venerdì 19 agosto 2016

Il fattore Borges, di Alan Pauls (edizioni SUR)

Esiste certamente una questione Borges, ed esiste nella misura in cui Borges stesso ne ha definiti i termini. Immenso funambolo della parola scritta, euclideo ingegnere della struttura narrativa, pitagorica sfinge che si erge solitaria nel panorama della letteratura, panorama che ha contribuito a creare, a modellare, a destrutturare, Borges appare al contempo come avanguardia coltissima e retroguardia barocca. Il perimetro della letteratura fantastica, il realismo magico dei Garcìa Márquez in mimetica fidelista e dei Cortázar in dolcevita esistenzialgiovanilista, non può essere sufficiente per definirlo e non lo è mai stato. Certo la prima apparizione in Italia del grande argentino è dovuta alla Antologia della letteratura fantastica pubblicata dagli Editori Riuniti e all'einaudiano Finzioni prima che Borges divenisse una delle colonne portanti di Adelphi. Nei primissimi anni Ottanta è l'editore bodoniano Franco Maria Ricci a portarlo in pellegrinaggio nella penisola periferia dell'Impero e a pubblicarne stralci sulla lussuosa rivista FMR e poi a editarne i suoi testi di riferimento, i mattoni della sua onirica ziqqurat letteraria, nella collana La Biblioteca di Babele, ripresa poi dagli Oscar Mondadori. Quando la critica letteraria italiana era spesso vittima di sviste ideologiche Borges era frettolosamente incompreso se non addirittura ignorato. All'editore parmense, ora a sua volta  assiso in un personale e magnifico, e borgesiano of course, labirinto, va senz'altro il merito di aver “sdoganato” l'inarrivabile aedo argentino. Io stesso fui testimone, moltissimi anni fa, dell'incomprensione italiana per Borges quando, ascoltando una trasmissione radiofonica, lo sentii definire, con estrema serietà, essenzialmente come un ladro di testi altrui e come un inventore di autori e di opere false fatte passare per vere. Borges declassato quindi a piccolo falsario, a membro della consorteria dei plagiatori (ah, quelle metafisiche, e un po' ridicole, mostre di falsi d'autore che adornano gli estivi pomeriggi sonnolenti degli alberghi della Riviera di Levante e di Ponente). Naturalmente evito ogni valutazione sull'imbecillità di chi produsse quell'ignobilmente frettolosa e illetterata valutazione. Negli anni naturalmente le cose sono mutate. Borges si è trasfigurato in una sorta di icona pop e lo stesso Bolaňo, altra trasfigurazione pop, lo ha inserito nel suo Pantheon di autori preferiti (esiste una sorta di vulgata in rete secondo la quale il mito di Bolaňo sarebbe stato costruito a tavolino da un gruppo di quotati e famelici agenti letterari "gringos" e la cosa, qualora fosse veritiera, renderebbe comunque Bolaňo ancor più bolaňiano o, perché no, ancor più borgesiano). Appare ora questo Il fattore Borges che le edizioni SUR, sempre attente a ciò che letterariamente accade nell'emisfero australe del pianeta, pubblicano con una felicissima intuizione grafica per quanto riguarda le note al testo, intuizione che lenisce alquanto le tribolazioni del lettore alle prese con le famigerate, anche se ineludibilmente importanti, note a piè di pagina. Dalle pagine di questo saggio traspare lentamente, grazie alla bravura e alla preparazione dell'autore Alan Pauls, una nuova figura del Borges scrittore e del Borges artefice di scritture. L'icona pop non è più quella incardinata nell'ormai imponente apparato iconografico e critico, ma Borges appare nella sua evoluzione temporale e letteraria. Non più quindi un'immobile statua che se ne sta pensosa nel mezzo di una piazza dipinta da De Chirico, ma un autore che ha dovuto fare i conti con le avanguardie letterarie degli anni Venti, ne è stato affascinato prima e poi ha costruito i presupposti per abbandonarle e creare nuove e inedite forme di narrazione che trapassano e trasfigurano gli stessi luoghi in cui queste narrazioni avvengono. Borges che odia dapprima i sobborghi di Buenos Aires e poi ne diviene invece il cantore, in una sorta di riaffermazione quasi etnica della lingua "criolla" dei nativi in contrapposizione ai nuovi arrivati spagnoli e italiani (quasi una sfida etnicoletteraria che ricorda l'epopea di Le gangs di New York di Herbert Asbury, opera che Borges lesse con molto interesse), Borges che vede in West Side Story una rivisitazione delle lotte medioevali fra le tribù vichinghe, Borges che accoglie il romanzo poliziesco come forma geometrica perfetta della struttura narrativa e che, nei suoi mondi letterari costellati di citazioni, teologie, gnosi e neoplatonismi (dove l'autentico si fonde con l'artefatto e l'artificio e dove la mistificazione erudita diviene mezzo di (auto)ironica celebrazione dell'erudizione stessa) è già negli anni Quaranta un precursore del postmodernismo. È un Borges nuovo quello che appare da queste pagine. Un Borges impegnato a celarsi al mondo e al contempo dedito con dovizia e perfezionismo professionale a costruire il proprio mito cui, molto borgesianamente, è il primo a non credere. Un immenso ingegnere della parola e un profondissimo creatore di mondi letterari e di distorsioni geniali dove la finzione è l'autentica realtà e la realtà è l'unica finzione possibile.
Un libro.
Il fattore Borges, di Alan Pauls (edizioni SUR).

domenica 7 agosto 2016

L'ottavo numero de Il Colophon


E' uscito da pochi giorni l'ottavo numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "Quelle piccole cose di pessimo gusto" (qui l'editoriale del direttore Michele Marziani). In questo numero c'è un mio articolo: Un clistere allo zabaione. Che cosa sarà mai questo inquietante e zuccherino clisma cremoso? Per scoprirlo bisogna leggere l'articolo. Il tutto, come sempre, illustrato con rara maestria da Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 18 luglio 2016

Mi chiamo Lucy Barton, di Elizabeth Strout (Einaudi)

Andare in cerca di una legge narrativa che, come la famosa teoria della fisica, riesca a spiegare il senso della vita e tenti di ricomprendere il tutto è sempre stata impresa difficile, spesso sfuggita a romanzieri di onorata e lunga carriera. Ebbene, con pennellate al contempo leggere e incisive, con parole al contempo lievi e potenti, con uno stile al contempo scarno e corposo, Elizabeth Strout riesce magistralmente a superare questa sfida con questo bellissimo Mi Chiamo Lucy Barton. La malattia, gli affetti, gli amori, la povertà, il rapporto tra metropoli e provincia americana, la tragica e atroce presenza paterna, la complessa e tuttavia affettuosa figura materna, da qui prende le mosse questa narrazione che, nel suo sempre più coinvolgente divenire, lentamente ammalia il lettore e lo conduce amichevolmente per mano facendogli compiere un viaggio che ha come meta il virtuoso intrecciarsi delle anime dell'Autrice e di chi la legge. 
Mi chiamo Lucy Barton è romanzo che riesce a coniugare in sé, e lo fa con rara capacità, sia le dominanti, e problematiche, visioni che albergano da sempre nella società e nell'immaginario americano, sia il caleidoscopico mutare della loro interpretazione e descrizione che è elemento distintivo e unificatore della miglior letteratura americana. 
Elizabeth Strout fa risorgere la grande epopea degli Steinbeck e dei Dos Passos e la immerge nella forte e angosciante prova delle short stories hemingwayane, liberandola però del machismo eroico di queste ultime e rivivificando il minimalismo carveriano sfuggendo tuttavia intelligentemente dalla trappola della sua troppo enigmatica solitudine. Interessante e particolare è poi l'intrecciarsi dei piani temporali e di quelli narrativi nei quali si mimetizza l'esperienza editoriale e l'amore per i libri dell'io narrante che velatamente cela le passioni letterarie e il rapporto quasi simbiotico con i libri che è certamente parte fondamentale della vita dell'Autrice stessa.
Il frutto di tutto ciò è un romanzo miracoloso, unico ed estremamente coinvolgente. Un miracolo narrativo che, come pochi altri, riuscirà, una volta che sarà arrivato all'ultima pagina, a rendere migliore ogni lettore.
Un libro.
Mi chiamo Lucy Barton, di Elizabeth Strout (Einaudi).

martedì 12 luglio 2016

A metà dell'orizzonte, di Roland Buti (Calabuig)

Una Svizzera dissimulata, particolare, quasi onirica, intersezione di mondi arcaici e moderni al contempo. La canicola dell'estate del 1976 è lo scenario che cristallizza in un attimo di angosciante sospensione l'incrociarsi di destini sì apparentemente immobili ma tuttavia protagonisti loro malgrado di una tragica mutazione che scardina le vite e le anime. Quello che Roland Buti narra è un universo parallelo a quello della disarticolazione del romanzo messo in scena da Friedrich Dürrenmatt nei suoi libri o a quello silenziosamente allarmante che Claude Goretta presenta nei suoi film, altri due autori elvetici che descrivono una Svizzera circostanziata da ombre opprimenti, da strane attese, da presenze soffocanti. La campagna apparentemente quieta che Roland Buti racconta è gravida di incomprensioni celate, di speranze esplosive, di desideri tracimanti nella impossibile trasgressione e cocciutamente conservati nel silenzio. Uomini, donne, ragazzi, ragazze, animali, alberi, sono tutti a loro modo protagonisti di una lenta fusione di aspettative tradite e di volontà di fuga mai messe in opera. Tutti gli esseri viventi, costretti a rimanere incardinati nel posto loro destinato da un fato atavico e millenario, un fato modellato da secolari tradizioni che albergano tra i pascoli e i monti della Confederazione Elvetica, sono indotti bruscamente a fare i conti con una caldissima estate che si manifesta improvvisa come il segno chialistico di un demiurgo che ha deciso di far crollare le secolari immobilità di questa terra chiusa tra le fredde verticalità alpine. Alla fine tutto sarà definitivamente mutato e nulla potrà mai essere come prima. Da un lato una madre sceglierà il proprio destino accanto a una donna, abbandonando la famiglia, dall'altro la più vecchia giovenca della fattoria sceglierà la morte per inedia rimanendo immobile nella calura. Nel mezzo i vecchi moriranno, i padri abdicheranno definitivamente al loro arduo ruolo. Solo qualche giovane diverrà padrone del proprio destino. Chi non ci riuscirà rimarrà lì a metà dell'orizzonte, preso dall'inesorabile divenire del tempo, a testimoniare con la propria inevitabile decadenza fisica come ogni cosa sia da tempo immemorabile destinata a cambiare.
Un libro.
A metà dell'orizzonte, di Roland Buti (Calabuig).

lunedì 11 luglio 2016

Tranne il colore degli occhi, di Roberta Marcaccio (Antonio Tombolini Editore)

Romanzo con una trama dal sapore antico e riassemblata sapientemente con un uso interessante del divenire spaziotemporale. Amore, amicizia, morte, sentimenti forti sono quelli che albergano in Tranne il colore degli occhi, sentimenti che l'Autrice giostra magistralmente, riuscendo a tenere il passo e la cadenza di certe novelle del Verga. E così come nei romanzi del nostro Ottocento il dolore della vita si fa strada tra l'infittirsi dei personaggi la cui presenza non è mai pletorica bensì funzionale al divenire spaziotemporale delle vite di luoghi e persone. Luoghi e persone che si intrecciano attraverso un uso genialmente quasi sperimentale della sovrapposizione dei tempi e della tecnica del flashback. Un'analessi che non è solo mezzo ma anche e soprattutto strumento per l'indagine delle anime, anime che sono indissolubilmente legate alla fusione del presente con il passato e con il futuro, una fusione che in ogni attimo della lettura regala al fortunato lettore la corposità di una storia che non è mai banale e in cui il peso del dolore è trattato con letteraria levità. 
In Tranne il colore degli occhi il passo e la cadenza del romanzo ottocentesco bene si fondono con l'eco di quegli sceneggiati che negli Anni Settanta venivano trasmessi dal mezzo televisivo, quegli sceneggiati in cui i personaggi erano interpretati dai grandi nomi dei teatro italiano e che, ancora oggi, fanno impallidire la povera fiction a noi coeva. In questo romanzo c'è tutto: la trasformazione sociale del nostro paese, la provincia nascosta, la metropoli immensa, la mutazione del sentire dei costumi e della società. Il tutto reso in modo mai banale, mai pesante, mai retorico.
Tranne il colore degli occhi è un come quei feuilleton che all'inizio furono catalogati come romanzi d'appendice e che poi invece hanno saputo attraversare e interpretare i tempi della grande letteratura. 
Roberta Marcaccio scrive un romanzo al contempo antico e nuovissimo, potente e lieve, tradizionale e innovativo.
Un libro.
Tranne il colore degli occhi, di Roberta Marcaccio (Antonio Tombolini Editore)

martedì 14 giugno 2016

L'odore del riso. La recensione di Stefania Pastori


Una recensione estremamente interessante e approfondita è quella che Stefania Pastori scrive a proposito de L'odore del riso. Una recensione che porta un grande contributo alla interpretazione di questo mio libro. L'originale è qui. Buona lettura!

Un tempo, fui assistente di un pittore famoso negli anni '70, poi decaduto. Il suo motto era: “Il colore è tutto.” O forse era il motto di Carlo Carrà, non ricordo. Angelo Ricci potrebbe assumerlo come proprio. Il colore in tutte le sue declinazioni screziate ravviva ogni pagina del suo scrivere.
L'incipit è fulminante, inchioda alla sedia/divano/letto/tazzadelcesso e impedisce di pensare ad altro. “Io so tutto di voi.” Io chi? Voi chi?
Eppure, c'è già tutto. Lo spazio: quella troia della pianura padana. Il tempo: l'oggi coi suoi soldi sporchi da lavare. I protagonisti: gli americani del sud che costruiscono. Il cosa: villette a schiera. Il chi: il venditore/narratore, sgamato.
Patotas.
Daglielo al Mondo!
Si susseguono parole messe lì non a caso, ma solo per renderti incapace di capire. Si direbbe poesia in prosa, anzi, meglio, prosa in forma di poesia. Sensualità. Sessualità. Scorci. Squarci di colore e fiori e finestre.
“La Taverna. Insegna a pezzi. Plastica opalescente annerita dallo sfinimento dei neon. Memorie perse dai colori morti.” Ecco dove si trova la poesia di Ricci: nelle plastiche consunte. “Tir dalle bocche sguaiate e urlanti muggiscono la loro presenza definitiva. Muovendo pacchi caldi di aria bollente.” Ma anche nel movimento dei Tir. Una poesia che sorprende, che spiazza, che narra l'inenarrabile. “Io so tutto di voi.” Io chi? Voi chi?
Dopo un centinaio di pagine si capisce che quel Mondo con la maiuscola è una persona che fa lo sfasciacarrozze. Il “Daglielo” è l'invito a dargli un vecchio motorino arrugginito. L'invito è pretesto per un dramma consumato tra ragazzini. È preludio per la costruzione di uno dei personaggi chiave.
“Ancora una volta si volse a guardare la porta del garage. Era lì che era successo tutto. Era lì.” Per l'ennesima volta sembra riaffacciarsi un ricordo di una ricca ragazza grassa che appare a sprazzi. Per l'ennesima volta, Ricci non ce lo svela.
Poi c'è la faccenda di una ragazza nuda e prigioniera. Di uomini che si direbbero dalla parte della legge. Ma violentemente grezzi. La ragazza muore per sbaglio. Infine sapremo che è solo uno degli innumerevoli interrogatori a suon di pungolate elettriche, di cadaveri che spariscono nell'Atlantico dell'America del Sud.
Infine sapremo anche cosa successe nel garage. Ma non ne farò spoiler, perché è annodato strettamente ai cadaveri nascosti nell'Atlantico. E anche a colui che afferma: “Io so tutto di voi.”
Infine sapremo anche della parola misteriosa. Patotas. E il significato dell'odore del riso. Scopriremo anche come tutto si lega in una di quelle geometrie perfette che aprono il libro e lo chiudono. Ricci, geometra perfetto della narrazione. Dopo Scerbanenco, solo Ricci, che sta reinventando la narrativa gialla. Solo un difetto: gli spiegoni, ma si capisce che Ricci non avrebbe voluto farli.
Consigliato a chi ama gli incastri geometrici della narrazione, a chi vuole uscire dai consumati rigori del giallo. Ai poeti della banalità del male.

lunedì 13 giugno 2016

Il settimo numero de Il Colophon


E' uscito da pochi giorni il settimo numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "L'isola riflessa" (qui l'editoriale del direttore Michele Marziani). In questo numero recensisco L'isola del giorno prima di Umberto Eco e Isole nella corrente di Ernest Hemingway. Inoltre c'è anche un mio racconto inedito, L'sola del burattinaio, scritto appositamente per la rivista. Il tutto come sempre magnificamente accompagnato dalle illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 30 maggio 2016

Storie di libri perduti, di Giorgio Van Straten (Laterza)

Messaggi lanciati verso mete ignote ai confini di quello spazio tempo che delimita la necessità che l'umanità ha di raccontare se stessa. Questi sono i libri. Oggetti sacri e sacrileghi, scrigni che racchiudono tesori e maledizioni, entità semidivine simbioticamente unite ai loro autori e ai loro lettori, nella riaffermazione della ricerca di un tutto universale in cui materia e spirito si fondono. Oggetti che spesso sono anche soggetti di storie, protagonisti di destini, creatori di mutazioni e infinite combinazioni, declinate su una tavola pitagorica che si erge immensa sullo sfondo di paesaggi metafisici di condivisioni esponenziali. Libri che sono diventati pietre miliari del percorso delle entità senzienti, libri che si sono annullati nell'oblio eterno frutto di quella lotteria borgesiana che in palio ha la vita stessa, libri che veneriamo, libri gettati nei roghi che costellano la notte del potere e delle ideologie. E libri che mai hanno visto la luce eppure sono vivi, vivi nella memoria dei loro creatori, nei destini delle loro peregrinazioni, nel ricordo di chi, per un fuggente attimo, ha avuto la ventura di osservare il loro misterico bagliore subito oscurato. Sono questi i libri di cui Giorgio Van Straten racconta la storia in questo bellissimo e imperdibile saggio. Libri che per un attimo eterno hanno emesso fotoni definitivi come una pulsar ai confini dell'universo e che si sono poi spenti lasciando un ricordo di onde elettromagnetiche simili a particelle elementari il cui segno è celato nel mistero della coscienza collettiva. Manoscritti rubati in stazioni ferroviarie di metropoli europee, persi nella fuga dall'oppressione, obliati dalle intossicazioni alcaloidali, distrutti dalla ricerca maniacale della perfezione perseguita dai loro stessi autori o a causa della riservatezza amorevolmente estrema degli eredi di chi li aveva composti. Libri perduti che, a loro volta, sono diventati materia per la narrazione operata da altri scrittori ancora che, demiurghi inconsapevoli del mistero della letteratura, hanno a volte, in altri libri, trovato la via di una verità che si è indissolubilmente legata alla finzione. Storie di libri perduti è lettura fondamentale per tutti quelli che sanno che i destini del mondo sono incrociati proprio dalle e nelle parole dei libri.
Un libro.
Storie di libri perduti, di Giorgio Van Straten (Laterza).

lunedì 16 maggio 2016

L'arte della guerra zombi, di Aleksandar Hemon (Einaudi)

Finalmente! Finalmente un autore che non va in cerca del Grande Romanzo Americano, vetusto miraggio letterario che da sempre permea la narrativa del paese che è il paradigma dell'immaginario occidentale. Finalmente un autore che si smarca dall'imposizione pavloviana, comune a tanti altri narratori che scrivono negli States, di interpretare la contemporaneità, compiendo uno spostamento di pochi ma significativi anni e ambientando questa storia nei primi anni Zero del Terzo Millennio, producendo così una piccola ma eloquente trasfigurazione temporale che magistralmente dribbla il monolite dell'attacco alle Torri Gemelle, andando a scavare in quelle che sono le reali essenze della violenza bellica che impregna gli avvenimenti politici ed economici dei nostri giorni e cioè la prima guerra del Golfo (quella di Bush padre, madre di tutte le contaminazioni geopolitiche odierne) e la guerra civile iugoslava, primigenio apparire di un dio della guerra malvagio appena liberato dalla consunzione del mondo partorito dalla conferenza di Yalta, mondo che, nel pur folle bilanciamento delle testate atomiche, era riuscito a garantire una immobilità che aveva almeno incatenato i demiurghi delle pulizie etniche e delle soluzioni finali e dell'orrore. È l'orrore infatti il protagonista di questo romanzo, l'orrore che nasce da una quotidianità di personaggi segnati da guerre sanguinose e sanguinarie che hanno indelebilmente marcato questo Terzo Millennio che tutti avremmo pensato differente. Profughi bosniaci che hanno portato nel nuovo mondo tutte le ossessioni dei massacri balcanici, veterani di Desert Storm ormai persi in un eterno trip di pazzia che ricorda l'inferno mentale del phildickiano Un oscuro scrutare, isolati sceneggiatori di trame cinematografiche che mai avranno visibilità e che tentano di sopravvivere all'apocalisse della vita quotidiana, mentre cercano di raccontarla attraverso trasfigurazioni horror (come non ricordare The American Nightmare, l'imprescindibile documentario che interpreta l'horror come tentativo di narrare la deflagrazione della società americana a partire dal massacro di Bel Air del 1969, anno, guarda caso, della crisi della Summer Of Love, documentario la cui uscita precede di un anno il monolite dell'attacco alle Torri Gemelle), psicoterapeute nipponiche dall'erotismo estremo e dai serici capelli neri che appaiono come dee della vendetta, padri e madri della classe media ebraica intenti a stigmatizzare il fallimento delle loro relazioni matrimoniali affondate miseramente in un Middle West di paesaggi destrutturati. La trama del film horror che spezza i capitoli, fatica letteraria che sgorga dall'autoanalisi dell'io narrante, alla fine si impadronisce delle vite di tutti e al lettore appare così in tutta la sua magnificenza il demiurgo malvagio che in realtà ha sempre tirato i fili dei tragici personaggi imprigionati nei loro crudeli ricordi. Aleksandar Hemon fonde con geniale maestria la parola borgesiana di Danilo Kiš e la particolare scrittura di Donald Westlake e ne nasce questo L'arte della guerra zombi, romanzo unico, acuto, brillante, da leggere.
Un libro.
L'arte della guerra zombi, di Aleksandar Hemon (Einaudi).

lunedì 9 maggio 2016

Antonio Tombolini Editore, il libro di carta e quello elettrico

Antonio Tombolini da sempre sa che il contenuto di un libro si coniuga con i formati. Questi ultimi nel corsi dei secoli sono mutati e muteranno ancora, ma il libro, inteso come rapporto multilaterale tra autore e lettore, crea una sorta di continuum che va ben oltre lo spazio e il tempo, sino a raggiungere territori quantistici dove questo continuum diventa esso stesso lo spazio e il tempo.
Antonio Tombolini Editore ha iniziato l'esplorazione di questo continuum con il libro elettrico (mutuo questa definizione dal grande Gabriele Frasca che a suo tempo intervistai per Il Colophon) cui ora si aggiunge anche il libro di carta, nella riaffermazione di quel circolo virtuoso in cui i formati si coniugano, si compenetrano, si fondono, individuando il senso primario di quel concetto così umano e al contempo così divino che è la lettura. 
Vengono perciò dati alle stampe in formato cartaceo, dopo quello elettrico (in attesa degli altri che seguiranno) dodici libri che iniziano a colonizzare i confini quantistici della lettura. Tra questi dodici titoli ce ne sono anche due scritti dall'autore di questo blog: Sette sono i re e L'odore del riso, che con Notte di nebbia in pianura vanno a comporre la mia Trilogia della Pianura.

Così nel blog dell'editore:
Antonio Tombolini Editore non vuole essere un editore di ebook, e neanche “soprattutto di ebook”.
Antonio Tombolini Editore vuole essere un editore all’altezza dei tempi, di questi tempi, caratterizzati soprattutto da due fatti (diversi e concomitanti):
1. il digitale: il digitale è la rivoluzione dei modi della produzione e della fruizione, anche del libro;
2. la rete: la rete è la rivoluzione dei modi della distribuzione e della comunicazione, anche del libro.

Per quanto “mi disegnino così”, dice Antonio Tombolini,  a me non interessa l’ebook. A me interessa salvare e promuovere il libro, inteso come “esperienza libro”, esperienza di quel tipo di scrittura e di lettura, fatta di testo (solo, o quasi solo, o per lo più di testo), tendenzialmente lungo, che richiede concentrazione, tempo, isolamento. Esperienza libro che vedo seriamente minacciata dall’avvento del digitale e della rete.

La salvezza del libro non è solo ebook. È anche ripensamento, alla luce del digitale e della rete, della filiera di produzione-distribuzione-fruizione del libro di carta, perché no? Per questo abbiamo deciso che tutti i libri pubblicati da Antonio Tombolini Editore saranno prodotti e distribuiti sia come ebook che in formato cartaceo, ovviamente seguendo alcuni criteri imprenscindibili per noi: print on sale, stampe fatte solo ed esclusivamente per soddisfare ordini effettivi, e dogma delle “rese zero”.

Ai lettori non resta che seguire questa nuova avventura ben sapendo che il motto non può che essere "Sky is the limit".