venerdì 14 agosto 2015

Ferragosto con la Trilogia della Pianura

Ferragosto, data italicamente determinante e definitiva. Hai l'urgenza di una lettura? Sei al mare o in montagna o in collina, campagna, agriturismo, città d'arte, isole sperdute e solitarie? Non devi nemmeno andare in libreria, che poi a Ferragosto sono chiuse o magari nemmeno ci sono nel posto in cui ti trovi. Hai con te il tuo ereader? Ottimo! E' sufficiente collegarsi alla rete e alla libreria digitale che preferisci, che hai già frequentato, che ti fa uno sconto o che ti dà magari dei punti premio, e scaricare la Trilogia della Pianura in formato mobi o epub, tutti e tre i libri o, se vuoi, uno o due, poi vedrai tu se ti piace proseguire nella lettura. Sei libero di fare quello che vuoi, tranquillamente. Garantisce la collana Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore.
Che dire di più? Buon Ferragosto!


lunedì 27 luglio 2015

Oggi la pianura è triste. In morte di Sebastiano Vassalli

Sebastiano Vassalli l'avevo incontrato cinque anni fa, a Pavia, in occasione di un seminario sull'editoria. Era in compagnia di Roberto Cicala, editore di Interlinea e suo profondo amico. Mia madre stava morendo e io, con la mia povera fede riposta nei libri, ero andato ad assistere a quell'incontro nella speranza di ottenere un momento di requie dalla mia disperazione. Gli avevo fatto avere la mia recensione del suo Le due chiese e lui mi disse che l'aveva già letta, inoltratagli dall'ufficio stampa di via Biancamano e che ne era rimasto molto contento. Ma la dissezione temporale degli avvenimenti mi fa ricordare ora che l'avevo già incontrato a Voghera, un anno o forse due prima, in occasione del conferimento del Premio Jean Giono, in quella  cittadina oltrepadana che, come la Lomellina e Novara, era uno dei territori di "nuovo acquisto" del Piemonte dopo la pace di Utrecht del 1713. Ed è proprio quella pianura che da Novara scende verso il Po, attraversando la Lomellina, con la ferita aperta e longitudinale dell'Agogna, a diventare il buen retiro dove Vassalli, genovese di nascita, si era rifugiato, tra gli odori del riso e le nebbie della pianura novarese, in quella posizione dell'anima che avrebbe poi descritto in due fondamentali libri editi da Interlinea, Terre d'acque. Novara, la pianura, il riso e Un nulla pieno di storie. Ricordi e considerazioni di un viaggiatore nel tempo.
Nella terza parte (La parte degli editori) della mia trilogia de La parte di niente, che è in attesa di pubblicazione, c'è anche lui e, per quelle intersecazioni dei destini che solo i libri sanno dare, ho  consegnato qualche giorno fa la mia recensione de La chimera, che uscirà nel numero di settembre de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore
Oggi la pianura è triste. Che la terra ti sia lieve Sebastiano Vassalli, scrittore immortale.

lunedì 20 luglio 2015

Traslochi, di Hebe Uhart (Calabuig)

Non solo Jorge Luis Borges, Adolfo Bioy Casares, Silvina Ocampo appartengono all’iconico universo della narrazione della pianura argentina e della sua genesi umana e letteraria che è Buenos Aires, città metaletteraria con il lunfardo e le vicende metafisiche di suoi porteňos. Altre visioni che coniugano pianura, metropoli e feedback narrativi tra anime e luoghi appaiono ora al lettore italiano. Calabuig, editore che sta compiendo un meritorio lavoro di scoperta di autori stranieri, lavoro ottimo anche dal punto di vista della traduzione, porta ora alla nostra attenzione Traslochi di Hebe Uhart. Autrice di racconti, forma espressiva che è caratteristica e segnale di quella brevità calvinista (nel senso dell’Italo Calvino delle Lezioni Americane) da sempre frutto della letteratura di quel Sudamerica che è fucina di storie letterarie che vanno spesso al di là dei loro stessi autori, la Uhart si esprime con Traslochi in un racconto lungo che varca la soglia del romanzo breve, diventando un unicum narrativo che risplende di rara capacità letteraria. Una saga familiare si scinde in altre saghe ancora, declinando quel lessico tragico e sognante che tracima nell’ossessione forse onirica di quel delirio che è orma, traccia della sofferenza umana. Nascite, morti, matrimoni, costruzioni e riattamenti di abitazioni, di stanze, di corridoi, aperture e chiusure di porte, finestre, delimitazioni di confini, di cortili, di proprietà si snodano in un divenire in cui le pietre e i laterizi, la calce e il cemento, si trasfigurano in potentissimi simboli freudiani della costruzione e al contempo della destrutturazione dell’inconscio collettivo di un destino, di una collettività, di una nazione che si sviluppa come luogo di immigrazione nascente dal sanguinoso e sanguinante confronto tra autoctonie amerinde, depositarie di millenarie sapienze, e conquiste europee custodi di apparati militari ed economici.
L’apparente linearità delle vicende che definiscono quest’opera si trasforma in via di accesso estremo che conduce il lettore oltre i semplici confini della quotidianità, accompagnandolo verso la complessa e mai conclusa definizione di un mondo che riflette se stesso e le sue eterne contraddizioni. La Buenos Aires borgesiana è qui sempre solo accennata, fondale mitico di speranze e delusioni, fortezza misterica che si staglia sullo sfondo di questi territori senza tempo, dipinti con i colori di una dolce dannazione pittorica che costruisce se stessa su inquietanti linee delimitate da luci e da ombre, da case e da deserti, da ossessioni e accettazioni dolorose, compiute e vissute con la stoica pazienza che si forma solo dalla sopportazione della durezza delle esistenze.
Traslochi non è soltanto una storia, bensì una vera e propria mappa della vita e dell’anima, mappa redatta con l’eterna forza di quella letteratura che soltanto il Sudamerica ci ha saputo dare e seguita ancora oggi a darci, con i suoi magici scrittori assisi nell’attesa di quell’eterna risposta celata nelle costellazioni dell’emisfero australe.
Un libro.
Traslochi, di Hebe Uhart (Calabuig).

martedì 14 luglio 2015

Anatomia del best seller, di Stefano Calabrese (Laterza)

Best seller, definizione magica che, come un programma dalla struttura multiforme e forse un po’ invasiva, è installato da sempre nel database universale del panorama editoriale e letterario. 
È un programma frendly, che può essere d’aiuto, oppure è un malware difficile da estirpare e che confonde dati e aspettative? 
Per i tipi di Laterza è appena uscito Anatomia del Best seller. Come sono fatti i romanzi di successo e il suo autore, Stefano Calabrese, redige un report esaustivo a proposito di questa definizione impegnativa. Dall’analisi delle classifiche internazionali dei libri più venduti, che prendono le mosse dall’azione più o meno nascosta dei giganti mediatici degli States (luogo germinativo, a torto o a ragione, di tutto l’immaginario contemporaneo che declina se stesso ormai con l’idioma anglosassone) alla nascita di quei casi che, come la saga di Harry Potter o le contaminazioni complottistiche di Dan Brown, passando attraverso le ossessioni di Murakami Haruki e senza tralasciare le ridondanze vampiresche e le sfumature più o meno grigie, il lettore trova nella lettura di questo saggio tutto quello che avrebbe voluto sapere sulla fabbrica dei best seller e anche di più.
Ma leggendo Anatomia del best seller si comprende soprattutto quale sia ormai il sottofondo produttivo che, come un fiume carsico pynchoniano che scorre nelle profondità di una metropoli bladerunneriana, l’Autore scopre e pone all’attenzione del lettore attento. Siamo ormai lontani non solo un paio di secoli ma addirittura anni luce dalle factory letterarie alla Dumas che, assiso su una poltrona nel suo Château de Monte Cristo, creava trame infinite dettandole a schiere di collaboratori e scrivani, i famosi “negri” di Dumas, ma siamo anche lontanissimi dalle equipe di ricercatori che circondano Ken Follet e le sue giacche di tweed (la prima, del valore di un migliaio di sterline, acquistata con i proventi del suo primo, neanche a dirlo, best seller), o dalla reiterata pesca d’altura e dai safari estenuanti di Hemingway. Perché ormai il brodo primordiale in cui si uniscono gli enzimi e le cellule che portano alla genesi dei best seller del terzo millennio trova le sue radici nella rete, nel web, nei social, nelle community in cui i lettori e i fan si trasfigurano a loro volta in autori di prequel, sequel e spin-off di altri best seller o nelle confraternite di sceneggiatori hollywoodiani costretti a una momentanea disoccupazione dalla chiusura anticipata di un serial, un brodo primordiale in cui e di cui le major dell’editoria globalizzata sono spettatrici e creatrici al contempo. Una sorta di universo contaminato e contaminante in cui le figure del lettore e dell’autore si fondono, come in una tassonomia letteraria bolaňiana (e, d’altra parte, i maligni sostengono che lo stesso successo dello scrittore cileno sarebbe stato pianificato da agenti letterari nordamericani, cosa che, comunque, sarebbe ancor più bolaňiana di Bolaňo).
Attenzione però, non è che tutto ciò che vive e prospera in questo universo in espansione porterà le dolci stimmate dei venti o trenta o quaranta milioni di copie vendute. Sarà necessaria l’attenzione e di un gruppo editoriale globalizzato e globalizzante, occorreranno interventi di editor dal tocco alla Re Mida, bisognerà creare nelle aspettative dei lettori la necessità di quell’opera, un po’ come faceva Steve Jobs, geniale demiurgo dell’urgenza di occorrenze non necessarie, senz’altro un combattivo team di pubblicitari dovrà far nascere impazienti attese centellinando notizie sui media, ma il primo istante di questo big bang editoriale nascerà dal quel Tempo di Planck che si cela nei segreti di uno storytelling che vive al di là dei suoi stessi creatori e dei futuri autori di best seller. 
Così come nel mondo delle comunicazioni telefoniche da anni il brand primario non è più quello delle compagnie di TLC, bensì quello delle softwarehouse domiciliate a Cupertino e dintorni, o nella piovosa Seattle o nella postbellica penisola coreana, così nel mondo editoriale globalizzato l’autore rimane celato dietro le quinte del vero brand che è ormai il titolo della sua opera una volta diventata best seller. 
Lunga vita quindi ai best seller e lunga vita anche a quei lettori che avranno la capacità di andare oltre il best seller di turno, magari scrivendone uno.
Un libro.
Anatomia del best seller. Come sono fatti i romanzi di successo, di Stefano Calabrese (Laterza).

mercoledì 8 luglio 2015

Il secondo numero de Il Colophon


E' online da pochissime ore (e completamente gratuito) il secondo numero de Il Colophon. Rivista letteraria di Antonio Tombolini Editore, rivista diretta da Michele Marziani. Ogni numero della rivista è tematico. Questa volta il tema è "La traversata di Milano", dedicato alle visioni letterarie della metropoli lombarda. 
In questo numero intervisto Antonio Moresco e Giorgio Scianna e recensisco L'Adalgisa di Carlo Emilio Gadda e Dies Irae di Giuseppe Genna. Inoltre Milena Miazzi scrive una bellissima recensione di Sette sono i re
Buona lettura!

lunedì 22 giugno 2015

Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana, di Ngugi Wa Thiong'o (Jaca Book)

Ci sono domande che sono determinanti nell’universo della scrittura. Quale tipo di linguaggio è necessario utilizzare? Che rapporto esiste tra la condizione dei personaggi e lo stile con cui si esprimono? E come far convivere l’espressione linguistica delle varie epoche storiche con la contemporaneità dei lettori? Domande che sono alla base di quella struttura che dal Settecento si è formata con il nome di romanzo e che lo stesso Alessandro Manzoni si è posto per tutti i decenni di travaglio di quei Promessi sposi che sarebbero stati il primo romanzo in lingua italiana. Domande che si ripresentano con urgenza estrema soprattutto in quei luoghi che sono stati vittime della colonizzazione europea e che hanno avuto la necessità di sviluppare un linguaggio unificante non solo delle narrazioni ma, attraverso di esse, anche di un popolo. La lingua, la scrittura sono elementi determinanti dell’identità di un paese, di una collettività che, con esse, ribadisce la propria vitalità e la propria affermazione come entità vivente. È proprio questo è l’elemento dominante che sta alla base di questo Decolonizzare la mente. Ngugi Wa Thiong’o, scrittore e intellettuale africano che è stato incarcerato per l’attività da lui condotta per l’affrancamento linguistico della sua gente, descrive in questo saggio tutta l’odissea rivoluzionaria, culturale, narrativa ed editoriale che ha coinvolto un intero popolo per giungere al perfezionamento di una liberazione che non è mai completa del tutto finché non perviene anche alla emancipazione dalla lingua e dalla scrittura dei colonizzatori. Decolonizzare la mente è libro utilissimo per chi voglia conoscere gli aspetti meno appariscenti, e tuttavia non meno importanti, del processo della decolonizzazione africana, processo che, nonostante l’indipendenza ottenuta negli Anni Sessanta, è per molti aspetti economici, politici, sociali e culturali in attesa di un completamento ancora estremamente difficile. Il confronto tra tradizione orale e scrittura, tra teatro come espressione sociale e teatro come retaggio di domini culturali, tra romanzo che utilizza la lingua dei colonizzatori e romanzo che vuole nascere dalla lingua orale di un popolo alla ricerca del suo alfabeto scritto; queste sono le principali questioni che l’Autore affronta in questo saggio che si trasfigura in divenire storico di una nazione e di un continente. Così come Cirillo e Metodio affrontarono nel medioevo la creazione di un alfabeto slavo, così come ancor prima Ulfila cercò di fermare sulla carta la parlata dei Goti, ecco che ancora una volta, nell’infinito divenire della Storia, altri popoli sono alla ricerca della affermazione della loro identità culturale attraverso la scrittura, affrancandosi da un retaggio alfabetico e linguistico imposto proprio da quelle genti europee che mille anni prima sono andate alla ricerca di quella stessa liberazione dal dominio culturale dell’impero romano. In questo senso Decolonizzare la mente è libro illuminante. Nulla è mai nuovo sotto il cielo della storia dell’umanità e spesso i dominati di ieri divengono i dominatori dell’oggi.
Un libro.
Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana di Ngugi Wa Thiong’o (Jaca Book).

martedì 16 giugno 2015

Due romanzi di Marino Magliani

Ci sono libri che si appalesano all’universo della letteratura con una caratteristica unica e affascinante: l’inscindibilità. È questo un accadimento raro e prezioso che va sottolineato e rimarcato. È il caso di Marino Magliani che dà alle stampe nel 2014 Soggiorno a Zeewijk per i tipi di Amos Edizioni e nel 2015 Il canale bracco per i tipi di Fusta Editore. Due romanzi legati da atmosfere e cammini, da scoperte e rivelazioni, da vite complesse e sentimenti forti. Marino Magliani vive e scrive (e traduce) in Olanda, luogo che lui stesso designa come entità spaziotemporale in cui si esprime la sua vena creativa. Ma Marino Magliani è ligure, di quella Liguria di entroterra solitari e rocciosi, di quella Liguria di agricoltura strappata alla verticalità del mare e dell'Appennino, contraltare immaginifico di un’altra agricoltura, quella olandese, strappata invece all’orizzontalità invasiva del Mare del Nord. E questo rapporto tra verticalità e orizzontalità dei luoghi è da sempre fucina narrativa di Magliani. E così si arriva al Soggiorno e al Canale, due romanzi che si compenetrano, si avviluppano, si raccontano viceversa, in un viceversa che è anche e soprattutto rappresentazione del rapporto dell’Autore con queste due terre (l’Olanda e la Liguria) che sono palcoscenico in cui egli rappresenta i sentimenti
che vivono nelle storie che ci racconta con levità forte. Magliani è trasfigurato da un io narrante che percorre chilometri nel paesaggio estremo e ovattato del Nord Europa, sottolineando al contempo le differenze con il paesaggio acuminato e rimembrante del Ponente ligure, compiendo osservazioni di una fauna umana così differente nei costumi e negli usi e così uguale nella sua finitezza, un io narrante che viaggia
 come un picaro secentesco che conosce la pesante impenetrabilità della vita a la sua comunque tenue provvisorietà. Il Soggiorno e il Canale si rimandano vicendevolmente, con citazioni reciproche e divenire di personaggi ed emozioni, così come sa fare soltanto uno scrittore di razza che conosce il segreto delle parole, delle storie, delle anime. Con sapiente capacità narrativa l’Autore lentamente irretisce il lettore che a sua volta rimarrà preso nelle reti geniali di questi due romanzi fino a giungere a quei confini di una storia scissa e al contempo unitissima, confini che gli faranno apparire oltre ad essa i confini dell’anima di chi questa storia ha scritto. Paesaggi, luoghi, stagioni, costellazioni, donne, uomini, animali, tutti uniti nello sfondo gioioso e tuttavia malinconico in cui a un certo punto si staglierà la figura di Piet, doppelgänger borgesiano dell’Autore che, nel segreto delle sue carte, nasconde una mappa che è mappa di storie e di anime, mappa di terre, di mondi, di concatenazioni, di nostalgie che sono il patrimonio ultimo dell’umanità che cerca, da sempre, se stessa, mappa che poi è la sorprendente certificazione del destino dell’Autore. Il lettore concluderà la lettura di questi due romanzi nella profonda certezza che Marino Magliani sia uno dei migliori scrittori che abbia mai incontrato.
Due libri.
Soggiorno a Zeewijk, di Marino Magliani (Amos Edizioni).
Il canale bracco, di Marino Magliani (Fusta Editore).

lunedì 8 giugno 2015

Il mio nome è Frank de Jung, di Frank Gonella (Wingsberthouse)

Esiste una letteratura che esplora linee sottotraccia che si celano all’apparente divenire del mondo, una letteratura che nasconde tra le sue parole messaggi criptati il cui valore e significato va ben oltre quello della trama. Ne I tre giorni del condor l’agente Joseph Turner legge, arroccato in una nuovayorkese Fortezza Bastiani ben presto espugnata da tartari ellroyani che sono già millenaristico prodromo della "Trilogia sporca dell’America", romanzi noir e gialli con la consapevolezza che in essi è sicuramente nascosta qualche stringa esplicativa dei complotti nascenti nel pantano delle guerre segrete, mentre nello stesso momento, immerso nelle paludi indocinesi di confronti finali tra superpotenze, tra guerriglieri vietcong e ambasciate occidentali in odor di enucleazione, tra le pagine de L’onorevole scolaro Jerry Westerby, spia avventizia agli ordini del definitivo Circus di George Smiley, porta con sé una sacca piena di libri, tra gli altri quelli di Conrad, libri che all’occorrenza possono divenire baedeker essenziali di chi opera nell’underground del grande gioco dell’intelligence. 
Leggendo Il mio nome è Frank de Jung (nome dagli echi fiamminghi, di quel Belgio che è luogo di efferatezze coloniali, ah… il conradiano Cuore di tenebra, oggetto che si trasfigura nel magma esiziale di Apocalypse now, ah… quelle stragi congolesi dalle risonanze di "mondo movies" jacopettiani e di mercenari katanghesi che tingono di sangue i Sessanta e i Settanta) è naturale pensare che questo romanzo avrebbe immediata cittadinanza tra quelle opere che contengono tracce da interpretare, da decrittare. Frank Gonella, "nom de plume" di un autore che è ben più di un creatore di trame che sarebbe troppo facile definire noir, con sapienti pennellate che fondono ossessioni pynchoniane e report alla Marc Saudade di El Centro (romanzo che è pietra miliare ahimè troppo poco riconosciuta di un certo narrare che è stato bolaniano un ventennio prima di Bolaňo) compila una mappatura potente e irrinunciabile di quel "nada" che sottende all’orrore di un’umanità che è sì simile a Dio ma anche simile al principe degli angeli ribelli Lucifero. Il mio nome è Frank de Jung è libro, saggio, romanzo, rapporto consegnato a chi avrà la consapevolezza di comprendere, narrazione per nulla politically correct (finalmente!), vaso di Pandora in cui coabitano satrapi nascenti dalla dissoluzione del comunismo e figli di London Fields alla Martin Amis. Esoterico come un papiro celato negli anfratti di una mastaba sumera o come un caleidoscopio di inquietanti alfabeti scolpiti sulle rovine di una città Maya, questo romanzo deve essere bagaglio necessario per chi sa che la parola scritta è solo un labile confine che segna l’avanzata di universi quantistici dove gli esseri senzienti si trasformano in una unità inscindibile in cui vittime e carnefici cantano congiuntamente l’eternità del male.
Un libro.
Il mio nome è Frank de Jung, di Frank Gonella (Wingsberthouse).

mercoledì 27 maggio 2015

Il romanzo massimalista, di Stefano Ercolino (Bompiani)

È tutto molto semplice. Se siete lettori e cultori di autori come Thomas Pynchon, Don DeLillo, Roberto Bolaňo, David Foster Wallace non potete non leggere questo saggio. Il romanzo massimalista è mappatura necessaria ed essenziale di un mondo letterario che segna il divenire dello sviluppo della forma romanzo, è bussola irrinunciabile e da consultare con attenzione per verificare lo stato dell’arte di tutto, ma proprio tutto, quello che circostanzia la letteratura postmoderna. Stefano Ercolino, giovane studioso, crea un saggio imponente, composto con estrema limpidezza e che, come proclamerebbe lo slogan di un cartellone pubblicitario posto al margine di un’autostrada ubikiana che attraversa un paesaggio phildikiano, si legge come un romanzo! si legge tutto d’un fiato!
Stefano Ercolino ha dalla sua una rara capacità di narrazione degna di un grande scrittore. L’Autore appare al contempo saggista e romanziere, specialista e divulgatore. Da questa combinazione nasce un rapporto articolato e completissimo, definitivo e tuttavia aperto alle interpretazioni e per nulla settario, bensì in grado di illustrare le variegate posizioni della critica italiana e d’oltreoceano. 
Ho scoperto la letteratura postmoderna, in particolare Pynchon e DeLillo, negli Anni Ottanta, quando ancora il secondo era pubblicato in Italia solo da Tullio Pironti e finalmente, dopo anni di viaggi nei territori di quella parola scritta che cerca di andare oltre se stessa, trovo chi mi consegna una mappa che mi fa comprendere a che punto è il mio viaggio, da dove sono partito e dove forse arriverò.
I libri sono terre da scoprire e chi come me li esplora da tempo è sempre grato a colui che, nella sosta ristoratrice in un bivacco ai limiti del tempo e dei tempi, gli affida fugacemente l’esaustiva mappa di un intero continente.
Un libro.
Il romanzo massimalista, di Stefano Ercolino (Bompiani).

martedì 19 maggio 2015

Hotel Madrepatria, di Yusuf Atilgan (Calabuig)

Anatolia, terra ponte fra Asia e Europa, luogo di contaminazioni e ibridazioni storiche, epiche, territorio in cui si è compiuto uno degli eterni confronti tra Oriente e Occidente con la lenta ritirata del mondo bizantino di fronte all’avanzata dei figli di Osman. Anatolia, regione i cui altipiani videro per secoli la coabitazione bellica (cantata sia nell’ultima e pur sempre fulgida letteratura di Mistrà, finale despotato della romanità trasfigurata nella immobilità sacra delle icone dipinte da mano ultraterrena, sia nei poeti islamici che la dipingevano come porta necessaria alla conquista della agognata Mela Rossa, la Costantinopoli imperiale) tra duchi bizantini ed emiri turcomanni. Ed è questa Anatolia che Yusuf Atilgan sceglie come scenografia di questo Hotel Madrepatria, opera innovativa in cui l’Autore compone, con toni che vanno al di là di quelli del Novecento letterario, uno scrigno geniale in cui classicità, modernità, sperimentalismo si fondono dando vita a una narrazione che è paradigma di tutte le sfaccettature di quella espressione totalizzante che è il romanzo. 
Il viaggio nella follia che un uomo, rimasto come una sentinella solitaria a guardia di una fortezza ormai abbandonata, compie fino alla terminazione estrema di ogni vitalità è occasione di rappresentazione di squarci di vita quotidiana, raffigurazioni di estreme solitudini, ostensioni di eternità femminine portatrici di mortale sensualità, ritratti di stolidità mercantili e contadine, visioni di sotterfugi meschini, indifferenze poliziesche e burocratiche, maschilismi eterni.
Hotel Madrepatria è un romanzo affresco, reso mirabilmente attraverso l’ibridazione di tempi, di soggetti narranti, di punti di vista che ricordano certe potenti espressività linguistiche alla William Faulkner o certe disperate rese dei conti alla Albert Camus.
La rendicontazione maniacale degli attimi delle vite dei personaggi, delle loro angosce, dei loro ricordi, delle loro speranze si fonde con la raffigurazione della eternità dei popoli, della ineluttabilità dei destini collettivi, della ineludibilità dello scorrere del tempo e dei tempi. Yusuf Atligan scrive un romanzo assoluto traslando la singolarità di un accadimento che vive al confine tra le anime e i corpi in figurazione del dolore degli umani e, come il Graham Greene de Il nocciolo della questione, osserva e trascrive questo dolore con misericordiosa pietà, quella misericordiosa pietà che solo uno scrittore di razza sa come raccontare.
Un libro.
Hotel Madrepatria, di Yusuf Atilgan (Calabuig).