martedì 17 marzo 2015

Giorgio Manganelli (1922-1990): un comunicato di Lietta Manganelli

Ricevo e volentieri pubblico questo comunicato inviatomi da Lietta Manganelli.

Cari amici,

gli anni passano e noi a volte non ce ne accorciamo nemmeno. Quest'anno sono 25 anni che il grande Manga è passato in un'altra dimensione.
Noi tutti sappiamo benissimo che il Manga non è mai morto, nel senso reale del termine: quante volte i suoi scritti, i suoi fulminanti pensieri, ci sono sembrati talmente attuali da sconcertarci, quante volte ci siamo chiesti, “Ma lui cosa avrebbe detto in quest'occasione?” , per accorgerci, stupiti, ma non troppo, che lui “l'aveva già detto!”.
Ci ha dato tanto che penso, e credo sarete d'accordo, ora tocchi a noi restituire qualcosa.
Come voi sapete, io da anni tengo, faticosamente, in piedi Centro Studi Manganelli: 
eventi, ricerche, studi, tesi di laurea, nuove pubblicazioni, tutto questo e tanto altro è stato reso possibile dal Centro, che ora, l'ho ripetuto fino alla nausea, rischia di annegare. Le istituzioni non esistono, non se ne occupano, salvo poi fregiarsi di merito quando i giochi sono fatti.
Ora, quest'anno, e mi pare doveroso, avrei in mente eventi ed omaggi da creare, ma per quanto io sia diventata un campione nel fare “le nozze con i fichi secchi”, veramente rischio di rimanere senza nemmeno i fichi secchi.
Sono certa che se ci mettiamo tutti insieme, un po' di fichi secchi potremo comprarli, non si cercano grandi cifre, certo se uno può, sono benvenute, ma veramente basta poco,  quello che uno è in grado di fare. Certo possono essere gocce nel mare, ma se quella goccia non ci sarà, al mare mancherà sempre quella goccia.
Lo so, è un periodo di crisi ma, senza cultura, dalla crisi non usciremo mai.
Non lasciamo che questo anniversario passi invano, non lasciamo solo il Manga, non lasciate sola me a dimostrazione che, come molti mi hanno detto e continuano a dirmi, sto cercando di raccogliere il mare con una forchetta!!!
Io sono sicura che amiamo il Manga, che non lo dimenticheremo.
Sono sicura che “ci daremo” una mano, siamo abbastanza folli per farlo, altrimenti il Manga non ci piacerebbe.
Se volete contattarmi, per qualunque cosa, e prometto che risponderò a tutti e, se a volte non l'ho fatto, per vicende familiari, ora il Centro (e il Manga) è una delle poche cose che mi danno la forza di andare avanti.
Grazie.
Lietta Manganelli

lietta.manganelli@gmail.com
349 7789466
Facebook – Manganelli Amelia detta Lietta
sito: manganelli.altervista.org


P.S. Naturalmente anche idee, suggerimenti, progetti... per quanto folli sono più che ben accetti!

In che modo si può intervenire?
Con una donazione e conseguente iscrizione alla costituenda associazione (che verrà ufficializzata al più presto).
La quota per l'iscrizione minima è di 50 euro (30 per gli studenti, che, come è noto sono sempre ricchi di entusiasmo ma poveri di pecunia).

La quota può essere versata su una Poste Pay attivata a questo scopo. Tutto verrà registrato e l'iscritto riceverà un tesserino attestante l' iscrizione.

Poste Pay
4023 6006 4164 1685
intestato a Manganelli Amelia Antonia.
Onde evitare le lunghe file alle poste è possibile ricaricare la Poste Pay anche presso i tabaccai. In questo caso è necessario il mio codice fiscale:
MNGMNT47E60I153T

Eccovi anche i dati bancari utili allo stesso scopo

Cassa di risparmio di Firenze
Filiale di Navacchio (Pisa)

IBAN IT77 Z061 6070 9510 0000 0004 248
BIC CRFIIT3F

Intestato a Manganelli Amelia Antonia

E' stata attivata anche una carta Pay pal collegata all'indirizzo e mail lietta.manganelli@gmail.com

I modi non mancano, ora ci vuole solo un po' di buona volontà, e so che gli amici del Manga ne hanno tanta!!

Penso che un piccolo sacrificio per il grande Manga sia possibile e doveroso.
In questi anni mi sono sempre fatta carico io di tutto ma ora non mi è più possibile.
Grazie e a presto

domenica 15 marzo 2015

Il mezzo, forse e per fortuna, non è più il messaggio.

Non vorrei lanciarmi in previsioni azzardate, ma credo che tutto ciò che è letteratura (spesso anche ottima) creata in questi attimi attraverso gli spazi delle coeve timeline senza respiro sia destinata a trasformarsi in produzione che ha colonizzato sì una variante spaziotemporale (e qui sta il suo ineludibile merito), ma che diverrà, o è già diventata, soltanto un ricordo narrativo, certamente importante, come il dadaismo o il futurismo. 
Pensare in questo medesimo istante quantistico che Twitter o Facebook o Tumblr o Pinterest possano fare la differenza per la letteratura è come pensare la stessa cosa nel 1900 a proposito del telefono o del telegrafo o della luce elettrica. 
La letteratura vive al di là dei suoi stessi supporti. Come scrisse Edward M. Forster in Aspetti del romanzo non c’è differenza alcuna fra l’Homo Sapiens che per la prima volta, in una notte rischiarata dalla luce di un falò, sulla parete di una caverna dipinse le scene di caccia a cui aveva assistito nel pomeriggio precedente e l’essere senziente che batte sulla tastiera di una Remington del 1920 o, si può aggiungere, sulla tastiera di un pc in questo scorcio di Terzo Millennio.
Come è scritto nel sito dello Slow reading: Un libro è una storia conclusa in se stessa, un ragionamento, o un’unità conoscitiva che richiede almeno un’ora per essere letto. Un libro è completo, nel senso che contiene un inizio, un nucleo centrale, e una fine. In passato veniva definito libro qualsiasi cosa stampata tra due copertine. Una rubrica telefonica era un libro, benché priva secondo logica di un inizio, un cuore e una fine. Una pila di pagine bianche rilegate veniva chiamata sketchbook (letteralmente: libro per gli schizzi, nel senso di album). Per quanto sfacciatamente vuoto, aveva due copertine, e rientrava perciò nella definizione di libro. Oggi le pagine di carta di un libro vanno scomparendo. Quel che resta al loro posto è la struttura concettuale di un libro – una certa quantità di testo tenuta assieme da un tema, in un’esperienza che richiede un certo tempo per essere completata. (…) Non potremmo porre il periodo, o il paragrafo, o il capitolo, anziché il libro, come unità elementare di una biblioteca universale? Può darsi. Ma la forma lunga ha una sua specifica forza. Una storia in sé completa, una narrativa unificata, un argomento concluso esercitano una strana attrazione su di noi. C’è come una naturale risonanza che produce una rete tutt’attorno. Possiamo spezzare i libri nelle loro parti costitutive e risaldarli nel web, ma il focus dell’attenzione si appunterà sempre sul più elevato livello di organizzazione del libro, essendo questo l’oggetto scarso della nostra economia. Un libro è una unità dell’attenzione.
Forse per la prima volta possiamo contraddire l’assioma di Marshall McLuhan e affermare che il mezzo non è il messaggio e avere la libertà di non applicare in letteratura la dittatura filosofica del positivismo alla Comte.

lunedì 9 marzo 2015

Cattivi, di Maurizio Torchio (Einaudi)

Cattivi non è un romanzo “penitenziario”, come alla ambientazione “penitenziaria” riferiamo certe produzioni televisive come Oz o Orange is the new black o filmiche come Fuga da Alcatraz. Cattivi è ben più di tutto questo. Sarebbe riduttivo infatti circoscriverlo alla mera descrizione di quella realtà coattiva, oppressiva e claustrofobica come quella che delimita quell’eterno sistema punitivo che la società degli umani definisce carcere. Cattivi va invece inteso come una metafora di un paradigma storico che ha nelle sue note principali l’enunciazione violenta dei rapporti tra l’essere umano e l’istituzione, creazione imperfetta di demiurghi altrettanto imperfetti che, per mezzo di questa coniugazione di difetti illimitati, segna i rapporti storici, politici ed economici della comunità.
Lo stile dell’Autore è genialmente scarno, asciutto, secco, affilato come una lama nascosta in un pertugio segreto del cortile di un carcere. Lama che prima o poi diverrà ente vivente anche se, e forse proprio per questo, dispensatore della fine di altri enti viventi. 
Richiami storici alle evidenze criminali italiane degli anni Settanta e Ottanta (i sequestri di persona, i detenuti politici, quell’isola che evoca l’Asinara) si fondono con apparizioni spettrali di gruppi di nuova criminalità mondializzata e demoniaca che segnano in modo indelebile i primi anni del Terzo Millennio (gli Enne che, schierati come una letale collettività Borg, ricordano i cartelli degli Zetas o le macchine da morte della Mara Salvatrucha).
L’Autore lentamente pone la storia, la trama, il romanzo stesso in una immobilità spaziotemporale a cavallo tra un passato che sanguina nel presente e un futuro che è già contaminato da quel sangue. Cattivi giunge così a colonizzare un momento narrativo che si esfiltra da storicizzazioni scontate, che riesce a toccare e a superare i luoghi e i confini della stessa scrittura che è elemento fondante e vivente della letteratura e a trasfigurarsi, come pochi altri romanzi, in territorio narrativo e narrante che riesce nell'impresa di portarsi al di là dei confini della letteratura stessa.
Quel finale misterico e insondabile, quella sacra rappresentazione dell’assenza totale di tutto e di tutti, quell’eco di parole rimaste ultime e uniche a cercare di sondare un deserto di atti, opere e omissioni fa di Cattivi un’opera da porre tra le pietre miliari di quel segreto sentimento che è il senso dello scrivere.
Un libro.
Cattivi, di Maurizio Torchio (Einaudi).

martedì 3 marzo 2015

RIP, di Marco Valenti (Antonio Tombolini Editore)

Frammenti di ricordi che vanno a costruire una narrazione che oltrepassa i tempi dei sentimenti e della sofferenza. Riflessioni di un io narrante, dalla scrittura tesa ed essenziale, che combatte per condividere con il presente quello che è stato e quello che più non potrà essere, nella speranza di un armistizio interiore che è forse la determinazione ultima delle creature senzienti.
Diario minimo e al contempo immenso di un dolore che riproduce se stesso nella contemplazione di parole che forse non si è giunti in tempo a pronunciare. Cronografia dell’intersecazione ineludibile dei legami di vite paterne e filiali, spesso intese da un osservatore esterno come immagini dalla apparente e semplice sembianza, e che invece sempre hanno la capacità di essere messaggere di complesse composizioni e insondabili posture dell’anima.
Marco Valenti crea la materia della vita e della morte con la sapiente levità di uno scultore alle prese con essenze materiche che presentano la capacità di trasfigurarsi in infiniti momenti che l'Autore stesso vuole, come obbligo morale, fissare. Ed è questa opera di solidificazione dell’insolidificabile, sfida estrema e vasta, che l’Autore accetta senza timore e che lentamente assembla con l’uso basilare della parola scritta, una parola che è strumento di razionalizzazione e di comprensione, nel senso non tanto del conoscere quanto del prendere con sé. 
Al termine di questo breve e intenso romanzo, in cui si sentono forti gli echi e gli stilemi e gli influssi importanti di una certa e imprescindibile letteratura italiana, purtroppo ormai da pochi perseguiti e portati ad esempio (e che Valenti ben sa come metabolizzare), ci rendiamo conto di aver raggiunto quel non comune attimo in cui ci sentiamo parte di quel tutto dove l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo possono finalmente e vicendevolmente riflettersi.  
Un libro.
RIP, di Marco Valenti (Antonio Tombolini Editore).

lunedì 2 marzo 2015

1960, di Leonardo Colombati (Mondadori)

Leonardo Colombati dà alle stampe per i tipi della casa editrice di Segrate questo nuovo tassello, monumentale comunque, che altro cammino percorre nella sua personale predilezione, condivisibile assai, per quel romanzo universo che è luogo mitico, meta narrativa (e metanarrativo, of course) obiettivo narrante che rimanda a epifanie letterarie sudamericane, mitteleuropee, postmoderne anzi che no. 
1960 prende le mosse dalle capitoline olimpiadi che hanno lasciato in eredità all’italico immaginario le imprese atletiche di Livio Berruti e quelle ziqqurat e mastabe architettoniche che ancora oggi sono rimembranza edilizia di quel principiare di decennio che si pone come frontiera immaginifica tra le tribolazioni postbelliche, il boom economico e i successivi travagli politici dei Settanta.
Pretesto geniale quel 1960, data simbolo che l’Autore utilizza come lasciapassare per la genesi di una storia che è palesemente foto di gruppo (con signora e faccendieri) di quella “capitale corrotta, nazioni infetta” che la lenzuolata tipografica d’epoca de L’Espresso pose a imperitura memoria e ricordo di una nazione malnata e mai compiuta. Colombati è bravissimo nel tessere una trama che tutto unisce e dimostra, tutto svela e storicizza attraverso lo strumento di una narrazione che crea un libro che è forse “il” libro definitivo che, come un Vangelo Sinottico, fa combaciare lembi di cupe e oscure macchinazioni che altro non sono se non l’ossatura malefica di una comunità nazionale che mai ha saputo riconoscersi come portatrice di un destino condiviso e che, anzi, da questo destino imperfetto si è fatta manipolare e forse oggetto di questa manipolazione lo è ancora.
Golpismi tragicomici, istituzioni macchiettistiche, che comunque grondano del sangue di una  dilettantesca avventatezza dal sapore borbonico, scenari sullo sfondo dei quali si agitano intellettualismi letterari e cinematografici da camarille dal provincialismo estremo e definitivo che “malgrado voi” (cantava Venditti in Bomba o non bomba), ancora oggi presiedono alla enunciazione di ciò che è culturalmente agréable.
Solo un grande scrittore avrebbe avuto il coraggio di raccontare quel “non agit sed agitur” che da sempre definisce ogni produzione peninsulare, dalla politica all’economia alla cultura o culturame che sia, alla contaminazione dei poteri che da sempre negano quella separazione declamata da Montesquieu .
I personaggi di Vogliamo i colonnelli ben si adattano a comparire in questo romanzo universo assieme al principe Annibale di Roviano e all’ammiraglio Attila Canarinis (gli inarrivabili Eduardo e Totò, con il sottofondo del gemito reiterato di una canzonetta nascente da un qualche musicarello, mentre grand commis di stato danzano una ignobile allegoria del potere). Se tutto forse ha narrativamente avuto inizio con La salamandra di Morris West e si è poi estrinsecato nel Todo Modo di Sciascia, passando ça va sans dire per i pedalini oscuri del dirigente dell’Ufficio Politico di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, è con 1960 che questo archetipo quasi junghiano della contaminazione politica giunge a compimento.
Leonardo Colombati è il nostro risolutivo Thomas Pynchon e, se fossero ancora tra noi, da 1960 Elio Petri ne trarrebbe sicuramente un film in cui il tenente colonnello Agostino Savio non potrebbe che essere incarnato da Marcello Mastroianni.
Un libro.
1960, di Leonardo Colombati (Mondadori).

lunedì 23 febbraio 2015

I corruttori, di Jorge Zepeda Patterson (Mondadori)

Messico, terra sanguinante che ospita narrazioni misteriche e atmosfere occulte. È nei primi decenni del secolo scorso che nasce l’immaginario condiviso di questo luogo inteso come confine estremo delle passioni umane. Le clandestine Tijuana Bibles principiano i fasti del porno made in USA, che negli Eighties avrà la sua definitiva consacrazione nella californiana (ed ex messicana, of course) San Fernando Valley, mentre Orson Welles filma negli Anni Cinquanta, in un minaccioso bianco e nero, il suo L’infernale Quinlan che si sviluppa a cavallo di quella frontiera tra l’America gringa e l’America dalle influenze latine e ancora, limitanea location filmica del terzo millennio (in salsa sci-fi) e reiterata testimonianza simbolica dell’eterno divisorio psicologico e propagandistico tra presunta civiltà e altrettanto presunta barbarie, Monsters di Gareth Edwards. Una frontiera che è stata territorio narrativo della terminale esposizione di sangue e di morte di Roberto Bolaňo, dell’orrorifico Ossa nel deserto di Sergio González Rodríguez e anche di quell’inquietante oggetto narrativo che è Z. La guerra dei narcos di Diego E. Osorno. 
Acidi deserti di pietre gialle che, loro malgrado forse, più che dividere uniscono trame di morte, di affari, di sofferenza, espiazione e sopraffazione. Una metropoli ipertrofica che è centro del potere e dell’inganno. Complotti che superano ogni confine, ogni frontiera, in una contaminazione tra realtà e finzione  dove la seconda supera la prima e la prima è ispirazione per la seconda.
Jorge Zepeda Patterson unisce e racconta, con quella maestria geniale che è indizio della grandezza dei narratori di razza, questi mondi arrivando al concepimento di un romanzo dai toni epici e mozzafiato che descrive l’attualità politica e criminale di una nazione che è paradigma di contraddizioni economiche dai riflessi planetari. 
Scenografie de I corruttori sono quel Distrito Federal che già fu scenario del bolaňiano I detective selvaggi, monumentale e immenso, nonché quel Golfo che è base degli efferati e demoniaci cartelli della droga che dalla fine del secondo millennio hanno spodestato quelli colombiani e boliviani. Ma scenografie non ultime sono anche le anime dei personaggi, anime che intersecano odio e tenerezza, passione e coraggio, erotismo e amicizia, nitidezza e oscurità, come un eterno Yin e Yang di sentimenti che fondono spirito e vita, amore e morte.
Ma l’Autore descrive altri territori narrativi ancora. Come quel deep web che è stato visitato dalle ultime ossessioni pynchoniane ne La cresta dell’onda o quella infiltrazione digitale fatta di devices e di internet, di computer e mail e che vedeva le sue prime descrizioni e apparizioni nell’opera di altri scrittori sudamericani come quegli escritores raros (Mario Levrero in primis) che da Montevideo iniziavano a fare report narrativi sulla nostra coeva e ormai condivisa fusione di mondo reale e consistenze digitali e di reti, fusione che rende ormai il cyberpunk dei Gibson e degli Sterling quasi profezia medioevale.
I corruttori è romanzo imperdibile, narrazione completa e al contempo rapporto particolareggiato sul presente politico, sociale ed economico messicano.
Un libro.
I corruttori, di Jorge Zepeda Patterson (Mondadori).

sabato 21 febbraio 2015

Sette sono i re e L'odore del riso alla libreria Le mille e una pagina

Sabato 28 febbraio, alle ore 17.30, sono particolarmente orgoglioso di presentare Sette sono i re e L'odore del riso alla libreria Le mille e una pagina, una libreria indipendente e coraggiosa. Per i social media addicted l'evento è qui.


martedì 17 febbraio 2015

Cruel, di Salvo Sottile (Mondadori)

Desinenze capitoline che si trasfigurano in luoghi creatori di orrore terminale. Sempre più spesso, tra le parole estreme degli autori del giallo o del noir italiano, Roma diviene la nostra New York o la nostra Los Angeles, paradigma del male e scenografia che rimanda al mistero cupo di torve e oscure trame, in un raccordo non solo anulare, bensì squisitamente letterario e che prende le mosse da una Milano nebbiosa e di scerbanenchiana memoria che un tempo fu matrice originaria di efferatezze omicide e di criminologiche macchinazioni letterarie. 
Salvo Sottile intinge la penna nel rosso rubineo e sanguinante di una trama densa e affascinante che, a ogni frase, mozza il respiro al lettore, germinando dagli open space di redazioni di magazine del terzo millennio, comunque mossi dallo stesso scandalistico voyeurismo che rimanda a passati sapori di quegli omicidi stile Casati Stampa che fecero la fortuna delle iconografie dei settimanali della Cino Del Duca Editore, e abitati da redattori sfruttati, donne dai misterici e raccapriccianti passati e dai tragici presenti e diretti, con autocratico piglio psicoanalitico e manageriale, da un deus ex machina che combina le fattezze dei criminologi protagonisti sornioni delle varie “compagnie di giro” televisive con le foto segnaletiche di altri esperti eruditi che trovarono la morte nei Settanta degli anni di piombo, protagonisti loro malgrado di vendette camorristiche in salsa NCO di Raffaele Cutolo e ambivalenze politiche di nazimaoismi in versione NAR e Terza Posizione.
Una storia di decadenze psichiatriche, di erotismi vellutati ma al contempo sedimentati in coniugazioni di un presente permeato da plastiche avvenenze di ragazze dalla desiderabile e avvenente corporeità, di investigatori infaticabili come se ne trovano nelle storie di De Cataldo e da giornalisti che portano in loro le stigmate di incertezze bolaňiane nascenti da metropoli ipertrofiche dove Roma è forse paradigma di quell’eterno sanguinamento dei corpi che avviluppa una bellissima storia come questa, dove la mente si apre con orrorifica stupefazione allo sconfinato universo della follia e della crudeltà. 
In Cruel Salvo Sottile coniuga magistralmente il classico di una trama poliziesca con i mondi onirici di quegli autori che, come Stephen King o Thomas Harris, ben conoscono l’evanescente confine tra la vita e la morte.
Da leggere senz’altro.
Un libro.
Cruel, di Salvo Sottile (Mondadori).

sabato 14 febbraio 2015

Booktribu e l'intervista

Lo staff di Booktribu mi intervista. L'originale è qui. Buona lettura!

Iniziamo a conoscere meglio i membri della community di BookTribu con delle interviste che pubblicheremo periodicamente. Il compito di rompere il ghiaccio è affidato ad uno degli autori, Angelo Ricci.

Da quanto tempo scrivi e come mai hai iniziato?
Non ricordo quando ho iniziato a scrivere o, può darsi, non voglio ricordarlo. Forse perché questo inizio si confonde con l’inizio della mia vita di lettore (iniziata troppo tempo fa) che è profondamente unita a quella di scrittore, al punto che non so più quale delle due sia quella principale. Non so nemmeno perché abbia iniziato a scrivere. Perché si scrive? Per essere condivisi, amati, letti, come sostiene Roland Barthes? O forse per obbedienza a un impulso che va oltre noi stessi? O semplicemente per passione, per divertimento? O scrivere è invece una maledizione, una possessione che ci prende e che ci domina? Francamente non lo so. Forse, potessi tornare indietro, non scriverei nulla… oppure scriverei di più. Chissà.

Hai dei modelli letterari oppure un genere che trovi più congeniale?
Modelli, generi congeniali, certo ne ho avuti. Ne ho tuttora e ne avrò in futuro. Spaziano attraversando tutto l’universo letterario, come una creazione sincretica. La fantascienza, tempo fa (Philip Dick soprattutto, Asimov, K. W. Jeter, Sheckley, Philip José Farmer), poi gli americani (Hemingway, Henry Miller, Poe, Melville, Faulkner, Vonnegut) i sudamericani (Cortazar, Levrero), i postmoderni (DeLillo, Pynchon, Coover). Giganti letterari come i russi (Dostoewskij, Gogol, Tolstoj) e i francesi (Flaubert, Maupassant) dell’Ottocento (e anche, of course, i “nostri russi”: Verga, Capuana, De Roberto), ma anche Dickens, Conrad o Sterne, perché no. O Nadine Gordimer, Borges, Bolaňo, o scrittori che fondono narrazione e documento, come Emmanuel Carrére (che mi ha fatto scoprire anni fa Philip Dick con il suo Io sono vivo, voi siete morti), oppure i francesi del “polar”, come Izzo e Manchette. Ma anche italiani come Beppe Fenoglio, Leonardo Sciascia, Beppe Berto, Guido Morselli, Michele Mari, Moresco o i saggi allucinati della serie Alphaville di Valerio Evangelisti. E oggi Danilo Kiš e Thomas Bernhard e sempre di nuovi, nuove scoperte, nuove frontiere letterarie, nuovi confini di scrittura… da metabolizzare… da superare, forse. Ma bisogna comunque poi allontanarsene, fuggirne via, non farsene prendere. Bisogna trovare un proprio stile, un proprio ritmo. È fondamentale. Necessario.

Preferisci scrivere racconti o romanzi?
È uguale. Un racconto può diventare un romanzo e un romanzo può scindersi in più racconti. La scrittura è una sola. Alla fine uno scrittore compie un percorso fatto di racconti e/o di romanzi; costruisce, anche suo malgrado forse, un organismo narrativo vivente di vita propria, dove racconti e romanzi divengono gli elementi fondanti. Ma lo scopo, l’obiettivo finale, rimangono poi unici.

Hai già pubblicato qualcosa o sei un esordiente?
Ho esordito nel 2008 e ho pubblicato parecchio. Ho avuto come editori Manni, Perrone Lab, Sottovoce, Errant Editions, l’Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. Mi considero uno “stagionale” della letteratura, un po’ come quei camerieri che non hanno un posto fisso, ma che lavorano quando li chiamano, ai ristoranti delle fiere, dei congressi, delle convention. Scrivo quando posso, quando ne ho voglia. Ogni tanto trovo un editore a cui piace quello che scrivo e che decide di pubblicarlo. Tutto qui.

L'ultimo libro che hai letto e cosa ne pensi?
Sto terminando La trilogia del Nord, di Louis-Ferdinand Céline. Un autore immenso, immaginifico, che sa coniugare dramma e stupefazione. Un genio. Il creatore di uno stile di scrittura ineguagliabile. Nessuno prima di lui ha raccontato in modo così denso l’Europa e le sue tragiche contraddizioni. 

Come hai scoperto BookTribu e quali aspetti della community ritieni più interessanti?
Ne sono venuto a conoscenza per mezzo del passaparola in rete. È un progetto molto interessante. Coniugare autori e lettori, creare una piattaforma di condivisione è importante per la scrittura contemporanea. Sono strumenti questi che, con altri, oggi sono parte del bagaglio sia dello scrittore che del lettore. Due ruoli, due figure, più uniti di quanto si possa immaginare.
Come scrive Henry Miller: Non basta scrivere un buon libro, un bel libro, o persino un libro che sia migliore di tanti altri. Non basta neppure scrivere un libro "originale"! Si deve stabilire, o ristabilire, un’unità che è venuta meno e che è sentita con la stessa acutezza dal lettore, che è un artista potenziale, e dallo scrittore, che crede di essere un artista.        

giovedì 12 febbraio 2015

Formazione a distanza per aspiranti scrittori e autori esordienti

Un nuovo servizio che annulla le distanze e si sviluppa attraverso gli strumenti della rete. Dal sito di Carta e calamaio. Servizi editoriali e agenzia letteraria.
Carta & Calamaio offre un servizio di formazione a distanza per aspiranti scrittori e autori esordienti.
Un tutor vi seguirà via mail per permettervi di sviluppare uno dei seguenti obiettivi formativi a scelta:
–    Editing collaborativo di un testo (max 100 cartelle tipografiche di 2000 caratteri spazi inclusi): il tutor guida l’allievo nelle varie fasi di editing del testo, fornendogli gli strumenti per lavorare sul proprio testo, correggendo gli errori, rispondendo a dubbi e domande
–    Dall’idea al testo: come dare vita ad una storia. Partendo da una prima idea anche molto schematica di storia (racconto o romanzo) – può semplicemente trattarsi di un tema oppure essere già un progetto di racconto – il tutor guida l’allievo nello sviluppo della narrazione, fornisce spunti per elaborare nuove idee, aiuta a superare i “blocchi” creativi e le difficoltà e a procedere fino ad una prima stesura del testo.
–    Valutazione e analisi di un progetto letterario o un testo già pronto: il tutor aiuterà l’allievo a individuare punti deboli e forti, a fare gli aggiustamenti necessari ed ottenere un progetto o un manoscritto da sottoporre alla valutazione di agenzie ed editori.
–    Consigli, percorsi e risorse per pubblicare e promuovere i propri testi.
I tutor
Carla Casazza: giornalista pubblicita, si occupa da vent’anni di comunicazione e uffici stampa. A questa attività affianca quella di agente letterario, editor e manager editoriale.
Ha pubblicato alcuni saggi tra cui Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente (Bacchilega, 2006) e Agente Letteario 3.0 Reloaded (Errant Editions, 2014).
Fa parte del collettivo SIC (Scrittura Industriale Collettiva) che ha pubblicato il romanzo In territorio nemico (Minimum Fax, 2013). Collabora con  Critica Letteraria e Bookavenue.
Angelo Ricci: è tra i fondatori dei premi letterari Tracce di Territorio e Tracce di Territorio – Pubblicare la Storia. Ha pubblicato numerosi romanzi e racconti tra cui Notte di nebbia in pianura (Manni, 2008), La parte di niente I e La parte di niente II. La parte degli scrittori (Errant Editions, 2013-2014), Padania Blues (Sottovoce, 2013), Sette sono i re (Antonio Tombolini Editore, 2014) e L’odore del riso (Antonio Tombolini Editore, 2014). Dirige la collana Social Media Landscape di Errant Editions.