martedì 3 marzo 2015

RIP, di Marco Valenti (Antonio Tombolini Editore)

Frammenti di ricordi che vanno a costruire una narrazione che oltrepassa i tempi dei sentimenti e della sofferenza. Riflessioni di un io narrante, dalla scrittura tesa ed essenziale, che combatte per condividere con il presente quello che è stato e quello che più non potrà essere, nella speranza di un armistizio interiore che è forse la determinazione ultima delle creature senzienti.
Diario minimo e al contempo immenso di un dolore che riproduce se stesso nella contemplazione di parole che forse non si è giunti in tempo a pronunciare. Cronografia dell’intersecazione ineludibile dei legami di vite paterne e filiali, spesso intese da un osservatore esterno come immagini dalla apparente e semplice sembianza, e che invece sempre hanno la capacità di essere messaggere di complesse composizioni e insondabili posture dell’anima.
Marco Valenti crea la materia della vita e della morte con la sapiente levità di uno scultore alle prese con essenze materiche che presentano la capacità di trasfigurarsi in infiniti momenti che l'Autore stesso vuole, come obbligo morale, fissare. Ed è questa opera di solidificazione dell’insolidificabile, sfida estrema e vasta, che l’Autore accetta senza timore e che lentamente assembla con l’uso basilare della parola scritta, una parola che è strumento di razionalizzazione e di comprensione, nel senso non tanto del conoscere quanto del prendere con sé. 
Al termine di questo breve e intenso romanzo, in cui si sentono forti gli echi e gli stilemi e gli influssi importanti di una certa e imprescindibile letteratura italiana, purtroppo ormai da pochi perseguiti e portati ad esempio (e che Valenti ben sa come metabolizzare), ci rendiamo conto di aver raggiunto quel non comune attimo in cui ci sentiamo parte di quel tutto dove l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo possono finalmente e vicendevolmente riflettersi.  
Un libro.
RIP, di Marco Valenti (Antonio Tombolini Editore).

lunedì 2 marzo 2015

1960, di Leonardo Colombati (Mondadori)

Leonardo Colombati dà alle stampe per i tipi della casa editrice di Segrate questo nuovo tassello, monumentale comunque, che altro cammino percorre nella sua personale predilezione, condivisibile assai, per quel romanzo universo che è luogo mitico, meta narrativa (e metanarrativo, of course) obiettivo narrante che rimanda a epifanie letterarie sudamericane, mitteleuropee, postmoderne anzi che no. 
1960 prende le mosse dalle capitoline olimpiadi che hanno lasciato in eredità all’italico immaginario le imprese atletiche di Livio Berruti e quelle ziqqurat e mastabe architettoniche che ancora oggi sono rimembranza edilizia di quel principiare di decennio che si pone come frontiera immaginifica tra le tribolazioni postbelliche, il boom economico e i successivi travagli politici dei Settanta.
Pretesto geniale quel 1960, data simbolo che l’Autore utilizza come lasciapassare per la genesi di una storia che è palesemente foto di gruppo (con signora e faccendieri) di quella “capitale corrotta, nazioni infetta” che la lenzuolata tipografica d’epoca de L’Espresso pose a imperitura memoria e ricordo di una nazione malnata e mai compiuta. Colombati è bravissimo nel tessere una trama che tutto unisce e dimostra, tutto svela e storicizza attraverso lo strumento di una narrazione che crea un libro che è forse “il” libro definitivo che, come un Vangelo Sinottico, fa combaciare lembi di cupe e oscure macchinazioni che altro non sono se non l’ossatura malefica di una comunità nazionale che mai ha saputo riconoscersi come portatrice di un destino condiviso e che, anzi, da questo destino imperfetto si è fatta manipolare e forse oggetto di questa manipolazione lo è ancora.
Golpismi tragicomici, istituzioni macchiettistiche, che comunque grondano del sangue di una  dilettantesca avventatezza dal sapore borbonico, scenari sullo sfondo dei quali si agitano intellettualismi letterari e cinematografici da camarille dal provincialismo estremo e definitivo che “malgrado voi” (cantava Venditti in Bomba o non bomba), ancora oggi presiedono alla enunciazione di ciò che è culturalmente agréable.
Solo un grande scrittore avrebbe avuto il coraggio di raccontare quel “non agit sed agitur” che da sempre definisce ogni produzione peninsulare, dalla politica all’economia alla cultura o culturame che sia, alla contaminazione dei poteri che da sempre negano quella separazione declamata da Montesquieu .
I personaggi di Vogliamo i colonnelli ben si adattano a comparire in questo romanzo universo assieme al principe Annibale di Roviano e all’ammiraglio Attila Canarinis (gli inarrivabili Eduardo e Totò, con il sottofondo del gemito reiterato di una canzonetta nascente da un qualche musicarello, mentre grand commis di stato danzano una ignobile allegoria del potere). Se tutto forse ha narrativamente avuto inizio con La salamandra di Morris West e si è poi estrinsecato nel Todo Modo di Sciascia, passando ça va sans dire per i pedalini oscuri del dirigente dell’Ufficio Politico di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, è con 1960 che questo archetipo quasi junghiano della contaminazione politica giunge a compimento.
Leonardo Colombati è il nostro risolutivo Thomas Pynchon e, se fossero ancora tra noi, da 1960 Elio Petri ne trarrebbe sicuramente un film in cui il tenente colonnello Agostino Savio non potrebbe che essere incarnato da Marcello Mastroianni.
Un libro.
1960, di Leonardo Colombati (Mondadori).

lunedì 23 febbraio 2015

I corruttori, di Jorge Zepeda Patterson (Mondadori)

Messico, terra sanguinante che ospita narrazioni misteriche e atmosfere occulte. È nei primi decenni del secolo scorso che nasce l’immaginario condiviso di questo luogo inteso come confine estremo delle passioni umane. Le clandestine Tijuana Bibles principiano i fasti del porno made in USA, che negli Eighties avrà la sua definitiva consacrazione nella californiana (ed ex messicana, of course) San Fernando Valley, mentre Orson Welles filma negli Anni Cinquanta, in un minaccioso bianco e nero, il suo L’infernale Quinlan che si sviluppa a cavallo di quella frontiera tra l’America gringa e l’America dalle influenze latine e ancora, limitanea location filmica del terzo millennio (in salsa sci-fi) e reiterata testimonianza simbolica dell’eterno divisorio psicologico e propagandistico tra presunta civiltà e altrettanto presunta barbarie, Monsters di Gareth Edwards. Una frontiera che è stata territorio narrativo della terminale esposizione di sangue e di morte di Roberto Bolaňo, dell’orrorifico Ossa nel deserto di Sergio González Rodríguez e anche di quell’inquietante oggetto narrativo che è Z. La guerra dei narcos di Diego E. Osorno. 
Acidi deserti di pietre gialle che, loro malgrado forse, più che dividere uniscono trame di morte, di affari, di sofferenza, espiazione e sopraffazione. Una metropoli ipertrofica che è centro del potere e dell’inganno. Complotti che superano ogni confine, ogni frontiera, in una contaminazione tra realtà e finzione  dove la seconda supera la prima e la prima è ispirazione per la seconda.
Jorge Zepeda Patterson unisce e racconta, con quella maestria geniale che è indizio della grandezza dei narratori di razza, questi mondi arrivando al concepimento di un romanzo dai toni epici e mozzafiato che descrive l’attualità politica e criminale di una nazione che è paradigma di contraddizioni economiche dai riflessi planetari. 
Scenografie de I corruttori sono quel Distrito Federal che già fu scenario del bolaňiano I detective selvaggi, monumentale e immenso, nonché quel Golfo che è base degli efferati e demoniaci cartelli della droga che dalla fine del secondo millennio hanno spodestato quelli colombiani e boliviani. Ma scenografie non ultime sono anche le anime dei personaggi, anime che intersecano odio e tenerezza, passione e coraggio, erotismo e amicizia, nitidezza e oscurità, come un eterno Yin e Yang di sentimenti che fondono spirito e vita, amore e morte.
Ma l’Autore descrive altri territori narrativi ancora. Come quel deep web che è stato visitato dalle ultime ossessioni pynchoniane ne La cresta dell’onda o quella infiltrazione digitale fatta di devices e di internet, di computer e mail e che vedeva le sue prime descrizioni e apparizioni nell’opera di altri scrittori sudamericani come quegli escritores raros (Mario Levrero in primis) che da Montevideo iniziavano a fare report narrativi sulla nostra coeva e ormai condivisa fusione di mondo reale e consistenze digitali e di reti, fusione che rende ormai il cyberpunk dei Gibson e degli Sterling quasi profezia medioevale.
I corruttori è romanzo imperdibile, narrazione completa e al contempo rapporto particolareggiato sul presente politico, sociale ed economico messicano.
Un libro.
I corruttori, di Jorge Zepeda Patterson (Mondadori).

sabato 21 febbraio 2015

Sette sono i re e L'odore del riso alla libreria Le mille e una pagina

Sabato 28 febbraio, alle ore 17.30, sono particolarmente orgoglioso di presentare Sette sono i re e L'odore del riso alla libreria Le mille e una pagina, una libreria indipendente e coraggiosa. Per i social media addicted l'evento è qui.


martedì 17 febbraio 2015

Cruel, di Salvo Sottile (Mondadori)

Desinenze capitoline che si trasfigurano in luoghi creatori di orrore terminale. Sempre più spesso, tra le parole estreme degli autori del giallo o del noir italiano, Roma diviene la nostra New York o la nostra Los Angeles, paradigma del male e scenografia che rimanda al mistero cupo di torve e oscure trame, in un raccordo non solo anulare, bensì squisitamente letterario e che prende le mosse da una Milano nebbiosa e di scerbanenchiana memoria che un tempo fu matrice originaria di efferatezze omicide e di criminologiche macchinazioni letterarie. 
Salvo Sottile intinge la penna nel rosso rubineo e sanguinante di una trama densa e affascinante che, a ogni frase, mozza il respiro al lettore, germinando dagli open space di redazioni di magazine del terzo millennio, comunque mossi dallo stesso scandalistico voyeurismo che rimanda a passati sapori di quegli omicidi stile Casati Stampa che fecero la fortuna delle iconografie dei settimanali della Cino Del Duca Editore, e abitati da redattori sfruttati, donne dai misterici e raccapriccianti passati e dai tragici presenti e diretti, con autocratico piglio psicoanalitico e manageriale, da un deus ex machina che combina le fattezze dei criminologi protagonisti sornioni delle varie “compagnie di giro” televisive con le foto segnaletiche di altri esperti eruditi che trovarono la morte nei Settanta degli anni di piombo, protagonisti loro malgrado di vendette camorristiche in salsa NCO di Raffaele Cutolo e ambivalenze politiche di nazimaoismi in versione NAR e Terza Posizione.
Una storia di decadenze psichiatriche, di erotismi vellutati ma al contempo sedimentati in coniugazioni di un presente permeato da plastiche avvenenze di ragazze dalla desiderabile e avvenente corporeità, di investigatori infaticabili come se ne trovano nelle storie di De Cataldo e da giornalisti che portano in loro le stigmate di incertezze bolaňiane nascenti da metropoli ipertrofiche dove Roma è forse paradigma di quell’eterno sanguinamento dei corpi che avviluppa una bellissima storia come questa, dove la mente si apre con orrorifica stupefazione allo sconfinato universo della follia e della crudeltà. 
In Cruel Salvo Sottile coniuga magistralmente il classico di una trama poliziesca con i mondi onirici di quegli autori che, come Stephen King o Thomas Harris, ben conoscono l’evanescente confine tra la vita e la morte.
Da leggere senz’altro.
Un libro.
Cruel, di Salvo Sottile (Mondadori).

sabato 14 febbraio 2015

Booktribu e l'intervista

Lo staff di Booktribu mi intervista. L'originale è qui. Buona lettura!

Iniziamo a conoscere meglio i membri della community di BookTribu con delle interviste che pubblicheremo periodicamente. Il compito di rompere il ghiaccio è affidato ad uno degli autori, Angelo Ricci.

Da quanto tempo scrivi e come mai hai iniziato?
Non ricordo quando ho iniziato a scrivere o, può darsi, non voglio ricordarlo. Forse perché questo inizio si confonde con l’inizio della mia vita di lettore (iniziata troppo tempo fa) che è profondamente unita a quella di scrittore, al punto che non so più quale delle due sia quella principale. Non so nemmeno perché abbia iniziato a scrivere. Perché si scrive? Per essere condivisi, amati, letti, come sostiene Roland Barthes? O forse per obbedienza a un impulso che va oltre noi stessi? O semplicemente per passione, per divertimento? O scrivere è invece una maledizione, una possessione che ci prende e che ci domina? Francamente non lo so. Forse, potessi tornare indietro, non scriverei nulla… oppure scriverei di più. Chissà.

Hai dei modelli letterari oppure un genere che trovi più congeniale?
Modelli, generi congeniali, certo ne ho avuti. Ne ho tuttora e ne avrò in futuro. Spaziano attraversando tutto l’universo letterario, come una creazione sincretica. La fantascienza, tempo fa (Philip Dick soprattutto, Asimov, K. W. Jeter, Sheckley, Philip José Farmer), poi gli americani (Hemingway, Henry Miller, Poe, Melville, Faulkner, Vonnegut) i sudamericani (Cortazar, Levrero), i postmoderni (DeLillo, Pynchon, Coover). Giganti letterari come i russi (Dostoewskij, Gogol, Tolstoj) e i francesi (Flaubert, Maupassant) dell’Ottocento (e anche, of course, i “nostri russi”: Verga, Capuana, De Roberto), ma anche Dickens, Conrad o Sterne, perché no. O Nadine Gordimer, Borges, Bolaňo, o scrittori che fondono narrazione e documento, come Emmanuel Carrére (che mi ha fatto scoprire anni fa Philip Dick con il suo Io sono vivo, voi siete morti), oppure i francesi del “polar”, come Izzo e Manchette. Ma anche italiani come Beppe Fenoglio, Leonardo Sciascia, Beppe Berto, Guido Morselli, Michele Mari, Moresco o i saggi allucinati della serie Alphaville di Valerio Evangelisti. E oggi Danilo Kiš e Thomas Bernhard e sempre di nuovi, nuove scoperte, nuove frontiere letterarie, nuovi confini di scrittura… da metabolizzare… da superare, forse. Ma bisogna comunque poi allontanarsene, fuggirne via, non farsene prendere. Bisogna trovare un proprio stile, un proprio ritmo. È fondamentale. Necessario.

Preferisci scrivere racconti o romanzi?
È uguale. Un racconto può diventare un romanzo e un romanzo può scindersi in più racconti. La scrittura è una sola. Alla fine uno scrittore compie un percorso fatto di racconti e/o di romanzi; costruisce, anche suo malgrado forse, un organismo narrativo vivente di vita propria, dove racconti e romanzi divengono gli elementi fondanti. Ma lo scopo, l’obiettivo finale, rimangono poi unici.

Hai già pubblicato qualcosa o sei un esordiente?
Ho esordito nel 2008 e ho pubblicato parecchio. Ho avuto come editori Manni, Perrone Lab, Sottovoce, Errant Editions, l’Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore. Mi considero uno “stagionale” della letteratura, un po’ come quei camerieri che non hanno un posto fisso, ma che lavorano quando li chiamano, ai ristoranti delle fiere, dei congressi, delle convention. Scrivo quando posso, quando ne ho voglia. Ogni tanto trovo un editore a cui piace quello che scrivo e che decide di pubblicarlo. Tutto qui.

L'ultimo libro che hai letto e cosa ne pensi?
Sto terminando La trilogia del Nord, di Louis-Ferdinand Céline. Un autore immenso, immaginifico, che sa coniugare dramma e stupefazione. Un genio. Il creatore di uno stile di scrittura ineguagliabile. Nessuno prima di lui ha raccontato in modo così denso l’Europa e le sue tragiche contraddizioni. 

Come hai scoperto BookTribu e quali aspetti della community ritieni più interessanti?
Ne sono venuto a conoscenza per mezzo del passaparola in rete. È un progetto molto interessante. Coniugare autori e lettori, creare una piattaforma di condivisione è importante per la scrittura contemporanea. Sono strumenti questi che, con altri, oggi sono parte del bagaglio sia dello scrittore che del lettore. Due ruoli, due figure, più uniti di quanto si possa immaginare.
Come scrive Henry Miller: Non basta scrivere un buon libro, un bel libro, o persino un libro che sia migliore di tanti altri. Non basta neppure scrivere un libro "originale"! Si deve stabilire, o ristabilire, un’unità che è venuta meno e che è sentita con la stessa acutezza dal lettore, che è un artista potenziale, e dallo scrittore, che crede di essere un artista.        

giovedì 12 febbraio 2015

Formazione a distanza per aspiranti scrittori e autori esordienti

Un nuovo servizio che annulla le distanze e si sviluppa attraverso gli strumenti della rete. Dal sito di Carta e calamaio. Servizi editoriali e agenzia letteraria.
Carta & Calamaio offre un servizio di formazione a distanza per aspiranti scrittori e autori esordienti.
Un tutor vi seguirà via mail per permettervi di sviluppare uno dei seguenti obiettivi formativi a scelta:
–    Editing collaborativo di un testo (max 100 cartelle tipografiche di 2000 caratteri spazi inclusi): il tutor guida l’allievo nelle varie fasi di editing del testo, fornendogli gli strumenti per lavorare sul proprio testo, correggendo gli errori, rispondendo a dubbi e domande
–    Dall’idea al testo: come dare vita ad una storia. Partendo da una prima idea anche molto schematica di storia (racconto o romanzo) – può semplicemente trattarsi di un tema oppure essere già un progetto di racconto – il tutor guida l’allievo nello sviluppo della narrazione, fornisce spunti per elaborare nuove idee, aiuta a superare i “blocchi” creativi e le difficoltà e a procedere fino ad una prima stesura del testo.
–    Valutazione e analisi di un progetto letterario o un testo già pronto: il tutor aiuterà l’allievo a individuare punti deboli e forti, a fare gli aggiustamenti necessari ed ottenere un progetto o un manoscritto da sottoporre alla valutazione di agenzie ed editori.
–    Consigli, percorsi e risorse per pubblicare e promuovere i propri testi.
I tutor
Carla Casazza: giornalista pubblicita, si occupa da vent’anni di comunicazione e uffici stampa. A questa attività affianca quella di agente letterario, editor e manager editoriale.
Ha pubblicato alcuni saggi tra cui Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente (Bacchilega, 2006) e Agente Letteario 3.0 Reloaded (Errant Editions, 2014).
Fa parte del collettivo SIC (Scrittura Industriale Collettiva) che ha pubblicato il romanzo In territorio nemico (Minimum Fax, 2013). Collabora con  Critica Letteraria e Bookavenue.
Angelo Ricci: è tra i fondatori dei premi letterari Tracce di Territorio e Tracce di Territorio – Pubblicare la Storia. Ha pubblicato numerosi romanzi e racconti tra cui Notte di nebbia in pianura (Manni, 2008), La parte di niente I e La parte di niente II. La parte degli scrittori (Errant Editions, 2013-2014), Padania Blues (Sottovoce, 2013), Sette sono i re (Antonio Tombolini Editore, 2014) e L’odore del riso (Antonio Tombolini Editore, 2014). Dirige la collana Social Media Landscape di Errant Editions.

lunedì 9 febbraio 2015

Trilogia del Nord, di Louis-Ferdinad Céline (Einaudi)

Vangelo sinottico  e forse satanico di un percorso maledetto attraverso il paradigma del male. Il dottor Destouches, Louis-Ferdinand Céline, autore di una preziosa opera come Il dottor Semmelweiss, mirabile presenza di prosa poetica che trafigge i tempi. Ah, Céline, genio creatore di uno stile di scrittura estremo e innovativo (gli stessi sudamericani, Levrero in testa, avrebbero affermato: "Lo stile è tutto"). Paesaggi di desolazione fosforica, desolazione che si congiunge al derma totalizzante e lo incendia nonostante l’acqua, quelle immagini dei bombardati di Dresda che si tuffano nelle acque dell’Elba (rimembranze forse poi Vonnegutiane), estremo confine della romanità, con Ottaviano Augusto che vaga in preda al delirio urlando: "Varo! Ridammi le mie legioni", per spegnere il fuoco che ne dissolve le membra, fuoco che si ripresenta come lebbra mortale non appena quegli stessi escono dall'acqua per adempiere alla necessità diaframmatica e vitale (o mortale) del respiro.
È un picaresco tragitto attraverso una Germania di distruzione, di collaborazionismo estremo, di contraffazione di idee e credenze, che si mesce al ritorno estremo e insondabile della sopravvivenza. Simgaringen, Baden-Baden, Zornhof, la Flensburg dell’ultimo governo nazi, con a capo l’ammiraglio Dönitz e tra i ministri quell’Albert Speer, architetto del Reich, impiegato modello della reiterazione della produzione bellica. 
Folle di ungheresi, lituani, lettoni, franzosi, il milieu del collaborazionismo, e quei passaggi in quella Berlino terminale, paradigma junghiano dell’archetipo del male (come avrebbe scritto Brasillach: "Siamo andati a letto con la Germania e ci è anche piaciuto").
Manifestazione universale di idiomi babelici, frutto di una contaminazione che avrebbe dovuto portare alla costruzione del nuovo ordine mondiale.
Céline è tutto questo, nel bene e nel male. Protagonista ma anche fantoccio di una ubriacatura infernale che avrebbe fatto scrivere a Dante Virgili nel suo La distruzione: "Chi c’era a difendere nell’ultima ora il bunker estremo della Cancelleria? Le SS? Il partito? La Hitlerjugend? No. C’erano i franzosi della divisione Charlemagne, guidati dal belga Léon Degrelle." 
E il maresciallo Pétain e il suo concetto di pays e paysans, così simile ai massacri della Guerra dei Cento Anni che partoriscono infine l’idea di nazione francese e inglese e l’artiglieria costiera franzosa del Maghreb che spara contro la flotta alleata nel ’42. E le Waffen-SS in fez bosniaco che fanno loro i messaggi di congratulazione al Führer, inviati dal Gran Mufti di Gerusalemme. E la polizia ebraica dei ghetti, estrema beffa della creazione del male, che collabora con i persecutori.
Trilogia del Nord è prodromo e infernale cesura di tutto questo. Di tutto quanto avrebbe fatto affermare a Primo Levi: "C’era Auschwitz e perciò non c’era Dio."
Un libro.
Trilogia del Nord, di Louis-Ferdinad Céline (Einaudi).

giovedì 29 gennaio 2015

La biblioteca di Gould, di Bernard Quiriny (L'orma editore)

Le prove dell’esistenza di una letteratura parallela, dalle strutture euclidee e al contempo quantistiche, fenomenologia misterica di paesaggi metafisici, geografia di mappe dell’impero dalle fattezze borgesiane, visione di panorami che incarnano immobilità dall’indagine freudiana e abitate da personaggi enigmatici come quelli che popolano le vignette dalle atmosfere angoscianti dei rebus, si manifestano da tempo forse immemorabile al lettore che attraversa le lande affascinanti della parola scritta. Come un fiume carsico che appare e scompare disegnando trame che a loro volta sono la trama di una narrazione che vive forse addirittura al di là dei suoi stessi creatori, queste prove si sedimentano come pietre miliari che segnano le tappe di questo attraversamento di continenti fatti di parole scritte, stagliandosi come segni di rune fantastiche lasciati da demiurghi che popolano contemporaneamente il passato, il presente e il futuro.
Bernard Quiriny, con La biblioteca di Gould, contribuisce al disegno di queste mappe, alla creazione di questa letteratura parallela, alla contaminazione di tempi, libri, visioni. 
Città misteriose animate da un soffio di vita che le rende entità semidivine, circolarità temporali che sono al contempo figlie e madri dell’universo, libri e autori che vivono nella finzione e la rendono più reale della realtà.
Discepolo attento di Calvino, di Borges, di J. Rodolfo Wilcock, di Danilo Kiš, di Bolaňo, Quiriny ne è forse anche maestro involontario, in quella diramazione di mutazioni spaziotemporali che annullano la fallace linea retta di un eterno presente che nel suo infinito ripresentarsi è manifestazione onnipotente di ostensioni nelle quali l’infinitamente grande si specchia nell’infinitamente piccolo e viceversa, in uno scambio di messaggi che travalica le nozioni fisiche del tempo per giungere alla consapevolezza e alla scoperta di una struttura unica che è spazio e tempo, sogno e parola.
In principio era il verbo, dice il Libro. 
Un libro.
La biblioteca di Gould, di Bernard Quiriny (L’orma editore).

sabato 17 gennaio 2015

Il romanzo luminoso, di Mario Levrero (Calabuig)

Vie di una Montevideo che è stazione definitiva e forse ultima di un percorso narrativo che trafigge nel Secolo Breve e in questo scorcio di Terzo Millennio un subcontinente come il Sudamerica. Le algebriche narrazioni di Borges, che fondono misteri nascenti da romanzi gialli con visioni di eruditi del Celeste Impero, mentre rovine metafisiche fanno da sfondo a giochi di specchi che conducono verso una biblioteca infinita in cui il lettore si perde sì, ma da protagonista del libro immortale che è parto pluricellulare di universi in formazione. Realtà che mostrano se stesse attraverso la lente prismatica del fantastico che ne scinde i colori e ne mostra forse l’orrore per mezzo di ricordi ancestrali riportati alla luce dalla maestria di Cortázar. Il tentativo sanguinante di inventariare l’orrore e la morte per mezzo di un caleidoscopio di postmodernismi geniali che Bolaňo porta con sé come il necessario fardello di un santo pellegrino della letteratura che vuole andare oltre la propria fine. 
Questo percorso, questa Via Crucis narrativa e narrante che nasce proprio da quel Sudamerica in cui il romanzo, il racconto, il fumetto si uniscono in un unicum di storie universali che conosce la sapienza della storia, della letteratura, della psicoanalisi e che ha nel profondo della sua anima le ferite infertegli dagli orrori della persecuzione, del massacro primigenio delle civiltà precolombiane che perpetua se stesso fino all’orrore delle dittature militari, sorta di teatro sadico, di pantomima alla Marat-Sade di torture e picanas, di stadi calcistici trasfigurati in campi di concentramento e di garage oscuri in cui sfiata la devianza di reparti paramilitari, polizie segrete e aguzzini dallo zelo impiegatizio, giunge fino a noi attraverso profezie come L’Eternauta o gli spazi noir di Muňoz e Sampayo, magistrali descrizioni di quelle zone di confine dove assistiamo alla contaminazione bolaňiana di un orrore tex-mex che è forse il vero lasciapassare per comprendere l’universo. Ed è in questo percorso narrativo che arriviamo alla felicissima scoperta dello scrittore uruguagio Mario Levrero. 
Artefice della parola come strumento di creazione estrema e definitiva, Levrero inizia a congegnare una struttura narrativa dalle sfaccettature molteplici. Eroe suo malgrado della quotidianità, una quotidianità che è però passaggio attraverso fratture di uno spaziotempo da cui nascono storie che fondono piani narrativi e tempi, Levrero plasma, crea, forgia una messe di parole che sono strumento e al contempo decifrazione di una realtà in cui divinità oniriche e demiurghi forse defilati appaiono come pulsar dalle misteriose onde elettromagnetiche che ci inviano messaggi, rapporti, segnalazioni, brandelli di universi metanarrativi i cui bagliori il lettore affascinato scorge e dai quali ne è contemporaneamente ammaliato. 
Gli stessi strumenti della scrittura con i quali l’Autore ha un rapporto di affetto conflittuale, quel ricorso al pennarello Rotring o la eterna decifrazione del computer come luogo di scrittura ma anche forse come luogo e culla di vita aliena, una vita che si sovrappone a quella reale e spesso la sovrascrive, in un rimando continuo in cui le elettriche stimolazioni che già sono state del cyberpunk e ancor prima di Burroughs, e che vengono qui domate dall’Autore e ricondotte a una realtà quotidiana fatta di piccole e grandi insofferenze, piccoli e grandi inconvenienti, una realtà in cui la morte e la vita vivono nel sogno che vive della vita e della morte stessa, si fondono nel corso della stesura, o nel corso del tentativo di stesura del romanzo (altro affascinante piano di lettura che è alternativamente primario e fonte di altri piani di lettura), in un misterico luogo in cui il libro e chi lo scrive e chi financo lo legge si trasfigurano in entità archetipe e ancestrali dalla manifestazione contemporanea di onda e particella.
Levrero stesso diviene demiurgo di narrazioni, narrazioni che diventano universi, universi che diventano libri, libri che alla fine diventano ancora una volta quella biblioteca infinita di borgesiana memoria che è al contempo mappa dell'impero che si sovrappone all'orbe terracqueo accorpando realtà e finzione. Ed è in quella infinita biblioteca che trova posto ancora una volta il libro universo che, qui e ora, in questo tempo di Planck narrativo, assume il titolo di Il romanzo Luminoso. Romanzo che nasce nella creazione del suo autore e si trasfigura in backstage di questa creazione e in backstage dell’Autore stesso, romanzo alla cui edificazione il lettore è come chiamato attraverso la lettura, nella ostensione ultima di quel romanzo universo che dalla necessità quasi titanica di decifrarne fine e principio trae la sua eternità.
Un libro.
Il romanzo luminoso, di Mario Levrero (Calabuig).