sabato 3 dicembre 2016

Intervistato da Roberta Marcaccio all'ora del té

Roberta Marcaccio, bravissima scrittrice (tra le sue opere Tranne il colore degli occhi, uscito per i tipi di Antonio Tombolini Editore nella collana Amaranta) mi intervista sul suo blog. Si parla, of course, di Notte di nebbia in pianura, di Sette sono i re, di L'odore del riso, ma anche di scrittura, di narrazione, di luoghi dello scrivere, di creazione letteraria. L'intervista è qui. Buona lettura!

lunedì 21 novembre 2016

L'uomo è morto, di Wole Soyinka (Calabuig)

Africa, continente martire dello sfruttamento coloniale prima e di ben due decolonizzazioni poi, decise a tavolino da un Occidente che l'ha geopoliticamente trafitta con faziose e artefatte linee geometriche criminalmente incuranti dei popoli, delle tradizioni millenarie, delle costumanze consolidate e di collettività sperimentate da secoli, partorendo, come un demiurgo malvagio, stragi, olocausti, torture, omicidi di massa, pulizie etniche e orribili soluzioni finali nate da un'improvvisata e imposta unificazione di popolazioni da sempre antagoniste e da una altrettanto improvvisata e imposta divisione di comunità da sempre unite. 
La prima decolonizzazione del 1960 ha il colore delle divise dei mercenari katanghesi, del sangue dei politici democratici africani assassinati, delle uniformi stirate dei dittatori africani imposti dagli interessi occidentali. Ha il colore giallo e verde delle pellicole dei Mondo movie che danno in pasto alle platee cinematografiche europee, tranquillamente assise in poltrona, il raccapriccio di una inaudita violenza offerta sul vassoio di un finto documentarismo e di una malcelata nostalgia del potere bianco.
La seconda decolonizzazione del 1975 ha il colore dei garofani che i militari portoghesi infilano nelle canne dei loro fucili al momento della loro ribellione al regime di Salazar, ma porta con sé ancora altri dittatori, altri interessi occidentali e stavolta anche sovietici, interessi che procrastinano all'infinito la nascita di un'Africa finalmente libera dal suo passato.
Tra queste due date c'è un accadimento che entrerà potentemente nell'immaginario collettivo e diverrà, per le terribili immagini dei bambini scheletrici vittime di una terribile carestia nata dagli eventi bellici, sinonimo di sofferenza umana: la Guerra del Biafra. Ed è negli anni di questa guerra civile che dividerà tragicamente la Nigeria che Wole Soyinka, intellettuale autenticamente libero e disinteressatamente engagé, si metterà in gioco rischiando la libertà e la vita. L'uomo è morto è il monumentale e potente rapporto che Soyinka redige sulla sua esperienza di prigioniero politico, sulla pericolosa partita a scacchi che coraggiosamente intraprende con il corpo e con la psiche contro polizie politiche e servizi segreti. Saggio o romanzo o reportage o tutte e tre le cose insieme, ha poca importanza; L'uomo è morto è un esempio chiaro e impavido di come la letteratura contenga in sé, nonostante tutto, la possibilità di una speranza, l'azzardo di una mossa che possa tentare di mutare il consolidato e irreversibile corso degli eventi storici e politici cristallizzato dallo spietato e ignobile immobilismo che nasce dalla crudeltà del potere asservito al denaro e agli interessi che avvantaggiano i pochi a danno dei molti.
Lo stesso Soyinka si interroga nelle prime pagine di questo libro sulla possibilità che un linguaggio narrativo possa avere la forza di decrittare tutta la follia della sopraffazione e se la forma del romanzo possa avere il vigore necessario per stigmatizzare e immortalare in un fotogramma di orrore tutta la meschinità spietata di chi si fa servo del sopruso e della violenza. È lo stesso divenire delle pagine che risponderà sia all'autore che al lettore, portando alla luce uno dei più grandi romanzi che mai abbia saputo descrivere quella spietata linea d'ombra che trafigge i singoli e le collettività. Ritratto estremo dell'anima di chi lo ha scritto e di chi ne è raffigurato, L'uomo è morto fonde il coraggio di Soyinka, la sua volontà indomabile di democrazia, l'insondabilità della tirannia, la tragica solitudine di chi, spesso suo malgrado, è costretto ad appoggiarla e la crudele menzogna di chi invece se ne serve come strumento di dominio dell'uomo sull'uomo. Altri orrori seguiranno, come il genocidio del Rwanda, altre contaminazioni tra le caleidoscopiche facce del potere, altre gradazioni di colpevolezza tra gli artefici e i figuranti dell'odio, ma L'uomo è morto si staglia nel panorama dell'orrore umano come narrazione definitiva che riesce a trapassare i tempi come soltanto quei libri che segnano un punto fermo nella storia dell'animo umano sanno fare.
Un libro.
L'uomo è morto, di Wole Soyinka (Calabuig).

lunedì 14 novembre 2016

L'odore del riso a Rimini

Martedì 15 novembre sarò ospite della rassegna Parola di scrittore organizzata a Rimini da Scenafutura. Con il poeta Paolo Vachino dialogherò del mio romanzo L'odore del riso uno dei tre che, con Notte di nebbia in pianura e Sette sono i re, formano la mia Trilogia della pianura.
L'appuntamento è alle ore 18 nella sala del caffé letterario Alidangelocaffé Extro (Via Castelfidardo 58, Rimini).


venerdì 4 novembre 2016

Le ragazze, di Emma Cline (Einaudi)

Leggiadre fatine percorrono la California, vestite di organza svolazzante, dai lunghi capelli sensualmente mossi dalla brezza, dai delicati gesti misteriosi e deliziosamente segnati da una lussuria inconsapevole. Camminano leggere, messaggere di una hibrys appena accennata, calpestando con piedini lievi un suolo costellato di verdi prati primaverili, accompagnate dalle note di una Summer of Love hippie che dal festival di Monterey si avvicina a quello di Woodstock, mentre la convenzione democratica del 1968 è affondata a Chicago dalla protesta contro la guerra del Vietnam e l'astuto Dick Nixon diventa presidente, facendo assurgere la reazionaria Orange County a sorgente infinita di paranoiche e divine visioni di un Philip K. Dick lucidamente allucinato e avviato verso la distruzione epatica in nome di una insurrezione lisergica che ha il suo dio e profeta in Timothy Leary. Le leggiadre fatine dalle movenze erotiche lentamente si avvicinano, si percepisce il loro profumo pungente simile all'afrore animalesco della superba femmina di una invincibile specie predatrice. Le leggiadre fatine sorridono dolcemente e hanno occhi vitrei, occhi coi quali osservano l'erezione dell'immenso membro del principe degli omicidi. Il loro sorriso è il rictus tetanico della morte.
Esiste una toponomastica dell'orrore, una mappatura dei luoghi dell'afflizione sadica che segnano quel paradigma geografico della cultura pop che è lo stato della California e in particolare della metropoli di Los Angeles. Uno degli indirizzi più famosi è il 8763 di Wonderland Avenue, dove il re del porno John Holmes rimase in qualche modo coinvolto in una storia cupa e spietata di omicidi legati all'universo alcaloidale delle sostanze psicotrope. L'altro, ben più penetrato a fondo nell'immaginario collettivo che si nutre di sangue, è il 10050 di Cielo Drive, vicino alle alture di Bel Air, sempre nella contea di Los Angeles. La data degli accadimenti che si svolsero al primo indirizzo è del 1981, quella di ciò che accadde al secondo è il 1969. 1969 è numerazione che ritorna e adorna anche il titolo di alcuni capitoli di Le ragazze, di Emma Cline.
Esiste sempre anche un attimo eterno in cui gli Stati Uniti, culla di ogni narrazione che da più di un secolo si espande nel crudele immaginario umanoide del pianeta, si fermano a fare i conti con il loro passato. L'arte cinematografica ha permesso loro, già nel 1978, ad appena tre anni dalla mattina in cui l'ultimo elicottero dei marines si staccò dal tetto dell'ambasciata americana di Saigon, di metabolizzare la sconfitta nella guerra del Vietnam. 
Le leggiadre fatine dallo sguardo di morte conducono per mano ora gli Stati Uniti a metabolizzare quell'agosto del 1969 in cui la nomade congregazione assassina di Charles Manson, la Family, si dedicò con malvagia perizia allo squartamento, tra gli altri, di Sharon Tate, moglie incinta di Roman Polansky.
Nel romanzo della Cline, Russel è Manson, è ovvio, così com'è ovvio che Suzanne e le altre sono Susan Atkins e Sandra Good e Leslie Van Houten, così come tutto l'ordito della trama è la visione in filigrana degli omicidi di Bel Air. Ma c'è una grandezza in questo romanzo, una grandezza misteriosa che lentamente viene percepita sottotraccia dal lettore e che ha come artefice lo speciale punto di osservazione narrativo. L'io narrante ricorda con orrore, con stupefazione, con rassegnazione. L'io narrante ricorda con tragica lucidità, con triste solitudine. E quello che ricorda è una plumbea atmosfera di attese e di promesse, di vite soffocate da un paesaggio artefatto di bisogni finti e indotti dalla necessità di consumare, di ruoli definiti da una collettività immobile, senza possibilità di fuga, una collettività in cui padri e madri hanno da tempo abdicato al loro ruolo, in cui il sogno lisergico è l'unica possibilità di redenzione, ma anche quel sogno è una creazione di bisogni imposti da chi di quel sogno fa commercio criminale e anche la redenzione promessa è soltanto un idolo malvagio che si nutre dei corpi e delle menti dei suoi adoratori. Quello della Cline è l'autoritratto di un'epoca storica in cui tutta la nostra contemporaneità ha avuto inizio: l'esplosione della cultura pop e la costruzione della condizione giovanile, il mito della rivoluzione sessuale, l'agghiacciante illusione della falsa libertà prodotta dall'uso degli stupefacenti, la scena musicale intesa come rivoluzione e invece condotta sapientemente per mano dal business, così come inteso come rivoluzione e invece business per pochi miliardari eletti sarà da lì a qualche anno quello che Bill Gates e Steve Jobs creeranno nei sobborghi di minuscole cittadine della West Coast. Russel/Manson non è un asceta pazzo, non è un guru omicida, tanto meno un criminale senza scrupoli, ma un pericoloso cazzone squilibrato che voleva fare i soldi cercando un contratto discografico per le sue non certo memorabili canzoni. L'affermazione postbellica di un mercato di consumatori ha esponenzialmente moltiplicato anche i canali e le possibilità della creatività, ma al contempo la visibilità della creazione e la sua relativa fama sono, come sempre, difficilissime strade in salita e per procurarsi i famosi quindici minuti di celebrità declamati da Andy Warhol ormai si può tranquillamente uccidere. Emma Cline scrive un romanzo che trafigge lo scorrere del tempo e con la sua scrittura pone tutti quanti noi di fronte al ritratto di una collettività che ha consapevolmente autodistrutto ogni sua aspirazione. Nel deserto dell'anima forse c'è una piccola speranza: quella di iniziare tutto da capo, senza illusioni.
Un libro.
Le ragazze, di Emma Cline (Einaudi). 

martedì 18 ottobre 2016

Antonio Tombolini Editore compie 100 titoli!

Antonio Tombolini Editore compie 100 titoli! E' un traguardo importante per questa coraggiosa e innovativa casa editrice con cui collaboro con convinzione sin dall'inizio. 
Tra questi 100 titoli ci sono anche i miei Notte di nebbia in pianura, Sette sono i re (libro che ha inaugurato la collana Officina Marziani) e L'odore del riso
Per festeggiare con tutti i lettori questo evento entusiasmante, l'editore promuove le versioni digitali dei suoi libri a 1,99 Euro fino al 6 Novembre
Che dire? Buona lettura e augurissimi!


martedì 11 ottobre 2016

Il nono numero de Il Colophon


E' uscito da pochissimo il nono numero de Il colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "Andare, camminare, lavorare", mutuato dall'omonima canzone del grandissimo Piero Ciampi e il perché ce lo spiega qui l'editoriale del direttore Michele Marziani. In questo numero scrivo dello scrittore ligure Francesco Biamonti, autore dallo stile genialmente rarefatto scoperto da Italo Calvino, e recensisco Donnarumma all'assalto di Ottiero Ottieri, uno dei romanzi di spicco del cosiddetto "romanzo industriale" italiano. Dulcis in fundo c'è un mio racconto, dal titolo Strategia dell'ombra, scritto appositamente per questo numero della rivista. Bellissime come sempre le illustrazioni della bravissima Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 20 settembre 2016

La letteratura nel reticolo mediale. La lettera che muore, di Gabriele Frasca (Luca Sossella editore)

Ci sono libri che vanno ben oltre il testo, che hanno la capacità di trasfigurarsi in un mezzo in grado di raggiungere i confini millenaristici di un altrove in cui si scorgono i bagliori di un nuovo universo. È questo certamente il caso di La letteratura nel reticolo mediale. La lettera che muore di Gabriele Frasca. Saggio? Rapporto estremo? Narrazione epocale? Analisi definitiva sullo stato dell'arte? Ebbene sì, questo testo è esattamente tutto questo. Ma è anche medium, strumento, sonda, vedetta, navicella, avamposto. È al contempo narrazione e narrazione della narrazione, causa ed effetto, esperimento e verifica. Gabriele Frasca si spinge oltre i Bastioni di Orione, si lascia alle spalle le astronavi terrestri in fiamme e raggiunge un Punto Omega in cui l'osservatore è al contempo l'osservazione e l'osservato e ogni variazione è indicatrice sia di se stessa e sia di chi l'ha provocata. Quest'opera è un monumentale excursus tra i passati, i presenti e i futuri, espressioni temporali tra loro intrecciate in un percorso che mette in discussione lo spaziotempo sino alla apparizione meravigliosa di un anello di Moebius che, come il monolito kubrickiano, si staglia in tutto il suo magnifico e spaventoso splendore, illuminando di una luce che proviene dall'inesprimibilità del Tempo di Planck l'apparente immobilità di un alfabeto che contiene in sé codice e chiave, enigma e risoluzione, quesito e risposta, contenuto e piattaforma. L'inscindibilità dello scambio di informazioni nel parallelismo genetico e non genetico, la fluttuazione di variazioni e stilemi che provengono e arrivano dalla fusione tra strutture anatomiche vocali e media, media che altro non sono se non protesi di espressività totalizzanti che racchiudono la storia dell'umanità e degli universi, delimita il perimetro di una multicellularità senziente in cui convivono al contempo la produzione e la stessa fruizione della comunicazione nonché le stesse piattaforme attraverso le quali l'una e l'altra giungono a compimento. Ma è questo un obiettivo che non può avere una sua immobilità in quanto esso stesso diviene mutevole nel divenire di un'infinita rincorsa nella quale i protagonisti sono al contempo artefici e spettatori, produttori e prodotti, narratori e narrati, sino al fuggevole attimo quantistico in cui tutto nuovamente riprende, in una commistione di similitudini e differenze che conduce a un nuovo confine che condurrà ad altri confini ancora. In questo modo Frasca ci fa comprendere mirabilmente la liquida indissolubilità della scrittura, della lettura, dei media che a loro volta sono scrittura e lettura. Tutto a questo punto appare avere un senso, un senso che l'Autore fa trasparire da questa sua opera immensa e ineludibile senza la quale questo significante ci sarebbe sfuggito. E nella lettura d questo libro il lettore lentamente si immergerà nella esperienza totalizzante di essere una parte di un tutto che si rinnova immutabile negli attimi eterni che segnano la genesi di quel messaggio definitivo che si diffonde oltre l'orizzonte degli eventi.
Un libro.
La letteratura nel reticolo mediale.La lettera che muore, di Gabriele Frasca (Luca Sossella editore)

martedì 6 settembre 2016

Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, di Mario Levrero (Calabuig)

Già Il romanzo luminoso ci aveva fatto scoprire un autore immenso, capace di mantenere la narrazione sulla lama di un rasoio che sezionava destini pubblici e privati, immersi in una fusione di tempi e piani narrativi che, da un apparente presente, si aprivano la strada verso sviluppi stregati e onirici. Ora appare questo breve romanzo che porta un titolo meravigliosamente tracimante: Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo. Banale divertissement? Esercitazione estrema del realismo magico latino americano? Pamphlet? Provocazione? Avanguardia sperimentale? Dalla sua Montevideo, una delle capitali della letteratura sudamericana, Mario Levrero compie con questo romanzo una vera e propria incursione letteraria immersa in un mimetismo affascinante che, ancora una volta, ci dimostra come questo grandissimo, e purtroppo ancora poco conosciuto, autore abbia la capacità geniale di giocare con le parole e i generi costruendo al contempo solidissime strutture narrative che vanno oltre le stesse parole e gli stessi generi. Non va mai dimenticato che Levrero è stato un narratore atipico, uno dei primi a comprendere la mutazione informatica e digitale, uno dei primi a saper coniugare tutte le infinite potenzialità del testo scritto e a intravedere i confini verso i quali una letteratura liberata da schemi preordinati possa spingersi. Con questo romanzo Mario Levrero deposita nel mare infinito delle narrazioni una fondamentale boa di segnalazione dalla quale sia lo scrittore che il lettore, uniti indissolubilmente nella pratica della scrittura/lettura, due facce di una stessa affascinante fusione mentale, sono spinti a superare i confini sia del romanzo che delle piattaforme di espressione narrativa. Al di là della trama funambolica e caleidoscopica Mario Levrero letteralmente usa questo suo romanzo, lo utilizza, se ne serve come strumento, come interfaccia testuale, ma anche ipertestuale nella misura in cui un ipertesto è tale non solo se subordinato al digitale ma anche e soprattutto, come in questo caso, se presuppone e supera tutte le forme di struttura narrativa per superare la barriera della fusione mentale scrittore/lettore e per fare in modo di penetrarla, oltrepassarla e presentarsi direttamente al lettore trafiggendo il perimetro apparentemente invalicabile che delimita la matrice di quella stessa fusione mentale. Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo è un libro geniale, unico, inimitabile, agghiacciante perché per la prima volta uno scrittore irrompe nella torre d'avorio della narrativa e ne svela tutti i manierismi e le teorie e per il lettore attento nulla potrà mai essere come prima.
"E tu, lettore, che ti impietosisci per il vuoto di Nick Carter, che cosa sai dirmi di te? Del tuo enigma, della tua identità? Non ti rendi conto che anche tu sei stato assassinato? Anche a te hanno piantato un coltello nella schiena il giorno stesso in cui sei nato. ma nella tua cecità chiami vita la tua vita, quella che trascini, come tanti lettori, infettando il mondo. Non è ancora nato il detective capace di indagare sulla tua morte, o lettore. Non sarai mai vendicato, anonimo verme. Tu non sei migliore di Nick Carter, e neppure di me."
Un libro. 
Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, di Mario Levrero (Calabuig).

venerdì 19 agosto 2016

Il fattore Borges, di Alan Pauls (edizioni SUR)

Esiste certamente una questione Borges, ed esiste nella misura in cui Borges stesso ne ha definiti i termini. Immenso funambolo della parola scritta, euclideo ingegnere della struttura narrativa, pitagorica sfinge che si erge solitaria nel panorama della letteratura, panorama che ha contribuito a creare, a modellare, a destrutturare, Borges appare al contempo come avanguardia coltissima e retroguardia barocca. Il perimetro della letteratura fantastica, il realismo magico dei Garcìa Márquez in mimetica fidelista e dei Cortázar in dolcevita esistenzialgiovanilista, non può essere sufficiente per definirlo e non lo è mai stato. Certo la prima apparizione in Italia del grande argentino è dovuta alla Antologia della letteratura fantastica pubblicata dagli Editori Riuniti e all'einaudiano Finzioni prima che Borges divenisse una delle colonne portanti di Adelphi. Nei primissimi anni Ottanta è l'editore bodoniano Franco Maria Ricci a portarlo in pellegrinaggio nella penisola periferia dell'Impero e a pubblicarne stralci sulla lussuosa rivista FMR e poi a editarne i suoi testi di riferimento, i mattoni della sua onirica ziqqurat letteraria, nella collana La Biblioteca di Babele, ripresa poi dagli Oscar Mondadori. Quando la critica letteraria italiana era spesso vittima di sviste ideologiche Borges era frettolosamente incompreso se non addirittura ignorato. All'editore parmense, ora a sua volta  assiso in un personale e magnifico, e borgesiano of course, labirinto, va senz'altro il merito di aver “sdoganato” l'inarrivabile aedo argentino. Io stesso fui testimone, moltissimi anni fa, dell'incomprensione italiana per Borges quando, ascoltando una trasmissione radiofonica, lo sentii definire, con estrema serietà, essenzialmente come un ladro di testi altrui e come un inventore di autori e di opere false fatte passare per vere. Borges declassato quindi a piccolo falsario, a membro della consorteria dei plagiatori (ah, quelle metafisiche, e un po' ridicole, mostre di falsi d'autore che adornano gli estivi pomeriggi sonnolenti degli alberghi della Riviera di Levante e di Ponente). Naturalmente evito ogni valutazione sull'imbecillità di chi produsse quell'ignobilmente frettolosa e illetterata valutazione. Negli anni naturalmente le cose sono mutate. Borges si è trasfigurato in una sorta di icona pop e lo stesso Bolaňo, altra trasfigurazione pop, lo ha inserito nel suo Pantheon di autori preferiti (esiste una sorta di vulgata in rete secondo la quale il mito di Bolaňo sarebbe stato costruito a tavolino da un gruppo di quotati e famelici agenti letterari "gringos" e la cosa, qualora fosse veritiera, renderebbe comunque Bolaňo ancor più bolaňiano o, perché no, ancor più borgesiano). Appare ora questo Il fattore Borges che le edizioni SUR, sempre attente a ciò che letterariamente accade nell'emisfero australe del pianeta, pubblicano con una felicissima intuizione grafica per quanto riguarda le note al testo, intuizione che lenisce alquanto le tribolazioni del lettore alle prese con le famigerate, anche se ineludibilmente importanti, note a piè di pagina. Dalle pagine di questo saggio traspare lentamente, grazie alla bravura e alla preparazione dell'autore Alan Pauls, una nuova figura del Borges scrittore e del Borges artefice di scritture. L'icona pop non è più quella incardinata nell'ormai imponente apparato iconografico e critico, ma Borges appare nella sua evoluzione temporale e letteraria. Non più quindi un'immobile statua che se ne sta pensosa nel mezzo di una piazza dipinta da De Chirico, ma un autore che ha dovuto fare i conti con le avanguardie letterarie degli anni Venti, ne è stato affascinato prima e poi ha costruito i presupposti per abbandonarle e creare nuove e inedite forme di narrazione che trapassano e trasfigurano gli stessi luoghi in cui queste narrazioni avvengono. Borges che odia dapprima i sobborghi di Buenos Aires e poi ne diviene invece il cantore, in una sorta di riaffermazione quasi etnica della lingua "criolla" dei nativi in contrapposizione ai nuovi arrivati spagnoli e italiani (quasi una sfida etnicoletteraria che ricorda l'epopea di Le gangs di New York di Herbert Asbury, opera che Borges lesse con molto interesse), Borges che vede in West Side Story una rivisitazione delle lotte medioevali fra le tribù vichinghe, Borges che accoglie il romanzo poliziesco come forma geometrica perfetta della struttura narrativa e che, nei suoi mondi letterari costellati di citazioni, teologie, gnosi e neoplatonismi (dove l'autentico si fonde con l'artefatto e l'artificio e dove la mistificazione erudita diviene mezzo di (auto)ironica celebrazione dell'erudizione stessa) è già negli anni Quaranta un precursore del postmodernismo. È un Borges nuovo quello che appare da queste pagine. Un Borges impegnato a celarsi al mondo e al contempo dedito con dovizia e perfezionismo professionale a costruire il proprio mito cui, molto borgesianamente, è il primo a non credere. Un immenso ingegnere della parola e un profondissimo creatore di mondi letterari e di distorsioni geniali dove la finzione è l'autentica realtà e la realtà è l'unica finzione possibile.
Un libro.
Il fattore Borges, di Alan Pauls (edizioni SUR).

domenica 7 agosto 2016

L'ottavo numero de Il Colophon


E' uscito da pochi giorni l'ottavo numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "Quelle piccole cose di pessimo gusto" (qui l'editoriale del direttore Michele Marziani). In questo numero c'è un mio articolo: Un clistere allo zabaione. Che cosa sarà mai questo inquietante e zuccherino clisma cremoso? Per scoprirlo bisogna leggere l'articolo. Il tutto, come sempre, illustrato con rara maestria da Marta D'Asaro.
Buona lettura!