Notte di nebbia in pianura
IL BLOG DI ANGELO RICCI (parole storie appunti visioni)
domenica 29 novembre 2009
Lavoro già eseguito! Martin Eden e Ferruccio Parazzoli
Poi un giorno ti capita per le mani questo libretto di Ferruccio Parazzoli, con il titolo accattivante. Accattivante perché sai che parla di gente come te, di gente che legge e legge e legge e legge ancora e poi scrive e scrive e scrive e scrive ancora.
Allora scopri che ci sei quasi arrivato vicino e che ti manca giusto tanto così per la perfezione e che ti sembra di poter già urlare come Martin Eden: lavoro già eseguito!
Ma scopri anche che quel tanto così che ti manca può valere un'intera vita e che forse un'intera vita non sarà abbastanza.
E allora leggi e leggi e leggi e leggi ancora e poi scrivi e scrivi e scrivi...
Due libri.
Martin Eden, di Jack London (Einaudi).
Inventare il mondo. Teoria e pratica del racconto, di Ferruccio Parazzoli (Garzanti).
sabato 28 novembre 2009
White noise
Ogni analisi sul nostro tempo, anche la più critica, è forse una componente, magari smaliziata, di questa assuefazione. Come le droghe che assumono i personaggi di Philip Dick. Creatrici dapprima di un universo sintetico, costruito per alleviare, nell'allucinazione, il nostro dolore quotidiano. Nemico mortale poi. Senza appello. Come in Un oscuro scrutare.
La discussione in radio è finita. Rimane un suono costante. Rilassante. Forse.
Rumore bianco.
White noise.
mercoledì 25 novembre 2009
Non c'è più la nebbia di una volta
Certo. D'altra parte è una cena di lavoro. E le cene di lavoro sono fatte per dire e soprattutto per ascoltare. E ascoltare cose così.
Ascolto. Ascolto e guardo la ragazza bionda che lo accompagna. Esile. Carina. Porta i capelli raccolti con la coda di cavallo. Ma di quelle sbarazzine. Quelle che stanno sulla nuca e ballano ogni volta che lei muove appena la testa.
Maria Corti per me era un mito. Non l'ho mai conosciuta. Ma era un mito lo stesso. Per quello che faceva, per quello che insegnava, per quello che scriveva.
Anni fa lessi un suo libro. C'era una ricercatrice, forse una filologa, che andava negli USA e poi, dopo grande fatica, improvvisamente scopriva tutti i segreti della lingua inglese. La ricercatrice doveva essere di mezza età, forse un alter ego della stessa Corti. Ma io me l'ero immaginata bionda. Esile, carina, giovane e bionda. E con i capelli raccolti con la coda di cavallo.
Anche Micol Finzi-Contini me l'ero immaginata così. E poi, quando vidi Dominique Sanda nel film di De Sica, me ne innamorai subito.
La cena di lavoro è finita. Se ne va con la ragazza bionda (la figlia? l'amante?).
-Stasera si arriva a casa subito. Non c'è più il gran nebbione. Non c'è più la nebbia di una volta.-
La nebbia. Più che grigia me l'ero sempre immaginata bionda.
Non c'è più la nebbia di una volta.
Due libri.
Voci dal Nord-Est: taccuino americano, di Maria Corti (Bompiani).
Il giardino dei Finzi-Contini, di Giorgio Bassani (Mondadori).
lunedì 23 novembre 2009
Qui non siamo mica nelle Langhe
Beppe Fenoglio l'ho letto. E l'ho anche riletto. E l'ho quasi imparato a memoria. Perché la sua provincia granda è fatta di violenza e di disperazione. Non è necessario imbracciare lo sten o fare azioni di guerriglia partigiana. La sua è una provincia sempre in guerra. Anche quando la guerra non c'è.
Il Carlén girava vestito come un barbone. Mangiava i rifiuti e di notte dormiva sulla panchina, l'unica, della piazza del paese. Non solo d'estate con l'afa, ma anche d'inverno, con la brina e la nebbia.
I ragazzi lo prendevano per il culo e lui gli bestemmiava contro. Quando litigava con qualcuno, era capace poi di incendiargli il raccolto.
Il Carlén non si è mai lavato. E' morto a ottant'anni e in banca gli hanno trovato un pacco così di milioni.
Altro che provincia granda.
domenica 22 novembre 2009
Vincitori e vinti
Un pomeriggio di novembre. Tra Piemonte e Lombardia.
Ragazzine. Pantaloni a vita bassa e sigarette fra le dita. Parlano e ridono e camminano in quattro, fianco a fianco, sul marciapiede. Non si spostano. Una mamma con la carrozzina deve scartare sotto un portone. Per farle passare. Parlano e ridono. A voce alta.
Quattro ragazzi. Più grandi. Sui vent'anni. Anche loro sul marciapiede. Anche loro non si spostano. La mamma con la carrozzina aspetta. Aspetta sotto al portone che passino anche loro. Per non essere costretta a scendere dal marciapiede.
Sguardi duri. Vissuti. Abiti D&G. Loro come le ragazzine. Anche le ragazzine hanno sguardi duri. Vissuti. Depositari di un orizzonte misterioso. Maria de Filippi ha lavorato bene. Uomini e donne ha ormai fatto proseliti.
Un suv nero. Con i vetri oscurati. Svolta senza freccia e passa veloce sulle strisce pedonali. Una frenata. Breve. Stizzita. Riparte suonando il clacson. Sulle strisce pedonali ci sono due mamme. Una è quella di prima, l'altra indossa il chador. Guadagnano l'altro lato della strada e se ne vanno. Il suv riparte. Sgommata di rito.
Due magrebini sono seduti su una panchina. Guardano lontano e parlottano tra di loro. Di fronte alle strisce una pattuglia di vigili urbani. Anfibi neri, beretta automatica e sfollagente.
Le mamme sono lontane. Quella italiana e quella con il chador.
Una cittadina. Persa nella terra tra i tre fiumi.
Un pomeriggio di novembre. Tra Piemonte e Lombardia.
giovedì 19 novembre 2009
Quanti sorsi ci vogliono per vuotare un bicchiere di vino?
Il tramonto del sole trasformava lentamente in giallo il verde chiaro delle colline.
-Fa caldo. Quest'anno a vendemmiare si comincia presto e sarà un'annata ottima.-
Prese la bottiglia. Con calma. Soffiò via piano piano dal vetro scuro il sottile velo di polvere, quasi con amore. Come se avesse avuto tra le mani un neonato.
Si sedette adagio. Si tolse il panama, se lo appoggiò in grembo e allungò le gambe stanche. Le giunture, scricchiolando, gli fecero male.
-E' da troppo tempo che sono qui. Sono troppi anni ormai.-
La Napa Valley si apriva davanti ai suoi occhi stanchi.
Quanti sorsi ci vogliono per vuotare un bicchiere di vino?
Sospirò a lungo. L'aria sapeva di terra. Sapeva di estate finita e di tiepido autunno.
Prese un bicchiere di vetro spesso. Un bicchiere da osteria. Niente calici. Niente vetri sottili da enologo. Gli enologi lui li pagava. E li pagava bene. Da sempre.
-Ma il pinot nero e il cabernet vengono così buoni per la vite, per la terra, per il sole. Mica per le chiacchiere dei tecnici.-
Tolse il tappo con pochi gesti familiari e ne annusò il sughero. Lentamente. Con passione. Come se stesse apprezzando il profumo di una donna.
Riempì il bicchiere fino all'orlo, lo appoggiò con calma sul tavolo e si sistemò per bene sulla sedia.
La luce del tramonto attraversava il rosso del vino, accendendolo come una notte d'agosto.
Quanti sorsi ci vogliono per vuotare un bicchiere di vino?
Alzò il braccio con solennità e mostrò il frutto della sua terra al sole del tardo pomeriggio. Poi portò il bicchiere alle labbra e cominciò lentamente ad assaporare.
Il primo sorso lo dedicò a suo padre.
Ellis Island. Un bastimento sudicio per il vomito del mal di mare.
Un uomo orgoglioso, di poche parole, che teneva per mano un bambino pieno di paura.
Quasi settant'anni prima.
Il secondo sorso lo dedicò a sua madre.
Una donna piena di amore, piegata dalla fatica, che aveva lasciato le lacrime al suo paese, in Piemonte.
Il terzo sorso lo dedicò ai suoi figli.
Il maschio, ingegnere al Caltech. La femmina, medico a San Francisco.
Il quarto sorso lo dedicò a sua moglie.
Il suo profumo era come quello del vino. E adesso, era accanto alle viti che riposava. E presto, molto presto, anche lui sarebbe andato a riposare accanto a lei. E un giorno, proprio accanto all'ombra delle viti, si sarebbero risvegliati insieme.
Si alzò adagio, con fatica. Si rimise in testa il panama, prese il bastone e cominciò a camminare piano.
La corona delle colline in lontananza lo accoglieva come una madre.
Al limitare della sua casa scorreva un piccolo torrente che, qualche chilometro dopo, finiva nel Napa River.
Arrivò con fatica fin lì. Alzò il bicchiere e lentamente iniziò a vuotarlo, versando il rosso vivo del vino rimasto, nell'azzurro tranquillo dell'acqua.
Da lì, accompagnato dalla corrente, sarebbe arrivato fino all'Oceano Pacifico. E dall'Oceano Pacifico, piano piano, sarebbe arrivato fino alle coste dell'Italia.
Così la sua terra, la terra di suo padre e di sua madre, avrebbe finalmente saputo dov'era finito quel bambino pieno di paura.
martedì 17 novembre 2009
Il mare a quadretti
Dalle mie parti il mare non c'è. Ci sono tre fiumi. E le risaie. Ma quello è un altro mare. E' un mare a quadretti. Ed è un mare che si vede solo ad aprile e a maggio.
Però Ivano Fossati ha scritto: "Fin da Pavia si pensa al mare/fin da Alessandria si sente il mare."
Ivano Fossati ha ragione.
lunedì 16 novembre 2009
Casual blogger
Come, d'altra parte, è affascinante quella definizione che sta scritta sulla home di posterous (ultima conquista della ridondanza del nostro egotismo): CASUAL BLOGGER. Mi ci ritrovo completamente. Non so perché ma il termine casual mi riporta alla fine degli anni Settanta, a Fiorucci, a "chi mi ama mi segua" stampato sulle deliziose natiche di una provocante fanciulla, fasciate da un paio di jeans (Wampum? Jesus? o Fiorucci, ancora lui?). Nel pieno di un solipsistico delirio duepuntozero mi posto questa roba nel cuore della notte e la posto via mail, proprio tramite posterous e da posterous finirà nel mio tumblr e poi la riprenderò, con qualche aggiustamento, nel mio blog, cosa che faccio ora, in una negazione totale e consapevole dello spazio tempo. Così, tanto per provare. Così, alla casual blogger. Postare via mail. E' un po' come un matrimonio per procura o per telefono, come vige in alcuni paesi di diritto islamico (o almeno così vuole, forse, un'ennesima leggenda metropolitana). Postare via mail. Tributo estremo alla logorrea infinita che nella notte cerca un argine. Tempo fa, su tumblr, qualcuno dichiarava di osservare "l'umanità insonne della dashboard". Ecco, tutto questo nei Settanta (e non me ne voglia Simone Sarasso) non succedeva. Forse non possiamo nemmeno più permetterci il lusso di dire "chi mi ama mi segua", nemmeno se sta scritto sul grazioso sedere di una bella ragazza che comunque, altezzosamente incurante, ci volterebbe pur sempre le spalle.
Un libro.
Quelli di Philip K. Dick (tutti).
Un film.
Un poliziottesco anni Settanta (uno qualsiasi).
domenica 15 novembre 2009
Romagna mia
Mi ricordo una città. Di plastica. Forse era Riccione. Ma non so. Non sono più sicuro.
Il mare era senza colore e girava poca gente. Le nubi erano di un rossiccio smorto e la sabbia della spiaggia sembrava grigia. Tutta la città sembrava grigia.
Tutti i colori, delle facce, delle case, dei pensieri, erano quelli lì.
Mi viene in mente un teppistello. Con la faccia del bambino, ma del bambino che tortura i gatti e poi, senza emozione, spiega agli amici il perché. E lo trova anche, il perché. E gli amici lo stanno ad ascoltare. Perché chi comanda è lui.
Mi vengono in mente pomeriggi senza il giallo del sole, nella sala fredda ed enorme di un ristorante semideserto e senz'anima, costruito lì, sulle fondamenta, come per caso. Ma per un caso sbagliato.
Mi viene in mente la faccia sfatta di chi si riunisce e si diverte per forza, ma poi non è nemmeno capace di odiare. E sa solo piangere. Per la rabbia del suo fallimento irreversibile.
Mi viene in mente un nome: Molecola.
Mi viene in mente un avvocato fallito. C'è sempre un avvocato fallito. Anch'io, quando scrivo, metto sempre, da qualche parte, il personaggio di un avvocato fallito. Chissà perché.
Un libro.
Snack Bar Budapest, di Marco Lodoli e Silvia Bre (Einaudi).
Un film.
Abissinia, di Francesco Ranieri Martinotti.
venerdì 13 novembre 2009
Piero Scaruffi, il musico e il freak
Piero Scaruffi non è un critico musicale. Non è un giornalista che cerca la rockstar del momento. Piero Scaruffi è un navigante dell'underground. Non nel senso dell'ambiente anticonformista (spesso venato di conformismo e guidato delle sapienti mani del business discografico) che si fa bello di questa definizione. Scaruffi è un navigante e un esploratore del suo e del nostro underground. Di quello delle nostre anime.
Spietato con i mostri sacri. La sua quasi stroncatura dei Fab Four ha qualcosa di letterariamente immaginifico. La sua valutazione degli Stones e dei Ramones è la stessa che farebbe un mercante di cavalli ad una fiera quando, con disincantata esperienza, si attarda a guardare la dentatura degli animali per capirne quanto di artefatto ci sia in loro.
Un amore profondo (e un altrettanto profondo odio) lo lega a Zappa che alternativamente idolatra o distrugge.
Una passione infinita per il particolare maniacale. La rivalutazione di strumenti atavici delle origini della musica americana, come la washboard. La sua predilezione per esperienze inquetanti e singolari, come quella dei Residents. Il suo attardarsi nell'esaminare, con l'occhio scientifico dell'anatomopatologo, fenomeni produttori di stupefazione, come i Throbbing Gristle e la loro cantante Cosey Fanni Tutti, autentica icona di ispirazione warholiana, in bilico tra musica e porno. Il suo porsi con sufficienza di fronte ai Sex Pistols del tenutario di boutique Malcolm McLaren e dei suoi sodali Johnny "Rotten" Lyndon e Sid Beverly detto Vicious, lo renderebbe ad honorem coautore, con Julien Temple, de La grande truffa del Rock'n'Roll.
Il suo soffermarsi su fenomeni come i Tragic Mulatto o Jello Biafra gli fa alla fine affermare, quasi inconsapevolmente, che tutto comunque è in qualche modo debitore del punk. Come affascinante è la sua altrettanto inconsapevole e quasi paterna pietas per Lydia Lunch, poetessa, cantante, nichilista che lui definisce, con tenerezza priva di ogni acrimonia, "lamentosa".
Piero Scaruffi ha scritto e scrive di musica. A noi il compito di leggerlo sempre.
Due libri.
Storia del rock, di Piero Scaruffi (Arcana Editrice).
Blues, Jazz, Rock, Pop. Il Novecento americano, di Ernesto Assante e Gino Castaldo (Einaudi).
giovedì 12 novembre 2009
Essere Roberto Saviano
E' difficile pensare a Roberto Saviano. E' difficile parlare di Roberto Saviano.
Perché è necessario parlare del Roberto Saviano che scrive. Del Roberto Saviano che, come tutti noi, usa la parola e attinge dall'esperienza della condivisione della e nella letteratura.
E' necessario andare oltre gli schematismi. E' necessario andare oltre la definizione, peraltro lusinghiera, ma pur sempre tecnicistica, che di lui viene fatta da Wu Ming in New Italian Epic (Einaudi Stile Libero).
Certamente è affascinante e condivisibile definirlo "oggetto letterario non identificato". E lo è, forse inevitabilmente.
Certo, si può non essere completamente d'accordo con la sua citazione di Ken Saro-Wiwa, relativamente al fatto che lo scrittore deve avere un ruolo attivo e non aspettare il tempo in cui si realizzino le sue fantasie.
Ma credo si debba andare oltre.
Questa sera l'ho seguito su raitre. E l'ho ascoltato. Al di là di tutto. Al di là del mio essere d'accordo o meno con lui. Al di là delle definizioni letterarie e delle citazioni.
E l'ho ascoltato parlare di coloro i quali si sono immolati, anche loro malgrado, anche senza avere per nulla la vocazione al martirio, per l'amore della parola. Della parola e della letteratura. L'ho ascoltato parlare di coloro i quali hanno usato la parola come unica arma a loro disposizione.
Non voglio tirare in ballo definizioni come democrazia o libertà. Voglio solo dire che ho ascoltato Roberto Saviano.
In lui ho visto un poeta. E i poeti dicono la verità. Al di là di tutto e di tutti.
Grazie Roberto.
mercoledì 11 novembre 2009
Narrare il territorio
Ne avevo brevemente accennato in un'altra sede e ora ne approfitto per approfondire.
Il roman du terroir rappresenta una forma di espressione narrativa, nata nel mondo francofono, che prende le mosse dal territorio. Ma ha un senso narrare il territorio? E soprattutto ha un senso essere narratori del territorio?
Narrare il territorio, raccontare il territorio non può e non deve essere una rappresentazione solo agiografica, simile ad una guida turistica. Narrare il territorio, essere narratori del territorio ha un senso se l'intendimento è quello di partire dalle proprie radici per raccontarne i sentimenti (di amore, ma anche perché no, di odio) che da quelle radici inevitabilmente sgorgano.
Narrare il territorio, raccontare il territorio non può e non deve essere una diafana descrizione di baluardi indifendibili, apparentemente fermi, in un divenire storico da sempre in movimento.
Narrare il territorio, raccontare il territorio ha un senso solo se questa narrazione si libera da un malinteso senso dell'immobilismo memorialistico, per aprirsi alle contaminazioni: letterarie, di stile, di narrazione, di vita.
Solo così il narratore del territorio saprà sentire (e far sentire) il sapore, l'odore, l'aroma di quella zona di confine che è poi il territorio dell'uomo.
Un premio letterario: Tracce di Territorio.
Un libro: Narratori delle pianure di Gianni Celati (Feltrinelli).
Un dvd: Mondovino di Jonathan Nossiter (Feltrinelli).
martedì 10 novembre 2009
Il libro e la nemesi
Un libro che parla di libri. Un libro che parla di Borges. Borges stesso avrebbe approvato.
Alberto Manguel, nel suo Con Borges ci racconta come per il grande argentino:"...il nocciolo della realtà stava nei libri, scrivere libri, parlare di libri. In maniera viscerale, era consapevole di continuare un dialogo iniziato migliaia di anni fa e che credeva non sarebbe mai finito."
Borges che, ormai cieco, sente il libro con il tatto. Il tatto, un senso materiale, quasi bestiale, soccorre il poeta ormai privo dell'uso del senso divino della vista.
Racconta Manguel l'arrivo del postino che porta un grande pacco. Il pacco contiene un'edizione di lusso del racconto borgesiano Il congresso del mondo. Edizione curata da Franco Maria Ricci, "un volume enorme, rilegato in seta nera e racchiuso in un astuccio pure di seta nera, con impressioni in oro stampato su carta a mano azzurra di Fabriano; le illustrazioni (pitture tantriche ) erano incollate a mano e ogni esemplare numerato."
Borges se lo fa descrivere, apprezza il libro con la mano, con la ricerca tattile che lo soccorre nella perdita (orribile per uno scrittore) della vista.
Poi, definitivo, dice: "Ma non sembra un libro, è una scatola di cioccolatini".
Leonardo Sciascia si accomuna a Borges con uno scrivere tagliente e sottile.
Come una lama.
In A ciascuno il suo, il professor Laurana, nella sua ricerca di una soluzione, di una risposta a ciò che di terribile la sua terra nasconde, si reca in visita dal vecchio professor Roscio, il cui figlio è scomparso in un agguato mafioso.
Così Sciascia: "Il vecchio professor Roscio, la cui fama di oculista ancora durava nella Sicilia occidentale e anzi già volgeva nel mito, da circa vent'anni aveva lasciato la cattedra e la professione. Più che novantanne, per ironia della sorte o perché meglio si inverasse nel mito di uomo che aveva sfidato la natura ridando ai ciechi la vista e dalla natura nella vista era stato colpito, era afflitto da una quasi totale cecità..."
Anche Sciascia rimane affascinato da questa nemesi della natura che forse ha punito Borges per la sua costruzione di una biblioteca di Babele, così simile, nell'orgoglio umano, alla torre di Babele che sfida Dio.
La vita reale del poeta argentino si confonde con la narrazione dello scrittore siciliano, in una confusione e contaminazione di tempi e di storie, di realtà e di irrealtà.
Due libri.
Con Borges, di Alberto Manguel, Adelphi.
A ciascuno il suo, di Leonardo Sciascia, Einaudi (un tempo), Adelphi (oggi).
giovedì 5 novembre 2009
Io, se lo incontrassi, Tullio Pironti lo ringrazierei
Forse non c'entra nulla con quello che voglio dire, ma personalmente non sopporto i gruppi elitari. Non sopporto i gruppi chiusi che se la cantano e che se la suonano. E Dio solo sa quanti ce ne siano, specialmente fra chi bazzica libri, scrittori, editori ed il variegato e rutilante mondo dell'editoria. Non parlo solo dell' istituzione, parlo anche di chi fa dell'anticonformismo una bandiera al punto da creare un bel conformismo dell'anticonformismo.
Tempo fa, quando giravo ancora con i miei manoscritti sotto il braccio, un editore che passa per anticonformista, attento alle tematiche dei ggiòvani, attento a promuovere tutto ciò che di tondelliano gli passava sotto il naso, mi disse "la tua scrittura è efficace, ma i tuoi scritti non hanno superato l'esame del mio desk di giovani".
Ora, è passato un sacco di tempo, ma io sto ancora qui a chiedermi che cosa diavolo sia un desk di giovani.
Comunque, dicevo, tutti abbiamo avuto un inizio. Anche questo che ho raccontato forse è stato un inizio.
Ma per me la vita e la parola scritta spesso si confondono e quindi il mio inizio vero è più legato a questa contaminazione di vita e di parola scritta.
Non so perché ma un giorno (all'inizio, forse, di questa contaminazione) scoprii un certo tipo di letteratura americana. E scoprii Don DeLillo.
Mi piace DeLillo. Mi piace il suo voyeurismo controllato. Mi piacciono la sua scrittura, il suo stile, il suo starsene da parte mentre con la parola scardina ogni consuetudine.
Io DeLillo l'ho scoperto grazie a Tullio Pironti, che fu il primo a pubblicarlo e a farlo conoscere in Italia.
Tullio Pironti è un editore che ha sempre cantato fuori dal coro. Per questo mi piace.
Io Tullio Pironti non l'ho mai conosciuto, ma se lo incontrassi, lo ringrazierei.
Un libro: Libri e cazzotti di Tullio Pironti (Tullio Pironti Editore).
Un autore: Don DeLillo (i suoi libri, ovviamente, tutti).
martedì 3 novembre 2009
Davanti il Monterosa, a sinistra il Monferrato
Sembra di poterla toccare con la mano e invece è lontanissima. E si rimane soli, nella pianura, a guardarla come un miraggio.
Tutti nella pianura hanno, prima o poi, visto il Monterosa. E, quando lo vedi, sei contento.
Nel biennio 1943/45 la Repubblica di Salò costituì una divisione alpina. Doveva combattere contro gli Alleati, ma finì a combattere i partigiani. Si chiamava divisione Monterosa.
Leggo Laura Bosio, Le stagioni dell'acqua: "Ogni tanto arrivavano dei disertori, fascisti allo sbando, e la sera facevano lunghe chiacchierate nelle stalle, l'unico posto caldo, con i partigiani e i figli dei contadini che erano stati obbligati ad arruolarsi nella Monterosa (la montagna dei loro orizzonti era diventata una divisione militare)..."
Il Monterosa sta davanti alla pianura. Il Monferrato è a sinistra.
Mi piace leggere quello che scrive Carlin Petrini, il fondatore di Slow Food. Sono sempre d'accordo con quello che scrive e con quello che dice. Lui è di Bra, nelle Langhe.
Un giorno scrive un libro, Slow Food Revolution: "Quattro notti e quattro giorni di festa pagana, un Canté i'euv memorabile, con 67 esibizioni e 117 musicisti impegnati, migliaia di persone coinvolte, teatri e piazze strapiene."
Enzo Bianchi è il il fondatore e il priore della Comunità Monastica di Bose. Lui sì che è del Monferrato.
Anche lui scrive libri. Fra gli altri, Il pane di ieri: "Ma ho memoria anche di un altro "rito" della mia giovinezza...che mi incuteva tristezza e apprensione:...alcuni passavano in gruppo per le strade e le cascine a canté i'euv, a "cantar le uova". L'amico Carlin Petrini recentemente ha voluto ricordare e rinnovare quest'usanza, dipingendola come un bel momento di festa condivisa, ma io ne conservo un ricordo molto triste:...quelli che cantavano le uova erano sovente ubriachi,...e a volte incutevano paura per i metodi spicci...Sì, non per tutti sono buone le stesse cose..."
Davanti il Monterosa, a sinistra il Monferrato. Per ognuno di noi qualche paesaggio, qualche orizzonte pieno di gioia è alla fine diventato una divisione militare.
Tre libri: Le stagioni dell'acqua (Longanesi) di Laura Bosio, Slow Food Revolution (Rizzoli) di Carlo Petrini, Il pane di ieri (Einaudi) di Enzo Bianchi.
venerdì 30 ottobre 2009
Dirty Harry e il disprezzo
Una zoomata lenta e poi via via più veloce, ci porta ai bordi di una piscina assolata, in cima ad un palazzo. Un colpo di fucile e la bella ragazza che sta nuotando si ferma lentamente. Nel rosso cupo del suo sangue. Ispettore Callaghan, il caso Scorpio è tuo è già completo in questa scena. Don Siegel sapeva il fatto suo.
E lo sapeva anche nel riprendere il sole a picco sulla piccola banca rapinata di Chi ucciderà Charlie Varrik. Ed è lo stesso sole delle prime scene di Getaway! di Sam Peckinpah.
Il sole. Quel sole. Luminoso, senza ombre, quasi di ghiaccio.
Lo ritrovo addirittura in una scena girata al tramonto, in Detective’s Story di Jack Smight, con Paul Newman nei panni meravigliosamente hard boiled di Lew Archer.
Ma è lo stesso sole che Blake Edwards riprende nelle sue commedie: S.O.B. e Skin deep.
Un sole che crea una gabbia. Un sole che ha il potere di fermare il tempo. Un sole che non trasmette gioia. Un sole che produce una tranquilla tristezza.
Lo ricordo in tutte le scene esterne della serie Cannon, un mito dei Settanta.
È il sole che domina la villa di Willard White, in Agente 007-Una cascata di diamanti.
È il sole che ricordo in una fotografia di una rivista che persi molti anni fa. Ne ho già parlato qui.
Qualche tempo fa lessi un bellissimo saggio di Valerio Evangelisti, Alla periferia di Alphaville-Interventi sulla paraletteratura.
In quel libro ritrovai quasi tutti gli spunti che mi avevano affascinato in quella famosa rivista. Il titolo del libro rimandava ad un film di Godard (lo stesso regista de Il disprezzo). Tra i capitoli del libro ce n’era uno che illustrava il caso del serial killer che aveva ispirato Don Siegel per il suo film sul caso Scorpio.
Quando iniziai a leggere quel libro era una giornata di sole.
mercoledì 28 ottobre 2009
L'importanza del titolo
Mi piace molto Carver, ma i suoi racconti non hanno buoni titoli. Troppo riduttivi, spiegano troppo poco, quando potrebbero dire (e dare) al lettore molto di più.
(Apro una parentesi. Per me Carver non è lo zio o il fratello maggiore di Bret Easton Ellis o di Jay McInerney, ma più semplicemente il cugino leggermente più stronzo di Bukowsky).
Pensate a un titolo come Scene di caccia in bassa Baviera, il film di Peter Fleischmann. In quel titolo c'è già tutta l'abitudine ordinaria alla violenza nei rapporti sociali, e in modo definitivo.
Oppure pensiamo all'apparentemente asettico Foto di gruppo con signora, di Heinrich Boll, che nasconde tutto ciò con cui la Germania postbellica ha tentato di venire a patti.
Anni fa mi pare premiarono come miglior titolo per un romanzo di fantascienza Camminavano come noi, di Clifford D. Simak.
In quelle tre parole è semplicemente nascosto tutto l'orrore del mondo.
Un racconto: Cattedrale, di Raymond Carver
Un romanzo: Riscatto, di Jay McInerney
Come si cambia
Una cantante: Fiorella Mannoia
Una canzone: Come si cambia
sabato 24 ottobre 2009
Pesca alle rane
Un pomeriggio schiacciato dall'afa estiva, un paio di anni fa, mi trovavo a prendere un caffé nel bar-tabaccheria-trattoria-edicola di un paesino delle mie parti. Un paesino di quaranta anime (anime nel senso di Gogol e non di manga). Un paesino che ha pure una frazione, che di anime ne fa quindici.
Il proprietario era al telefono: -Per stasera, che ho gente. Mi raccomando. Sì, sì, va bene per quelle che vengono dalla Thailandia. E non troppo grosse, se no sembrano rospi e il cliente poi se ne accorge e poi non me le mangia."
Dalle mie parti, una volta, si andava a rane.
Due libri: Pesca alla trota in America, di Richard Brautigan. La filosofia della pesca alla rana, di Sandro Soleri.
lunedì 19 ottobre 2009
Ombelico noir (o post noir)
Ma riprendo da dove avevo lasciato i miei appunti.
Negli anni Settanta si è sempre detto che gli autori italiani erano negati per la letteratura di genere. Il motivo era che la presenza ingombrante (?) di Manzoni aveva trasformato la letteratura italiana in uno stone garden di suoi epigoni, con tutti gli annessi e connessi relativi alla forbice letteratura alta (con gli autori intenti a scrivere contemplando il proprio ombelico) e letteratura altra (giallo, noir, fantascienza, rigorosamente relegati in edicola).
Poi è accaduto quello che è accaduto e tutti hanno cominciato a scrivere polizieschi, gialli, noir e chi più ne ha più ne metta (Gianni Biondillo paventa ormai il giallista della porta accanto).
Ora, scrivere contemplandosi l'ombelico non è di per sé un delitto e lo stile di scrittura noir (ma quello vero, quello di Izzo, quello di Manchette, che hanno avuto anche una vita noir) permette una capacità di rappresentazione molto forte della contemporaneità (mi riferisco alla contemporaneità italiana).
Ne parlavo il 27 Settembre a Parole nel Tempo con Donato Dallavalle (Il letto di formiche-Excelsior 1881). E come gli ho anticipato allora, lancio qui la mia personalissima sfida: scriviamo pure contemplandoci l'ombelico, anzi continuiamo a farlo (per descrivere un sentimento non è necessario ricorrere ad investigatori e poliziotti), ma proviamo a farlo (e forse lo stiamo già facendo) usando gli stilemi del noir (per avere una vita noir c'è sempre tempo).
Un autore: Attilio Veraldi.
Due libri (suoi): La mazzetta e Uomo di conseguenza.
Flaubert e Matrix
Ho letto per metà della mia vita come un bambino e poi come un superbo. Ma per imparare a scrivere devi, per forza di cose, leggere per imparare. Per imparare lo stile; per imparare il ritmo; per imparare, perché no, i trucchi del mestiere.
Nel tempo ho scoperto, quasi con orrore, che questo processo presenta i segni dell'irreversibilità. Dal momento in cui inizi a leggere per imparare a scrivere non sei più in grado di leggere per divertirti. Tantomeno per vivere.
In Matrix il personaggio di Cypher (il traditore; c'è sempre un traditore; forse anch'io lo sono) passa il tempo ad osservare la matrice non nella sua forma di rappresentazione, seppur artefatta, della vita, ma nella sua struttura originaria di incessante produzione di codice binario. E lo fa perché ormai è abituato e sa che ogni rappresentazione della matrice non riuscirebbe comunque a strapparlo dalla sua disillusa stanchezza.
Forse siamo tutti nella matrice.
Un film: Matrix.
Un libro: Auto da fé, di Elias Canetti.
sabato 17 ottobre 2009
Una pianura di Pupi
E la pianura che sta alle spalle di Eraldo Baldini (letteralmente alle spalle, perché lui abita vicino a Ravenna, tra la pianura e il mare) ha veramente una memoria lunga. Una memoria che scorre lungo tutto il fluire del Po, attraversando quel luogo letterario immenso (nel bene e nel male) che è la Pianura Padana.
La pianura la racconti (o meglio, "si fa raccontare") in tanti modi. Ma quello che più le si addice è un modo, oserei dire, quasi cialtronesco.
Sarà per l'afa d'estate o per la nebbia d'inverno, non so, nella pianura l'orrore e la cialtronaggine si mischiano e si raccontano a vicenda. Il bauscia, lo sborone, il cumenda e il cacciaballe vanno a braccetto con spettri e zombies.
Tre film. La Mazurka del Barone, della Santa e del Fico Fiorone. La casa delle finestre che ridono. Tutti defunti...tranne i morti.
(E forse un quarto. Zeder).
Tutti di Pupi Avati.
giovedì 15 ottobre 2009
Il fascino perverso del collaborazionista
I personaggi, prima di entrare in una storia, devono cominciare a parlarmi. Devono cominciare a farmi capire cosa vogliono dire e cosa vogliono fare. Alcuni cominciano ora a manifestarsi. L'inizio di una nuova storia. Forse.
Il nostro immaginario non è più solo di parole. E' anche di azioni filmiche che si sono sedimentate nella nostra memoria.
Due film: Cognome e nome: Lacombe Lucien, di Louis Malle e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri.
Immagini, parole, storie. Forse.
martedì 13 ottobre 2009
Il nemico
La mia terra. Una volta la amavo. Oggi la sopporto. Certo che ne scrivo. Non posso fare altro. E' una coazione a ripetere che trascina ogni storia che invento, finché, in qualche modo, brandelli di quella storia si attaccano alla mia terra.
E allora, ne scrivo.
Mi piace il freddo. Mi piace l'inverno. Mi piacciono la nebbia, la neve, la pioggia.
Ma niente mi da il senso di un'angoscia tranquilla (seppure ineluttabile) come immaginare un primo pomeriggio pesante di afa, in un giorno estivo. Con il pulsare del gracidio delle rane che accompagna il battito del cuore. Con il sudore caldo e appiccicoso che cerca un armistizio nel fresco opaco di una chiesetta di campagna.
La bicicletta appoggiata all'erba alta di un fosso. Il silenzio spettrale spaccato dall'abbaiare di un cane alla catena, magari a un paio di chilometri da lì.
Soltanto allora capisci di essere solo.
Soltanto allora capisci che potrebbe esserci qualcun altro.
Soltanto allora capisci che quell'altro potrebbe essere un nemico.
domenica 11 ottobre 2009
Malaparte Borges
Si insinua nei miei ricordi la Biblioteca di Babele, pubblicata da Franco Maria Ricci e poi passata agli Oscar Mondadori e ormai introvabile. Summa degli incontri tra la parola e il grande argentino. Ho davanti agli occhi L'antologia della letteratura fantastica, con Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo.
Borges!
Un suo racconto. Descrive il dialogo fra un uomo (Borges? Un'altro uomo? Un suo doppio? Un altro Borges? Un doppelganger di Borges stesso?) e un personaggio di idee filonaziste. L'io narrante scopre, tra le pieghe del discorso propagandistico e affascinato di costui, una sottile ombra di terrore. Quasi che il male, da lui seguito con così tanta enfasi, alla fine e nonostante tutto, lo sconvolga.
Non ricordo che racconto sia, né in quale opera di Borges si nasconda. Io stesso ho seguito per vent'anni un racconto, prima di scoprirne l'autore. Ne ho già parlato qui. Lascio ad altri il sottile gioco della scoperta. Borges mi approverebbe.
Ero prevenuto nei confronti di Curzio Malaparte. Un atteggiamento di vita troppo blasé, troppo guascone. Ma i libri sono sempre migliori di chi li scrive.
Leggo Kaputt. E ritrovo un uomo che si confronta coraggiosamente con il male. Che si confronta coraggiosamente con la banalità del male.
E ne esce nauseato.
sabato 10 ottobre 2009
Parole sui tempi di Parole nel Tempo
Ermanno Cavazzoni, tempo fa, in un'intervista disse che lui non andava mai né ai premi letterari né alle presentazioni perché, in fin dei conti, lì non si parla mai di libri, ma si aspetta semmai un qualche miracolo dagli scrittori, neanche fossero madonne pellegrine.
Mantova cannibalizza ormai gli altri appuntamenti? A Mantova ci sono troppi autori stranieri? A Mantova (e anche in qualche altro posto) si va a vedere in massa Nadine Gordimer e Luis Sepùlveda ma poi, se ne leggono i libri?
Credo che Mantova sia un faro al quale tutti dobbiamo guardare, non dimenticando però che un solo faro può abbagliare, mentre tante luci rischiarano il buio.
A Belgioioso un coraggioso gruppo di scrittori ha parlato dei propri libri. Con passione. Con gioia. Oserei dire con amore.
Senza passaggi televisivi alle spalle. Senza comparsate mediatiche. Senza operazioni a tavolino, create ad arte da uffici stampa.
Si è parlato solo e soltanto di libri. Senza miracoli né madonne pellegrine. E se ne è parlato con coraggio e passione. Con il coraggio e la passione di chi sa che il libro è più importante dell'autore.
Gloria Ghioni parla dell'ultima edizione di Parole nel Tempo su CriticaLetteraria. Credo che sia un'analisi sulla quale si possa cominciare a riflettere.
mercoledì 7 ottobre 2009
Visioni
Ne nasce una sorta di rapporto biunivoco dove le anime dei paesaggi diventano lentamente paesaggi di anime.
Ne sorgono visioni che si perdono (o forse si uniscono) nella circolarità del tempo e che si contaminano nella e della molteplicità dei mezzi che si utilizzano per descriverle.
La parola, la musica, il cinema si fondono in questi paesaggi nello stesso istante in cui li descrivono, relativizzando la stessa dimensione temporale.
"I sogni nel cassetto", film di Renato Castellani. L'ho rivisto per l'ennesima volta. Pur nella lontananza del tempo, questo film degli anni '50 rende eterno un luogo. La mia città universitaria degli anni '80 (la stessa che fa da sfondo al film) era ancora uguale.
Trent'anni dopo.
lunedì 28 settembre 2009
"Notte di nebbia in pianura" recensito da MilanoNera

La nebbia “ti piace perchè ci sei nato dentro, la respiri, la modelli con il fiato” e la nebbia fa da cornice e da contenitore alle vite dei personaggi del romanzo d’esordio di Angelo Ricci. Avvocato di professione e scrittore per passione, Ricci non si distacca dai paesaggi a lui familiari e dalle atmosfere suggestive ed evocative della Lomellina, ed ambienta il suo romanzo in quel territorio in cui la nebbia, nonostante tutto “ti piace e fa la differenza”.
Il romanzo è a più voci, tanti personaggi apparentemente autonomi, finiscono per essere accomunati dallo stesso destino tragico o triste. Uomini e donne, consumano i loro drammi quotidiani, le loro solitudini ed incomprensioni, ambizioni e sogni, proprio in una notte di nebbia fitta e umida che annuncia l’imminente Natale.
Nel grigiore ovattato della nebbia, si distinguono però i colori: il giallo del capannone da dove un giovane imbonitore presenta la sua televendita, il verde delle foglie della pianta dell’ospedale dove muore la madre del giovane obeso e disadattato, il nero ed il blu scuro delle auto di lusso di giovani arricchiti e senza scrupoli, il nocciola e l’azzurro degli occhi spaesati delle loro donne dell’Est, il blu, il fucsia ed il grigio delle felpa dell’inconsapevole compagna italiana di un terrorista arabo. Su questo scenario di vita ordinaria si alza la voce dissacrante di Sticazzi, giovane balordo che con un amico vaga per la notte vomitando volgarità e rancori.
Quante cose succedono in una notte! Una notte di nebbia che, sembra attutire i rumori e nascondere le verità, ma che custodisce, invece, brandelli di vite difficili e tormentate.
L’arresto di Anna fa notizia, ma è solo giovane madre impaurita che non vuole accettare di aver raggiunto una normalità irregolare e che, come vittima di un torpore interiore, si estrania dal mondo e in stato di trance sente solo il calore della felpa che la lega al suo uomo. La solitudine del giovane orfano, si accentua durante la notte, quando a letto rivive con flashback angoscianti la sua infanzia e il suo rapporto con la madre forse troppo presente e opprimente e morta da poco.
La ripetitività di gesti e parole e l’ipocrisia di un uomo che cerca di vendere robaccia e di convincere soprattutto se stesso delle sue scelte. Giusta la giacca, le scarpe, il tono di voce o le luci ma sarà giusto il suo lavoro, è quello il suo obiettivo? Vuoti e senza principi i giovani imprenditori si giocano a carte il futuro e pianificano strategie per salvaguardare il loro patrimonio sotto gli sguardi rassegnati di Alessia e Svetlana, immigrate in cerca di fortuna che si vestono alla moda ma percepiscono la vacuità e la superficialità di quel tipo di vita. Insomma, tante storie che si intrecciano in una notte di nebbia.
Le parole ripetute, i concetti espressi più volte dall’autore evidenziano ed esprimono il tormento interiore che si impadronisce dei personaggi, vittime di legami fortemente recisi o mai consolidati o dello stesso destino, su tutti incombe la nebbia!
Cristina Marra
martedì 15 settembre 2009
"Notte di nebbia in pianura" e Parole Nel Tempo
sabato 12 settembre 2009
Uomini fatti di libri
Libri fatti di uomini e uomini fatti di libri, come il Peter Kien di Elia Canetti in Auto da fè, l’uomo appunto fatto di libri. Il sinologo di fama mondiale che vive barricato fra i suoi testi di studio che conosce meglio della vita stessa. Anzi i suoi libri sono la vita stessa.
Peter Kien verrà distrutto dalla sua governante, Therese Krummholtz; Daniel Quinn verrà distrutto da se stesso (o forse non è lui ma il suo personaggio a distruggersi?).
Ancora una volta vedo il sorriso sornione di Jorge Luis Borges.
giovedì 10 settembre 2009
Come un chicco di riso (racconto pubblicato da "La Provincia Pavese")
La tazzina è bollente.
-Roberto, che rispondi a Ramona?-
La lascia andare di colpo e una goccia di caffè finisce sul metallo del bancone.
-Luna? Tu che fai?-
La conduttrice bionda sta appollaiata sugli scalini dello studio. Pantaloni di pelle e tacco dodici. Sulla faccia una smorfia di attesa, mista a studiato disgusto. Lo schermo al plasma rimanda sfondi azzurrini. Appeso a due metri d’altezza.
-Secondo me si sbaglia. Lasciare andare uno con un fisico così. È proprio una scema.-
Il bruciore sui polpastrelli arriva sempre qualche secondo dopo.
-Ai miei tempi mi sarei subito fatta avanti.-
Le due donne al tavolino bevono coca cola. Hanno permanenti gialle sopra le rughe nascoste dagli occhiali. Il gonfiore alle caviglie fa calzare pantofole rosa e blu.
Il dolore alle dita scompare subito. Appena il tempo di finire il caffè e di sentire un leggero colpo sul collo.
Si gira. Le due donne sui sessanta fissano lo schermo. In fondo alla sala quattro ragazzini. Quello con la cannuccia in bocca gli fa vedere il dito medio alzato.
La ragazza alla cassa ritira l’euro con dita tatuate.
Fuori. Nel sole. Nell’afa d’asfalto della piazza. Finalmente.
L’odore delle risaie a fine luglio, quello che senti subito quando passi il Sesia arrivando da Vercelli o il Po, arrivando da Alessandria, è scomparso nel sole della piazza.
Sono anni che non ritorna più in Lomellina. Che non ritorna più a casa sua. Ed è arrivato in ritardo. Si è perso il mare delle risaie. Si è perso la chiesetta di San Paolo che sembra galleggiare sull’acqua. Come a Venezia. Avrebbe dovuto venire in aprile. Ma il lavoro è lavoro.
-E così ti faccio fare un viaggetto dalle tue parti. Non lo faccio mai per nessuno dei miei. Ma per te faccio un’eccezione. Sei il mio elemento migliore.-
L’edicola è sempre al solito posto. È chiusa. Come sempre, alle due del pomeriggio.
Il calore dell’asfalto attraversa il cuoio spesso dei mocassini inglesi. L’afa gli incolla la camicia alla pelle. Si toglie la giacca di lino e se la mette sul braccio. In Libano e in Sicilia non è mai così. Te ne stai tutto elegante nel secco del caldo. La giacca e la cravatta non te le devi togliere. Basta mettere sempre gli occhiali da sole.
E sei a posto. Sempre.
A sinistra hanno ristrutturato il vecchio palazzo. Erano le scuole o la pretura o l’ufficio di collocamento. Chi se lo ricorda più. È passato troppo tempo. Troppo.
Comincia a sudare. Chissà perché con il caldo che fa d’estate, qui gli alberi sono sempre pochi.
In Libano ce n’è un sacco. Ecco perché hanno un albero sulla bandiera. Qui, se avessimo una bandiera, dovremmo metterci una spiga di riso. E il riso vuole il sole, non gli alberi. Ecco perché.
Attraversa lentamente la piazza. In fondo a destra c’è la stradina che porta a quella bella chiesa. Non se ne ricorda più il nome.
È passato troppo tempo. Troppo.
-Ma è per questo che ti faccio fare un salto a casa tua. Perché tu lavori bene. Te l’ho già detto. Sei il mio elemento migliore. E io non voglio che i miei uomini soffrano di nostalgia.-
Adesso si gira. Si gira verso il palazzone di dieci piani tutto balconi di vetro e piastrelline, che sembra fare la guardia nell’afa della piazza.
-E che ci vuole? Un po’ di Milano non guasta. Neppure dalle tue parti. E poi e che è? Con quei palazzi ci facciamo da sempre un sacco di soldi. Mica con il tuo riso, che oggi meglio di voi lo fanno indiani e cinesi.-
Forse sarebbe meglio sedersi sul marciapiede. Come faceva da bambino.
È passato troppo tempo. Troppo.
Si alza. Si rimette la giacca. Per cercare bene le chiavi della Mercedes nera. Prima che caschino dalla tasca.
I passi risuonano nel giallo opaco del sole afoso. Il calore delle auto nel parcheggio produce un tremolio a mezz’aria. Come a Beirut. Come a Palermo.
Il singulto dell’antifurto lo strappa dai suoi pensieri.
-Mi raccomando. Fai tutto con calma. Ma che te lo dico a fare. Sei il mio elemento migliore.-
Un tuffo al cuore. Sapore metallico in gola. La valigetta!
È solo un attimo. È passato troppo tempo. Troppo. I ricordi non dovrebbero mai esistere sul lavoro. Mai.
La valigetta. È rimasta nel bar. Bene!
Sale in auto. Accende l’aria condizionata e mette in moto. La Mercedes nera lascia lentamente le strisce blu del parcheggio.
Una mano nella tasca interna della giacca. Lascia il telecomando dell’antifurto e ne prende un altro. Più piccolo.
-Con calma. Mi raccomando. I tempi. I tempi sono fondamentali. Premi il bottone bianco. Ma tu lo sai già. Sei il mio elemento migliore. Faremo un bel botto. Così qualcuno ricomincerà a portarci rispetto.-
La Mercedes nera va verso Milano. Verso il Ticino.
Ecco. Lentamente. Lo sente di nuovo. Prima piano. Poi sempre più intensamente. È l’odore del riso. Quello che senti subito quando passi il Sesia arrivando da Vercelli o il Po, arrivando da Alessandria.
La mano afferra il telecomando più piccolo e preme un bottone bianco.
Bianco. Come un chicco di riso.
Angelo Ricci
venerdì 14 agosto 2009
Early days
A metà degli ‘80 sviluppai un’insana passione per le sound machines, altrimenti dette ghetto blasters. Per alcuni anni fui un compulsivo frequentatore del SIM-HI FI (il Salone Internazionale della Musica che si teneva a Milano, in Fiera). Allora le mie tendenze letterarie tentavano di scavare in quello che era l’underground e la letteratura pop americana. Se tutte le parole hanno un doppio significato (e credetemi, TUTTE le parole hanno un doppio significato) vorrà pur dire qualche cosa se gli impianti stereo delle auto si definiscono esoterici e il mondo dei trucchi e delle soluzioni dei loro appassionati è detto esoterico.
Un pomeriggio di Settembre, mentre l’aria del SIM era piena dei Talking Heads, comprai una rivista: Hi Fi esoterico. Radio, altoparlanti, bassi. rewind, i primi cd.
E nelle ultime pagine una foto. Una piscina californiana. Azzurro intenso. Dell’acqua e del cielo. Attorno, solo rocce e il marrone del bush. Nella piscina, un uomo e tre giovani e belle ragazze bionde. Tutto molto Una cascata di diamanti o S.O.B. o Harper.
E poi un torrenziale e folle articolo. Thomas Pynchon, gli snuff movies, la Commissione Warren, la teoria del complotto, i caimani nelle fogne di N.Y., Joseph Heller, i Beach Boys, gli Hell’s Angels, l’Area 51, la CIA, Charlie Manson, la Amok Press, Timothy Leary, il beach punk, l’industria hard della San Fernando Valley, Altamont, Helter Skelter, il Dakota Building, Ed Wood, Anton LaVey, Myra Breckinridge.
Ho perso quella rivista. Non l’ho mai più ritrovata.
(Ho raccontato questa storia a Tullio Avoledo che mi ha detto:”Figurati che io, una volta, ho ricevuto una mail da uno che diceva di essere l’Anticristo.”)



