lunedì 28 luglio 2014

I libri nella mia vita, di Henry Miller (Adelphi)

Un libro sui libri. Un libro di educazione umana prima ancora che letteraria. Una testimonianza imperdibile per chi vuole conoscere Henry Miller al di là dei suoi romanzi. I libri nella mia vita appartiene a quella imprescindibile categoria di opere a cui molti scrittori prima o poi arrivano, sono forse costretti ad arrivare, per onorare un sanguinoso ma anche delizioso redde rationem con le pagine che li hanno formati, con gli autori che li hanno influenzati, con le storie che in qualche modo si sono fatte strumento di comprensione, di affinamento di tecniche, di parallelismi condivisi. Significativamente nel titolo di questo saggio, anche se in Miller il confine tra romanzo, saggio, autobiografia è sempre genialmente labile, c’è una preposizione articolata che la dice lunga sul rapporto che negli anni si è instaurato tra l’Autore e le sue letture. In quel riferimento che Miller fa ai libri “nella” sua vita, invece che ai libri "della " sua vita, si ritrova tutta l'essenza del suo essere scrittore, quell'essenza per mezzo della quale tutta la sua esperienza di uomo prima ancora che di romanziere viene inghiottita, penetrata, metabolizzata, per poter giungere a quella affabulazione mirabile e infinita che fonde letture e scrittura, giovinezza e maturità, America e Parigi, sesso e sofferenza, sangue, sudore e sperma, gioia e tristezza, narrazione e saggio, invettiva e profonda analisi del mondo e delle sue contraddizioni. Per Miller tutto si trasfigura in narrazione, romanzo, pagina scritta. Gli autori che lo hanno formato non sono da lui descritti soltanto come visioni monumentali meritevoli solo di una frigida e distaccata contemplazione, ma gli appaiono soprattutto come esseri umani che hanno sofferto, gioito, amato, combattuto, che sono stati vittoriosi ma anche sconfitti. Sono giganti che non hanno avuto remore nel mostrare piaghe e difetti, scoramenti e costernazioni e che, proprio da questi avvenimenti, hanno trovato la forza sovrumana di scrivere pagine che li riflettono in tutta la loro divina umanità. Miller scrive senza sosta, senza respiro, anche qui dando vita a quel ritmo narrativo totalizzante, a quell’incedere senza indugio, a quel raccontare di tutto il mondo e di se stesso senza soluzione di continuità. I libri nella mia vita è il ritratto di un gigante della letteratura che con sprezzo del pericolo si è specchiato fino in fondo nell’immagine di tutti gli autori con cui, malgrado lui, malgrado loro, malgrado le loro vite ardue, ha spartito l’ideale ultimo di quell’umanità che non può fuggire mai dall’insopprimibile esigenza di narrare se stessa e il mondo.
Un libro.
I libri nella mia vita, di Henry Miller (Adelphi).

sabato 26 luglio 2014

Gli editori italiani e Tumblr (parte seconda)

Da sempre sono un utilizzatore della piattaforma Tumblr. Ho teorizzato spesso nelle pianure del web l'importanza ricoperta da questa piattaforma per gli editori, gli scrittori e i blog letterari. Ho scritto anche una guida a questo proposito, edita dall'impareggiabile Errant Editions, casa editrice digitale che fin da tempi non sospetti ha condiviso la rivoluzione digitale dell'ebook. Un paio di anni fa scrissi un post dedicato all'editoria italiana e Tumbl. Ora, nelle mie peregrinazioni sul web, e nell'anniversario della mia quinquennale militanza tumbleriana, scopro il Tumblr di Nda Press, vivace e importante casa editrice diretta da Massimo Roccaforte. E' un esempio elegante e interessante di utilizzo di questa piattaforma da parte di un editore italiano, ancora più importante se consideriamo il fatto che l'editoria italiana predilige luoghi più semplici come Facebook e Twitter. Che dire? Seguite questo affascinante Tumblr.

venerdì 25 luglio 2014

Diario di bordo di uno scrittore, di Björn Larsson (Iperborea)

È sempre un insperato dono quando uno scrittore decide di presentare ai lettori il suo modus operandi. Ed è proprio quello che accade con Björn Larsson e il suo bellissimo Diario di bordo di uno scrittore. Iperborea da sempre getta un ponte forte e rigoglioso tra i lettori italiani e le letterature del nord Europa, quelle stesse letterature i cui prodromi furono così apprezzati nei sogni e nelle visioni di Jorge Luis Borges. 
Attimi irreversibili di vite definitive che si tramutano in anni di fatiche letterarie vengono illustrati in questo libro che è anche guida, saggio, romanzo fatto di romanzi, di parole, di avventure, di sentimenti. La scrittura, la sua genesi, le genesi stessa di tutti i libri di Larsson, il suo rapporto quasi totalizzante con la lettura, con la creazione letteraria, con i personaggi dei suoi romanzi che hanno la capacità di attraversare altri romanzi, altre narrazioni. Tutto questo alberga in Diario di bordo di uno scrittore. E tutto ciò si trasfigura in testimonianza e descrizione del lavoro del narratore che è affermazione di fatica immensa e al contempo di affascinante delicatezza. Perché si scrive, perché si crea, qual è il rapporto tra scritture e scrittori. Tutto questo e altro ancora può trovare in Diario di bordo di uno scrittore il lettore appassionato e affamato di conoscenza, di apprendimento di quelle tecniche che tecnicamente algide non possono essere perché fondono anima e annotazione, parole e passioni e le fondono al fine di creare un storia di parole scritte. Come un lento apprendistato pynchoniano questo libro ci accompagna parola per parola nella avventura fatta di libri, di parole, di storie che è la vita di Björn Larsson, vita che lentamente si appalesa come vero e proprio baedeker per lettori e come insostituibile backstage dell’anima dello scrittore stesso e forse di tutti gli scrittori del mondo. Diario di bordo di uno scrittore è libro utile e piacevolissimo, storia fatta di storie, romanzo fatto di romanzi, libro fatto di libri, che vive di e in una appassionata sfida di narrazioni che nascono e vivono, creano e seminano altre narrazioni ancora, testimonianze irrinunciabili di quella circolarità infinita che è ciò che chiamiamo letteratura.
Un libro.
Diario di bordo di uno scrittore, di Björn Larsson (Iperborea). 

giovedì 24 luglio 2014

Ma Facebook e Twitter servono allo scrittore?

Leggo una interessante intervista all’agente letterario Marco Nardini. In particolare mi colpisce questa frase: Se l’autore sta fermo è difficile che il libro si muova. Stessa cosa se sta fermo l’ufficio stampa, certo, ma credo che forse oggi sia più importante che si sappia muovere bene l’autore, i mezzi a disposizione ci sono per tutti: Internet, festival letterari, incontri con il pubblico, iniziative originali.
Purtroppo Nardini ha ragione da vendere. Se l’autore sta fermo il libro non si muove. Ma come dovrebbe muoversi l’autore? Facebook e Twitter sono strategici nella misura in cui l’autore è già conosciuto al di là della mura digitali delle due fortezze social. Se il tuo nome fa già parte dell’immaginario dei lettori (perché ti pubblica una grande casa editrice, perché dei tuoi libri parlano Repubblica e Corriere) allora Facebook e Twitter diverranno strumenti imbattibili e la gente farà la fila a mettere like e a commentare i tuoi status, magari nella speranza di un tuo commento o perché no nella speranza che tu li noti e gli dica massì mi faccia leggere un po’ il suo manoscritto in cerca di editore (e d’altra parte la gente ha pure ragione, il selfie se lo fa con stella del Real Madrid, mica col centravanti della Virtus Pincopallo). Altrimenti sarai soltanto uno dei centomila scrittori che urlano su internet il titolo del loro ultimo libro e magari un like dalla zia lo ricevono pure. Le librerie presentano in gran parte solo scrittori che possono garantire delle vendite e hanno ragione, mica possono darti tempo e spazio se poi a vederti non viene nessuno? E i festival letterari? Non sono così sicurissimo che qualsiasi scrittore ci possa andare, a meno che non si stia parlando di andarci come pubblico, ma io quello lo faccio già a qualsiasi festival o manifestazione letteraria. Non ci vuole granché, ad andarci come pubblico. Il problema è ad andarci come invitati e allora si ritorna al discorso di prima. In buona sostanza Facebook, Twitter, i social sono strategici per uno scrittore che faccia già parte (per bravura o fortuna) di una struttura che lo sostiene. Per lo scrittore che non si trova al centro di questa struttura l’unica cosa è accontentarsi del like della zia.

mercoledì 16 luglio 2014

Sette sono i re. Le recensioni, l'intervista

Dopo alcune recensioni di lettori apparse in Ultima Books e nel Kindle Store, si parla ancora di Sette sono i re
La prima è una recensione apparsa su Abulico. Lo scaffale editoriale, a cura di Luca Ciavatta. 
Tra le altre cose c'è questa ottima valutazione:
Sette sono i re è libro portentoso. In bilico tra finzione e realtà, il romanzo di Angelo Ricci si rivela più che mai attuale e contemporaneo. Una trama originale che cattura pennellate di comunicati giornalistici, un’ambientazione verosimile che sorprende e incuriosisce, un intreccio che trasporta e logora al tempo stesso. Il testo è valido e appassiona come pochi, la scrittura asciutta rende la lettura veloce e spedita, la trama, come già detto, conquista. In definitiva, un libro che prende e che si legge tutto d’un fiato.
La seconda è una bellissima intervista recensione a cura di Giovanni Agnoloni, apparsa su postpopuli.it

Sette sono i re, di Angelo Ricci, è un libro duro. Duro e bello. Un libro elettronico che avrebbe meritato tutti gli onori della carta. Un romanzo di mondo mercenario, condito da retrogusti di Medio Oriente e soprattutto di ex-Jugoslavia. Una storia in prima persona, dalla voce di un professionista del cecchinaggio, protagonista di una storia senza speranza, al centro di un crocevia lombardo fatto di discariche tossiche e omicidi plurimi. E di “contratti” portati a termine.
La scrittura di Angelo Ricci è tesa, secca, essenziale, e trascina di riga in riga, di pagina in pagina, fino a una conclusione amara, che non delude. È l’opera di una penna felicissima. Viene da chiedersi perché libri così non escano con grandi case editrici. A maggior ragione, un plauso al suo editore elettronico per avergli dato spazio lo spazio che stramerita.
1. Sette sono i re: una filastrocca, il testo di una canzone dei Bandabardò. Perché questo titolo?
Quello che mi interessava era scrivere una storia che delineasse una sorta di allegoria del potere, della sopraffazione, di quella storicamente infinita manifestazione dello sfruttamento dei molti da parte dei pochi; una storia che apparisse come un affresco alla Bruegel o alla Hieronymus Bosch. Quel testo di quella canzone era perfetto, con la sua tragica e tuttavia gioiosa critica del potere, nell’ottica dei cantastorie e dei menestrelli che da sempre hanno descritto le contraddizioni dei tempi. E il suo titolo ben si addiceva a una storia di questo tipo.
2. Il tema, forte e cocente, è il frutto di una tua ricerca personale sui fenomeni del mercenariato e delle discariche abusive?
Sette sono i re è il frutto di una ricerca personale approfondita. Tutti i riferimenti storici, politici, tecnici, persino balistici, sono veritieri. Poi il tutto è stato immerso in una storia dai toni forse fantastici, onirici, da realismo magico. Ma come scrive Julio Cortázar nelle sue Lezioni di letteratura: “Allora non è così facile uscire dal fantastico ed entrare nel cosiddetto realismo; ci sono una serie di zone intermedie che non posso passare sotto silenzio. (…) Mi spiego: intendo per realismo simbolico un racconto – o anche un romanzo – che abbia un tema e uno sviluppo che i lettori possono accettare come perfettamente reale per poi rendersi conto, avanzando nella lettura, che sotto la superficie strettamente realista si nasconde qualcos’altro che è anch’esso realtà, ancora più realtà, una realtà più profonda, più difficile da captare. La letteratura è capace di creare opere che si prestano a una prima lettura perfettamente realista e a una seconda lettura nella quale si vede come, in fondo, questo realismo stia nascondendo un’altra cosa.” (Julio Cortázar, Lezioni di letteratura. Berkeley, 1980, Einaudi 2014, traduzione di Irene Buonafalce).
Credo che Sette sono i re abbia proprio come intendimento quello di far scoprire al lettore quell’altra realtà più profonda nascosta tra le pieghe della narrazione, quelle zone intermedie che non possono passare sotto silenzio.
3. Come sei riuscito a entrare nel punto di vista del cecchino protagonista?
Quando mi appresto a pensare, a scrivere un racconto o un romanzo, mi soffermo sempre sulla questione della prima o della terza persona. In alcune mie opere precedenti ho usato la terza, in altre ho usato entrambe, in altre ancora la prima. È una questione fondamentale per la gestione del punto di vista narrativo. In genere aspetto che i personaggi mi appaiano, mi parlino, si manifestino in qualche modo, mi mostrino loro la strada stilistica che dovrò percorrere, anzi che dovremo percorrere insieme. Per Sette sono i re il personaggio del cecchino mi è apparso in tutta la sua fatalistica tragicità. Ed è come se mi avesse detto: tu adesso sei me e scriverai per me la mia storia. Ecco come è nata la nostra simbiosi narrativa, una simbiosi che ha unito scrittore e personaggio. Così sono entrato nel suo punto di vista, perché lui per primo me lo ha permesso.
4. Le venature stilistiche noir del romanzo non contraddicono la sua letterarietà, anzi. Un altro (se mai servisse) segnale dell’inutilità delle rigide ripartizioni tra i generi?
Rifuggo sempre dalle ripartizioni tra i generi. Non mi interessano. Le trovo inutili e limitanti. Mi interessano invece le contaminazioni letterarie, le ibridazioni narrative. Come giustamente dici, Sette sono i re è un segnale in questo senso, come, d’altra parte, tutto quello che ho sempre scritto e scrivo tuttora.
5. Dopo i primi due “atti” de La parte di niente, opera d’ispirazione più erudita, ecco la vita nel suo sporco concreto. Che cosa, come autore, sollecita maggiormente la tua creatività?
Le contraddizioni, storiche, politiche, umane. La sopraffazione, la violenza. L’indifferenza del potere. Le zone grigie dell’anima. Le figure che scelgono di stare, spesso con tragica e consapevole fierezza, dalla parte sbagliata. Le fratture invisibili del quotidiano, da cui scaturiscono dolore, mistero, ma anche pietà, dignità spesso eroica. Ecco quello che sollecita la mia creatività.
6. I tuoi nuovi progetti letterari?
A brevissimo, e credo entro luglio, sempre per i tipi elettronici della Antonio Tombolini Editore, e sempre nella collana Officina Marziani, collana diretta da uno scrittore che stimo moltissimo, Michele Marziani, uscirà un mio altro romanzo, L’odore del riso. Più avanti, nella stessa collana, uscirà la versione digitale del mio primo romanzo, Notte di nebbia in pianura, che nel 2008 fu pubblicato da Manni. E poi uscirà, edito dalla Errant Editions diretta da Francesca Mazzucato, altra scrittrice che stimo moltissimo, la parte conclusiva della “efferata trilogia” de La parte di niente, dal titolo La parte di niente III, la parte degli editori.

venerdì 11 luglio 2014

Le parti meccaniche nell'Officina

Come in un luogo di narrazioni, work in progress editoriale, collana innovativa, in Officina Marziani compaiono periodicamente brani che spiegano, presentano, illustrano le opere dei singoli autori, come parti meccaniche che vedono la luce nell'officina del raccontare e conducono verso la creazione di un motore affascinante che produce storie e sentimenti. Tassonomiche necessità di unire e di classificare, volontà di domare in qualche modo i flussi della rete, mi portano a compilare questo elenco di link che rimandano a post che mettono a fuoco l'autore e le sue opere. E' un elenco provvisorio, destinato ad aumentare, così come la letteratura stessa, che fine non potrà mai avere. 


Sette sono i re si può acquistare qui.
E qui c'è la sua pagina Facebook.

giovedì 3 luglio 2014

Sette sono i re e La Provincia Pavese

Ho sempre pensato, forse a torto, ma spinto da un istinto che sento in me, che chi scrive sia figlio della propria terra, dei propri luoghi, anche a prescindere da ciò che scrive. Ed è importante che il frutto delle proprie scritture in qualche modo trovi spazio sui giornali che fanno informazione in quei luoghi che sentiamo nostri. Dopo L'Informatore Vigevanese, anche La Provincia Pavese parla di Sette sono i re. Credo sia una bella cosa. (E per chi vuole conoscere un assaggio di questo mio nuovo romanzo, che con espressione affascinante è stato definito Romanzo digitale, eccone qui l'incipit).


martedì 24 giugno 2014

L'incipit di #settesonoire edito da @ATeditore nella collana @Officina_M

Poco tempo è passato da quando Sette sono i re ha inaugurato la collana Officina Marziani, diretta da Michele Marziani, della Antonio Tombolini Editore. Vi regalo l'incipit del romanzo.
Buona lettura!

Un fruscio sottile che sibila insistente. 
Una decisa tensione delle sottili gomme, compatte di aria compressa, che segnano di scie sinuose l’asfalto grigio. Abbandonando minuscole particelle di mescola scura che si uniscono all’infinita pressatura del bitume.
Atomi evanescenti di carbonio senza peso che aiutano l’impegno costante dei quadricipiti femorali e dei muscoli sartori. 
Toraci incurvati dalla sfida infinita contro l’attrito dell’aria e dalla guerra ingaggiata contro i minuti e i secondi.
Bicipiti rigidamente flessuosi chiudono, senza possibilità di fuga, ellissi delimitate da manubri lucidi e curvi e da strie imbottite di caschetti dai colori psichedelici.
Corpi rigidamente infissi nel perseguimento di un unico movimento. Essenzialità anatomiche, senza grammi di adipe superfluo, fasciate da tute aderenti fucsia e verde smeraldo.
La sagoma pluricellulare si snoda a lungo sulla strada, scindendosi per poi ricompattarsi, sgranandosi per poi diventare improvvisamente turgida.
Un braccio avvolto dal nero striato di rosa di una calzamaglia termica, appositamente studiata per ridurre al nulla l’attrito dell’aria e, forse, del tempo, disegna, con indiscussa autorità, un gesto imperioso, come un cavaliere templare che guidi una carica appena uscita dalle mura imprendibili della fortezza siriana del Krak.
Automobili e pedoni sono costretti a spostarsi all’improvviso, sfiorati da sguardi duri, di pietra, compresi nell’essenza della missione e celati dalle lenti buie di occhiali dalla struttura perfettamente aderente alla circonferenza del cranio
Non c’è nessuna staffetta. Non c’è nessuna moto della polizia urbana. Non c’è nulla. 
Soltanto la forza impositiva e autoritaria di un organismo che ha, come scopo unico e ultimo, quello di spostarsi da un punto verso un altro. Alla velocità massima possibile che l’uomo, alleato con le migliori e più leggere biciclette, possa raggiungere. 
È uno sfoggio di autorità feudale. È la rivincita della forza muscolare. È l’insurrezione dell’uomo contro la macchina e contro la pigrizia. 
E, come tutte le insurrezioni, vuole le sue potenziali vittime.
Lo sciame migra attraverso le vie. Abbandona con velocità le strade provinciali delimitate dai fossi e dai campi. Occupa tutte e due le corsie,  impedisce i sorpassi, rallenta auto e camion, nella speranza, racchiusa nella sua intelligenza multicellulare e collettiva, di poter incontrare qualcuno che trasporti un malato grave verso un qualsiasi ospedale e di poterlo così rallentare, incurante delle sue proteste, fino alla probabile morte. Pronto a riprendere la corsa infinita, sicuro dell’oblio indifferente notificato dall’espressione stolida delle molte facce di pietra della sua struttura.
Lo sciame dimentica in fretta i campi e i boschi che hanno segnato la sua migrazione iniziale ed entra a velocità silenziosa nei paesi della pianura, attraversando strade, violando il rosso dei semafori, accarezzando pericolosamente, con la sua scheletrica dinamicità di carbonio, i corpi dei vecchi che si stringono verso i muri e i passeggini spinti dalle poche madri che, immobilizzate dal panico, tentano di difendere i loro trabiccoli chiudendocisi sopra a riccio.
Migra lo sciame. Migra velocemente in silenzio. Attraversa paesini, dimentico del paesaggio superfluo, delle strade, delle case, dell’impaccio dei pedoni. 
Tutto deve essere ricondotto all’autorità dello sciame.
Non un suono, non una parola escono dalle bocche contratte e impegnate nella gestione dell’equilibrio dei muscoli e della respirazione.
Nel sussurro senza sosta del suo incedere costante, lo sciame abbandona presto le poche case dei paesi per rituffarsi nella corsa e perdersi nell’inseguimento del tempo.
È un organismo compatto. Uno, due al massimo, alla guida. In coppia, uno vicino all’altro. In una danza di telai e di ruote al carbonio e di tute termiche dai colori sgargianti e fluorescenti che si diluiscono su un comune fondo nero. Nero come la pece. Nero come la notte. Nero come la morte.
È una instancabile oscillazione, appena scomposta dai gesti di comando che le due avanguardie impongono a chi ha la sfortuna di incontrarlo. Al gesto imperioso del braccio teso, puoi buttarti solo a destra o a sinistra. Non hai scampo. Passa lo sciame.
Pochi dei suoi microorganismi rimangono indietro. Giusto il tempo perché l’intelligenza collettiva del gruppo deceleri appena. Quel poco che basta a ricompattare al suo interno i ritardatari. 
Lo sciame deve essere unito. 
Sempre.

lunedì 23 giugno 2014

Uccidi il padre, di Sandrone Dazieri (Mondadori)

Imponente affresco nero e cupo che attraversa l’Italia dai paesaggi urbani di una Roma dalle indagini questurinizzanti, per dirla all’ingegner Gadda, fino a risalire la penisola verso un pianura cremonese di cascine abbandonate e strade bianche dalle quali sale l’aroma inquietante di prossime nebbie nascenti da lineari panorami padani.
E in questo tratto di penisola si trovano i due capi di una fune che, come un soffocante legame tanatologico, avvince i protagonisti, siano essi quelli principali o i comprimari, e con loro anche il lettore, in una trama claustrofobica dai rilanci geniali e dagli incroci narrativi sorprendenti, come in una sorta di phildickiano Ubiq contemporaneo. 
Non soltanto affascinano gli stilemi doverosamente noir che Dazieri ben conosce e utilizza, ma l’Autore sa a volte anche ben ritrarsi da essi, svicolare verso l’approdo ad altri lidi narrativi ancor più misterici, svisando come sanno svisare i virtuosi del blues e del rock. Ed è infatti un ritmo senza tregua, senza respiro, quello che tiene letteralmente attanagliato il lettore alle mutazioni e alle inversioni che questo Uccidi il padre pone costantemente alla sua attenzione. 
Non solo noir arriva da questo bellissimo libro e Dazieri ne usa la trama e gli intrecci molteplici e caleidoscopici per andare oltre, per superare i confini imposti dal romanzo, per approdare a una vera e propria analisi di un quadro fosco che dalla strategia della tensione e, ancor prima, dal confronto dei blocchi partoriti dalla guerra fredda, ancora fa sentire gli effetti delle sue trame occulte nella nostra contemporaneità storica e politica. 
E la bravura dell’Autore dipinge questa estrema e affascinante contaminazione narrativa in cui l’efferatezza di un delitto si trasfigura in scena primaria dalla quale altre efferatezze vengono generate, efferatezze di servizi segreti, di cellule deviate, di rapporti fra ex superpotenze che diventano, una volta caduta la cortina di ferro, lasciapassare sanguinanti per agghiaccianti e affaristiche transazioni, che ormai vedono anche il coinvolgimento di multinazionali globalizzate, dove gli affari hanno sostituito il confronto militare e politico alla luce di quello che, dopo l’ottantanove, sosteneva anche il maestro della spy story le Carré.
Uccidi il padre diviene così strumento letterario che analizza sottoboschi politici, esperimenti militari effettuati sulla pelle di una collettività ignara, complotti alla Cointelpro di ellroyana memoria che prendono le mosse da quella profezia allucinatoria Anni Sessanta alla Timothy Leary che presto divenne oggetto di tragici interessi da parte di agenzie e di organismi occulti e di panamensi Scuole delle Americhe.
Uccidi il padre non è solo un avvincente romanzo, ma anche l’epifania raccapricciante di una storia “sporca” dell’Italia i cui tragici artefici e demiurghi, forse anche in questo stesso istante, stanno tramando nell’ombra i loro esizialii progetti.
(Chi scrive a questo punto si permette una piccolissima nota. Se da questo romanzo se ne traesse un film o una fiction l’interprete ideale per il personaggio di Dante Torre sarebbe Fausto Paravidino).
Un libro.
Uccidi il padre, di Sandrone Dazieri (Mondadori).

venerdì 20 giugno 2014

Anime nere, di Andrea Biondi (Narcissus)

Incroci narrativi e di genere si appalesano al lettore nell’avanzare della trama di questo libro dai legami affascinanti e misterici. Romanzo pulp? Ucronia? Gotico padano? Una Romagna terra di arcane cose, dove l’antico raccontare si fonde col nuovo narrare, fa da sfondo a questo affascinante Anime nere di Andrea Biondi. Immaginate che George A. Romero si imbatta in Richard Matheson, immersi entrambi in un cupissimo scenario in cui è come se il Pupi Avati di La casa dalle finestre che ridono e di Zeder incontrasse il Robert Harris di Fatherland e i personaggi della saga guareschiana si trasmutassero in inquietanti messaggeri che bussano alla porta della residenza del misterioso scrittore del phildickiano The man in the high castle, meglio conosciuto come La svastica sul sole, trasfigurandosi in esseri oscuri dalle immortalità cyborg di una pericolosissima collettività Borg celata nel Quadrante Gamma della galassia. Anime nere non può essere catalogato in nessun genere perché Anime nere è esso stesso il progenitore sanguinante e tenebroso di un nuovo genere narrativo italiano, un genere acido, caleidoscopico, lisergico. Dischi volanti nazisti, valchirie dalle fattezze erotiche e dall’animo luciferino, un’Italia e un’Europa scenario di esperimenti mortali e di esoterismi di un occultismo che va da Madame Blavatsky, attraversando sette segrete adoranti lugubri teosofie, per arrivare a ultime Thule che inondano un mondo di morte con un nuovo ordine mondiale dalle stimmate sataniche e immonde, dove i destini dell'umanità vengono decisi da crociuncinate burocrazie dimoranti in cancellerie dalla claustrofobiche pareti di cemento nate dal delirio architettonico di nuove Berlino alla Albert Speer. Anime nere è romanzo, narrazione, ma anche libro-strumento, forse addirittura entità vivente che, come un Neocronomicon da cui si generano occulte e oscure profezie, ci lancia un messaggio che dobbiamo in qualche modo decifrare per garantire la nostra futura sopravvivenza. C’è una frase di Hunther S. Thompson in Paura e delirio a Las Vegas: ecco come sarebbe il mondo al sabato sera se i nazisti avessero vinto la guerra. Anime nere ci racconta come sarebbe l’eternità se i nazisti (e il nazismo magico) avessero vinto la guerra. Anime nere è un romanzo inquietante e pericoloso come angoscianti e pericolosi solo i grandi romanzi sanno essere. 
Un libro.
Anime nere, di Andrea Biondi (Narcissus).