più bel viaggio del mondo. Il motivo della scelta di questo argomento lo scrive il direttore Michele Marziani nell'editoriale. Come sempre ci sono anch'io e potete leggere qui il mio pezzo. Il tutto accompagnato dalle illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 16 aprile 2018

Racconti da un mondo offeso, di Romano Augusto Fiocchi (bookabook)

Sono rare le occasioni in cui una scrittura nitida e al contempo pregna di significati riesce a rappresentare il senso più intenso del narrare. Questi bellissimi Racconti da un mondo offeso di Romano Augusto Fiocchi segnano una di queste rare occasioni, occasioni che si presentano al lettore in cerca di narrazioni profonde e intense. 
Se la stoffa dello scrittore si rivela dalla sua capacità di raccontare il presente trasfigurandolo nell'eternità dei sentimenti, in modo che il raccontare medesimo divenga a sua volta espressione e strumento in grado di andare oltre il tempo, allora Fiocchi è uno dei pochi narratori attuali con la stoffa dello scrittore di razza. Leggendo questi racconti il lettore si rende conto che gli stessi sono partecipi del grande fiume della letteratura europea, quella di Böll, di Dürrenmatt, di Bernhard, di Beckett. Una letteratura che è riuscita perfettamente nell'intento di raccontare gli umani al di là di loro stessi, al di là dei confini delle singole anime, sino a giungere alla definizione di un immenso affresco in cui lo straniamento si coniuga all'ineludibile domanda sul più intimo senso dell'esistenza.
È un presente, quello di Fiocchi, che non può prescindere dagli estremi conflitti militari e politici che lo segnano, nella stessa misura in cui ogni narratore non può prescindervi, in quanto ogni narratore è, anche e spesso suo malgrado, immerso nella incessante epifania di sofferenza ed eroismo che, sin dai poemi omerici, definisce il consorzio umano, ma che tuttavia, in questo caso, assurge a singolari e affascinanti modalità espressive. 
È infatti il punto di vista da cui viene generata la narrazione a mutare, a compiere una sorta di rivoluzione copernicana nella quale gli umani abdicano al ruolo di definitori onniscienti della realtà, una realtà che ormai li ha superati, relegandoli alla posizione di bellicosi comprimari senza speranza, alla funzione di involucri di sopraffazione. Una realtà che ormai può essere narrata solo dagli oggetti, oggetti che appaiono come gli unici testimoni in grado di osservare, con sgomenta pietas, quell'eterno sacrificio pagano al dio della guerra che gli umani celebrano sin dalla loro comparsa nell'universo, oggetti che, irreversibilmente, dimostrano di avere quell'anima che l'umanità ha soltanto immaginato di avere ma che, probabilmente, non ha mai posseduto.
Racconti da un mondo offeso, di Romano Augusto Fiocchi (bookabook).

venerdì 23 marzo 2018

6662 a Le mille e una pagina

Sabato 24/03/2018 alle 17.30 6662 arriva a Le mille e una pagina

(Dalla newsletter della libreria):
Cari amici
torna l’amico Angelo Ricci, scrittore lomellino di cui abbiamo già presentato i precedenti libri (“Notte di nebbia in pianura”, “Sette sono i re”, “L’odore del riso”): sabato 24 marzo alle ore 17,30 presentiamo il suo nuovo libro “6662”(Antonio Tombolini Editore).
In questo romanzo, Ricci guarda al passato, sia storico che letterario, e agli autori che maggiormente ama, dando voce al suo particolarissimo stile letterario, che lo rende unico tra gli scrittori lomellini e non solo. 
“6662” è un romanzo breve ma intenso, sicuramente coraggioso e affascinante per come lo scrittore è riuscito a rendere la complessità della storia; ma anche un romanzo dallo stile scorrevole e scritto in un italiano perfetto, cosa che sembrerebbe banale dire, ma non è affatto così.
“6662” è il resoconto di un viaggio quantistico che attraversa lo spazio-tempo della narrazione umana, che trafigge tutti i libri del mondo, anche quelli che non sono ancora stati scritti. Una riscrittura sul palinsesto della Storia, che disegna la mappa di un territorio sconosciuto, posto ai confini estremi della finzione, in cui scrittori come William Burroughs, Don DeLillo, Jorge Luis Borges, Antonio Moresco, Roberto Bolaňo convivono con esseri misteriosamente demoniaci, Pietro Nenni è alla guida della repubblica socialista di Romagna, Giulio Andreotti è a colloquio con il grande veggente Rol, Hitler entra a Parigi nel 1940 in compagnia di sciamani e alchimisti, Wallenstein alla fine della Guerra dei trent’anni riporta i bizantini sul trono imperiale di Costantinopoli e un inquietante agente segreto alieno tenta di evitare il collasso finale degli universi paralleli.
Vi aspettiamo!!!