sabato 11 febbraio 2017

L'undicesimo numero de Il Colophon


Da pochi giorni è uscito l'undicesimo numero de Il Colophon. Rivista d letteratura di Antonio Tombolini Editore. L'argomento di questa volta è "Per brevità chiamato artista" e il motivo ce lo spiega qui il direttore della rivista Michele Marziani. In questo numero scrivo di Jorge Luis Borges, recensisco I quarantanove racconti di Ernest Hemingway e A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti. Inoltre c'è anche un mio racconto inedito: Il giorno in cui le pagine dei libri diventarono bianche.
Come sempre le bellissime illustrazioni che accompagnano ogni pezzo sono di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 31 gennaio 2017

L'ultima notte del Rais, di Yasmina Khadra (Sellerio)

Romanzare la storia, decifrare gli avvenimenti politici attraverso lo strumento della narrazione è cosa che da sempre trova dimora nella letteratura. Di un romanzo può essere storico lo sfondo, scenografia sulla quale altri personaggi si muovono, può essere storico il divenire della trama che si trasfigura e si fonde a volte con il saggio. La storia è il grande palcoscenico sul quale la letteratura mette in scena le sue narrazioni che spesso diventano interpretazione e coscienza critica. Complessa è invece l'arte di mimetizzarsi nella volontà di un personaggio storico. Il pericolo è che il narratore non sfugga a stereotipi o manierismi. Questo non succede a Yasmina Khadra, nom de plume femminile dello scrittore algerino Mohamed Moulessehoul. L'ultima notte del Rais descrive il crollo di un regime attraverso il punto di vista di chi di quel regime è stato fondatore e incarnazione. I momenti ultimi di ogni dittatura sono paradigma dei sentimenti più crudi degli esseri umani. Momenti in cui la fedeltà, il tradimento, la violenza, la sopraffazione si stendono come un sudario di morte sulle anime dei protagonisti e spesso il ruolo dei carnefici e quello delle vittime si fondono in un'atavica ordalia le cui definizioni si perdono nell'alba dei tempi, incise a fuoco tra le oscurità del cervello rettiliano che vive nelle menti degli esseri senzienti come elemento che precede e vive prima di ogni evoluzione.
La cosiddetta primavera araba che agli inizi degli Anni Dieci del Terzo Millennio scosse, e scuote ancora, il Nordafrica e il Medio Oriente è un avvenimento ancora misterioso, difficile da analizzare, in cui legittime richieste di democrazia si sono fuse con strumentalizzazioni eterodirette, con interessi economici di stati e superpotenze, con conati neocolonialisti e interessi petroliferi, mischiati a guerre sante che sembrano organizzazioni criminali e organizzazioni criminali che sembrano guerre sante, terrorismi a volte creati ad arte e antiterrorismi che di quei terrorismi si nutrono, in una planetaria strategia della tensione in cui le parti del torto e della ragione si fondono in un grande gioco in cui i vincitori sono sempre gli artefici del caos.
In questo scenario appare Mu'ammar Gheddafi, colto nell'attimo della fuga, nel momento della disfatta, nell'istante del crollo sanguinoso del suo governo; solo, circondato da pochi fedeli, braccato, ammorbato dal fetore della morte prossima ventura. Modello narrativo di ogni dittatore ritratto nel momento in cui viene gettato nella polvere, il Gheddafi di L'ultima notte del Rais è ectoplasma politico, carnefice ora trasformato in vittima, burattinaio che ha tragicamente perso l'arte di muovere i fili, costretto ora nel ruolo di morente marionetta che alla fine sembra addirittura trasfigurarsi nel palesamento ultraterreno di una santità blasfema, sfigurata e oltraggiosa che unisce a sé tutto l'orrore del mondo. L'onniscenza narrativa generata dal punto di vista dell'autore non è mai fine a se stessa ma diviene qui strumento per analizzare, comprendere, sezionare le dinamiche eterne e sempre uguali del potere. L'ultima notte del Rais non è solo un romanzo, ma è anche congegno, chiave, grimaldello necessario che va ben oltre la presbite analisi storica e la miope analisi politica e giornalistica e apre uno spazio narrativo nuovo che, nel confronto inevitabile con le analisi coeve, diventa invece imprescindibile. Netto negli stilemi e essenziale nella dinamica ci fa ricordare che spesso l'aspetto meno scontato della letteratura, quello che Roberto Bolaňo definiva pericolosità, è l'unica possibilità che abbiamo per comprendere il mosaico ingannatore della realtà.
Un libro.
L'ultima notte del Rais, di Yasmina Khadra (Sellerio).   

martedì 17 gennaio 2017

Ultime lettere da Montmartre, di Qiu Miaojin (Calabuig)

Romanzo epistolare che semina tracce di dolore tra Parigi e l'Estremo Oriente, che invia missive pregne di amore, di disperazione, frutto di una volontà che cerca angosciosamente di sopravvivere, mesmerizzata in una bipolarità geografica che è paradigma di una bipolarità di sofferenza estrema. Ultime lettere da Montmartre è romanzo pieno di amore, di passione, di sentimenti che tentano di coniugare la carnalità con il desiderio assoluto della persona dell'amata trasfigurata in aspirazione all'unione totalizzante di due anime. 
L'amore smarrito di colei che scrive per la sua amata queste missive è un mirabile esempio narrativo di emozioni estreme che trapassano quelle anime femminili e che prevalgono sugli stereotipi della letteratura LGBT, diventando modello dello stesso senso di perdita luttuosa che circonda ogni essere umano che abbia mai provato il senso di soffocante smarrimento nel momento dell'abbandono da parte di chi ha amato più di se stesso.
Gli istanti della definizione dello stato di amante abbandonata, della sua metabolizzazione, della sua elaborazione si scontrano in modo terribile con la presenza costante di una volontà autodistruttiva cui l'io narrante cerca in modo disperato di sottrarsi. I ricordi si affastellano tra i tempi e gli spazi che si accumulano come lacerti di un diagramma che difficilmente trova una sua composizione, dispersi tra appartamenti parigini, aeroporti internazionali, fugaci apparizioni di metropoli nipponiche e taiwanesi, tutte membra di un corpo narrativo e narrato che lentamente e inesorabilmente si avvicinano a un concetto di non luogo in cui l'anima di quel corpo si dissolve sino a diventare evanescenza di un confronto epico al punto che di Eros e Thanatos, che tanto hanno combattuto in queste missive e nelle vite da loro decrittate, rimangono soltanto ombre che annunciano un Ade di afflitto silenzio.
Qiu Miaojin scrive questo romanzo che apparirà nel 1996, un anno dopo il suo suicidio avvenuto proprio in quella Parigi che fa sfondo al romanzo. Ultime lettere da Montmartre è il luogo in cui realtà e finzione si sono fuse, in cui il dolore e la sua narrazione si sono trasfigurati in una solitaria, appassionata, e tuttavia arrendevole, essenza il cui profumo arriva da ogni pagina e lascia al lettore la triste sensazione della perdita di una grande scrittrice.
Un libro.
Ultime lettere da Montmarte, di Qiu Miaojin (Calabuig).

venerdì 23 dicembre 2016

Zero K, di Don DeLillo (Einaudi)

Sul papiro istoriato di una mappa compilata da scribi misteriosi assisi ai limiti estremi del mondo conosciuto, redatta con inchiostri millenari che segnano i confini di imperi crollati e sepolti sotto immensità desertiche che segnano il passare di un tempo che ha definitivamente ingoiato la storia, c'è una traccia che indica il luogo in cui si erge una mastaba o ziqqurat o compound o fortezza, struttura architettonica sepolta, segreta, inconoscibile, accarezzata da entità posticce che indossano i costumi di una guerra combattuta nei luoghi in cui l'alba del terzo millennio ha fatto risorgere conflitti sanguinanti e sanguinosi segretamente incistati nell'alveo di un medioevo mai finito, sorvegliata da figure archetipe di scherani armati al servizio di oligarchie dalla mimesi astuta segnata da vessilli postideologici e da sopraffazioni armate di denaro e fucili mitragliatori. Luogo in cui la summa della creazione letteraria, pittorica, filosofica, teologica, scientifica, architettonica giunge alla sua definizione finale per mezzo della reiterazione di simboli, di segni, di immagini che tutto vogliono riassumere nel tentativo titanico di far coincidere l'infinitamente grande con l'infinitamente piccolo. Interni in cui vite nuovayorkesi, cristallizzate nell'istante eterno della produzione della ricchezza, si specchiano e si confrontano nella spietata ricerca di quella reciproca affidabilità genetica e culturale da cui si genera la massima gradazione del potere, segnale di riconoscimento eterno delle élites che da sempre hanno il comando dell'umanità, affinché il destino dell'autorità possa essere condiviso nel presente per poi poter essere trasmesso nel futuro, un futuro che genera se stesso nel luogo oltrecaucasico in cui le migrazioni dei popoli hanno avuto inizio e in cui hanno avuto fine le ideologie del secolo breve. Figure spogliate di ogni orpello si muovono essenziali interpretando i ruoli perpetui che dall'alba della migrazione indoeuropea sempre ricorrono nella tripartizione iranica: sacerdoti, guerrieri, produttori. Uomini e donne abbandonano lentamente le maschere sociali e le parti imposte dalla coabitazione degli esseri senzienti che formano la collettività umana, per poter giungere, guidati da un potere che è nuovo nella misura in cui ha riunito in sé tutti i poteri del mondo, alla conoscenza di quell'attimo in cui la vita e la morte si uniscono in un uroborico anello di Moebius che è al contempo fine e principio, definizione del tutto e del nulla. Una nuova mistica appare in quell'orizzonte astrale degli eventi che delimita il punto e il momento in cui la nascita dell'universo produce la sua autoriflessa consapevolezza, una mistica che fonde gli arcaismi del cervello rettiliano e la protesizzazione del corpo operata dai devices digitali. Zero K è l'agghiacciante palcoscenico sul quale va in scena la narrazione di questa trasmigrazione genetica e culturale, è l'inquietante papiro sul quale un Don DeLillo ormai profetico stila, con l'infinita pazienza di un sapiente che è riuscito ad andare oltre il tempo, i complessi segni di un nuovo alfabeto le cui lettere compongono forse un misterioso poema che canta la storia dimenticata di un antico impero fondato da esseri senzienti ormai estinti e dissoltosi inevitabilmente nel pulviscolo cosmico dell'universo.
Un libro.
Zero K, di Don DeLillo (Einaudi).

venerdì 16 dicembre 2016

Il decimo numero de Il Colophon


Dieci numeri, un numero ogni due mesi, un periodo di preparazione prima della nascita del numero uno e fanno due anni. Due anni di articoli, di interviste, di recensioni, due anni di libri. Senza mai cedere all'urgenza dell'attualità, anzi andando in cerca dei luoghi più nascosti e segreti della parola scritta, degli autori, delle vicende letterarie, dei momenti meno conosciuti dei libri, evitando sempre la luce spesso artefatta dei riflettori artificiosi che, il più delle volte, illuminano soltanto il nulla. Questo è Il Colophon che da pochi giorni ha tagliato il simbolico traguardo dei dieci numeri. Edito da Antonio Tombolini Editore, diretto da Michele Marziani, illustrato da Marta D'Asaro. Ogni numero un tema diverso. Stavolta è: "Al paese dei libri" e l'editoriale del direttore ne spiega qui i motivi.
In questo numero intervisto Laura Fedigatti, una delle due titolari della libreria Le mille e una pagina, e recensico I libri nella mia vita, di Henry Miller, Storie di libri perduti, di Giorgio Van Straten, Da Moby Dick all'Orsa Bianca, di Anna Maria Ortese, Non sperate di liberarvi dei libri, di Umberto Eco e Jean-Claude Carrière.
Buona lettura!

sabato 3 dicembre 2016

Intervistato da Roberta Marcaccio all'ora del té

Roberta Marcaccio, bravissima scrittrice (tra le sue opere Tranne il colore degli occhi, uscito per i tipi di Antonio Tombolini Editore nella collana Amaranta) mi intervista sul suo blog. Si parla, of course, di Notte di nebbia in pianura, di Sette sono i re, di L'odore del riso, ma anche di scrittura, di narrazione, di luoghi dello scrivere, di creazione letteraria. L'intervista è qui. Buona lettura!

lunedì 21 novembre 2016

L'uomo è morto, di Wole Soyinka (Calabuig)

Africa, continente martire dello sfruttamento coloniale prima e di ben due decolonizzazioni poi, decise a tavolino da un Occidente che l'ha geopoliticamente trafitta con faziose e artefatte linee geometriche criminalmente incuranti dei popoli, delle tradizioni millenarie, delle costumanze consolidate e di collettività sperimentate da secoli, partorendo, come un demiurgo malvagio, stragi, olocausti, torture, omicidi di massa, pulizie etniche e orribili soluzioni finali nate da un'improvvisata e imposta unificazione di popolazioni da sempre antagoniste e da una altrettanto improvvisata e imposta divisione di comunità da sempre unite. 
La prima decolonizzazione del 1960 ha il colore delle divise dei mercenari katanghesi, del sangue dei politici democratici africani assassinati, delle uniformi stirate dei dittatori africani imposti dagli interessi occidentali. Ha il colore giallo e verde delle pellicole dei Mondo movie che danno in pasto alle platee cinematografiche europee, tranquillamente assise in poltrona, il raccapriccio di una inaudita violenza offerta sul vassoio di un finto documentarismo e di una malcelata nostalgia del potere bianco.
La seconda decolonizzazione del 1975 ha il colore dei garofani che i militari portoghesi infilano nelle canne dei loro fucili al momento della loro ribellione al regime di Salazar, ma porta con sé ancora altri dittatori, altri interessi occidentali e stavolta anche sovietici, interessi che procrastinano all'infinito la nascita di un'Africa finalmente libera dal suo passato.
Tra queste due date c'è un accadimento che entrerà potentemente nell'immaginario collettivo e diverrà, per le terribili immagini dei bambini scheletrici vittime di una terribile carestia nata dagli eventi bellici, sinonimo di sofferenza umana: la Guerra del Biafra. Ed è negli anni di questa guerra civile che dividerà tragicamente la Nigeria che Wole Soyinka, intellettuale autenticamente libero e disinteressatamente engagé, si metterà in gioco rischiando la libertà e la vita. L'uomo è morto è il monumentale e potente rapporto che Soyinka redige sulla sua esperienza di prigioniero politico, sulla pericolosa partita a scacchi che coraggiosamente intraprende con il corpo e con la psiche contro polizie politiche e servizi segreti. Saggio o romanzo o reportage o tutte e tre le cose insieme, ha poca importanza; L'uomo è morto è un esempio chiaro e impavido di come la letteratura contenga in sé, nonostante tutto, la possibilità di una speranza, l'azzardo di una mossa che possa tentare di mutare il consolidato e irreversibile corso degli eventi storici e politici cristallizzato dallo spietato e ignobile immobilismo che nasce dalla crudeltà del potere asservito al denaro e agli interessi che avvantaggiano i pochi a danno dei molti.
Lo stesso Soyinka si interroga nelle prime pagine di questo libro sulla possibilità che un linguaggio narrativo possa avere la forza di decrittare tutta la follia della sopraffazione e se la forma del romanzo possa avere il vigore necessario per stigmatizzare e immortalare in un fotogramma di orrore tutta la meschinità spietata di chi si fa servo del sopruso e della violenza. È lo stesso divenire delle pagine che risponderà sia all'autore che al lettore, portando alla luce uno dei più grandi romanzi che mai abbia saputo descrivere quella spietata linea d'ombra che trafigge i singoli e le collettività. Ritratto estremo dell'anima di chi lo ha scritto e di chi ne è raffigurato, L'uomo è morto fonde il coraggio di Soyinka, la sua volontà indomabile di democrazia, l'insondabilità della tirannia, la tragica solitudine di chi, spesso suo malgrado, è costretto ad appoggiarla e la crudele menzogna di chi invece se ne serve come strumento di dominio dell'uomo sull'uomo. Altri orrori seguiranno, come il genocidio del Rwanda, altre contaminazioni tra le caleidoscopiche facce del potere, altre gradazioni di colpevolezza tra gli artefici e i figuranti dell'odio, ma L'uomo è morto si staglia nel panorama dell'orrore umano come narrazione definitiva che riesce a trapassare i tempi come soltanto quei libri che segnano un punto fermo nella storia dell'animo umano sanno fare.
Un libro.
L'uomo è morto, di Wole Soyinka (Calabuig).

lunedì 14 novembre 2016

L'odore del riso a Rimini

Martedì 15 novembre sarò ospite della rassegna Parola di scrittore organizzata a Rimini da Scenafutura. Con il poeta Paolo Vachino dialogherò del mio romanzo L'odore del riso uno dei tre che, con Notte di nebbia in pianura e Sette sono i re, formano la mia Trilogia della pianura.
L'appuntamento è alle ore 18 nella sala del caffé letterario Alidangelocaffé Extro (Via Castelfidardo 58, Rimini).


venerdì 4 novembre 2016

Le ragazze, di Emma Cline (Einaudi)

Leggiadre fatine percorrono la California, vestite di organza svolazzante, dai lunghi capelli sensualmente mossi dalla brezza, dai delicati gesti misteriosi e deliziosamente segnati da una lussuria inconsapevole. Camminano leggere, messaggere di una hibrys appena accennata, calpestando con piedini lievi un suolo costellato di verdi prati primaverili, accompagnate dalle note di una Summer of Love hippie che dal festival di Monterey si avvicina a quello di Woodstock, mentre la convenzione democratica del 1968 è affondata a Chicago dalla protesta contro la guerra del Vietnam e l'astuto Dick Nixon diventa presidente, facendo assurgere la reazionaria Orange County a sorgente infinita di paranoiche e divine visioni di un Philip K. Dick lucidamente allucinato e avviato verso la distruzione epatica in nome di una insurrezione lisergica che ha il suo dio e profeta in Timothy Leary. Le leggiadre fatine dalle movenze erotiche lentamente si avvicinano, si percepisce il loro profumo pungente simile all'afrore animalesco della superba femmina di una invincibile specie predatrice. Le leggiadre fatine sorridono dolcemente e hanno occhi vitrei, occhi coi quali osservano l'erezione dell'immenso membro del principe degli omicidi. Il loro sorriso è il rictus tetanico della morte.
Esiste una toponomastica dell'orrore, una mappatura dei luoghi dell'afflizione sadica che segnano quel paradigma geografico della cultura pop che è lo stato della California e in particolare della metropoli di Los Angeles. Uno degli indirizzi più famosi è il 8763 di Wonderland Avenue, dove il re del porno John Holmes rimase in qualche modo coinvolto in una storia cupa e spietata di omicidi legati all'universo alcaloidale delle sostanze psicotrope. L'altro, ben più penetrato a fondo nell'immaginario collettivo che si nutre di sangue, è il 10050 di Cielo Drive, vicino alle alture di Bel Air, sempre nella contea di Los Angeles. La data degli accadimenti che si svolsero al primo indirizzo è del 1981, quella di ciò che accadde al secondo è il 1969. 1969 è numerazione che ritorna e adorna anche il titolo di alcuni capitoli di Le ragazze, di Emma Cline.
Esiste sempre anche un attimo eterno in cui gli Stati Uniti, culla di ogni narrazione che da più di un secolo si espande nel crudele immaginario umanoide del pianeta, si fermano a fare i conti con il loro passato. L'arte cinematografica ha permesso loro, già nel 1978, ad appena tre anni dalla mattina in cui l'ultimo elicottero dei marines si staccò dal tetto dell'ambasciata americana di Saigon, di metabolizzare la sconfitta nella guerra del Vietnam. 
Le leggiadre fatine dallo sguardo di morte conducono per mano ora gli Stati Uniti a metabolizzare quell'agosto del 1969 in cui la nomade congregazione assassina di Charles Manson, la Family, si dedicò con malvagia perizia allo squartamento, tra gli altri, di Sharon Tate, moglie incinta di Roman Polansky.
Nel romanzo della Cline, Russel è Manson, è ovvio, così com'è ovvio che Suzanne e le altre sono Susan Atkins e Sandra Good e Leslie Van Houten, così come tutto l'ordito della trama è la visione in filigrana degli omicidi di Bel Air. Ma c'è una grandezza in questo romanzo, una grandezza misteriosa che lentamente viene percepita sottotraccia dal lettore e che ha come artefice lo speciale punto di osservazione narrativo. L'io narrante ricorda con orrore, con stupefazione, con rassegnazione. L'io narrante ricorda con tragica lucidità, con triste solitudine. E quello che ricorda è una plumbea atmosfera di attese e di promesse, di vite soffocate da un paesaggio artefatto di bisogni finti e indotti dalla necessità di consumare, di ruoli definiti da una collettività immobile, senza possibilità di fuga, una collettività in cui padri e madri hanno da tempo abdicato al loro ruolo, in cui il sogno lisergico è l'unica possibilità di redenzione, ma anche quel sogno è una creazione di bisogni imposti da chi di quel sogno fa commercio criminale e anche la redenzione promessa è soltanto un idolo malvagio che si nutre dei corpi e delle menti dei suoi adoratori. Quello della Cline è l'autoritratto di un'epoca storica in cui tutta la nostra contemporaneità ha avuto inizio: l'esplosione della cultura pop e la costruzione della condizione giovanile, il mito della rivoluzione sessuale, l'agghiacciante illusione della falsa libertà prodotta dall'uso degli stupefacenti, la scena musicale intesa come rivoluzione e invece condotta sapientemente per mano dal business, così come inteso come rivoluzione e invece business per pochi miliardari eletti sarà da lì a qualche anno quello che Bill Gates e Steve Jobs creeranno nei sobborghi di minuscole cittadine della West Coast. Russel/Manson non è un asceta pazzo, non è un guru omicida, tanto meno un criminale senza scrupoli, ma un pericoloso cazzone squilibrato che voleva fare i soldi cercando un contratto discografico per le sue non certo memorabili canzoni. L'affermazione postbellica di un mercato di consumatori ha esponenzialmente moltiplicato anche i canali e le possibilità della creatività, ma al contempo la visibilità della creazione e la sua relativa fama sono, come sempre, difficilissime strade in salita e per procurarsi i famosi quindici minuti di celebrità declamati da Andy Warhol ormai si può tranquillamente uccidere. Emma Cline scrive un romanzo che trafigge lo scorrere del tempo e con la sua scrittura pone tutti quanti noi di fronte al ritratto di una collettività che ha consapevolmente autodistrutto ogni sua aspirazione. Nel deserto dell'anima forse c'è una piccola speranza: quella di iniziare tutto da capo, senza illusioni.
Un libro.
Le ragazze, di Emma Cline (Einaudi). 

martedì 18 ottobre 2016

Antonio Tombolini Editore compie 100 titoli!

Antonio Tombolini Editore compie 100 titoli! E' un traguardo importante per questa coraggiosa e innovativa casa editrice con cui collaboro con convinzione sin dall'inizio. 
Tra questi 100 titoli ci sono anche i miei Notte di nebbia in pianura, Sette sono i re (libro che ha inaugurato la collana Officina Marziani) e L'odore del riso
Per festeggiare con tutti i lettori questo evento entusiasmante, l'editore promuove le versioni digitali dei suoi libri a 1,99 Euro fino al 6 Novembre
Che dire? Buona lettura e augurissimi!