giovedì 29 gennaio 2015

La biblioteca di Gould, di Bernard Quiriny (L'orma editore)

Le prove dell’esistenza di una letteratura parallela, dalle strutture euclidee e al contempo quantistiche, fenomenologia misterica di paesaggi metafisici, geografia di mappe dell’impero dalle fattezze borgesiane, visione di panorami che incarnano immobilità dall’indagine freudiana e abitate da personaggi enigmatici come quelli che popolano le vignette dalle atmosfere angoscianti dei rebus, si manifestano da tempo forse immemorabile al lettore che attraversa le lande affascinanti della parola scritta. Come un fiume carsico che appare e scompare disegnando trame che a loro volta sono la trama di una narrazione che vive forse addirittura al di là dei suoi stessi creatori, queste prove si sedimentano come pietre miliari che segnano le tappe di questo attraversamento di continenti fatti di parole scritte, stagliandosi come segni di rune fantastiche lasciati da demiurghi che popolano contemporaneamente il passato, il presente e il futuro.
Bernard Quiriny, con La biblioteca di Gould, contribuisce al disegno di queste mappe, alla creazione di questa letteratura parallela, alla contaminazione di tempi, libri, visioni. 
Città misteriose animate da un soffio di vita che le rende entità semidivine, circolarità temporali che sono al contempo figlie e madri dell’universo, libri e autori che vivono nella finzione e la rendono più reale della realtà.
Discepolo attento di Calvino, di Borges, di J. Rodolfo Wilcock, di Danilo Kiš, di Bolaňo, Quiriny ne è forse anche maestro involontario, in quella diramazione di mutazioni spaziotemporali che annullano la fallace linea retta di un eterno presente che nel suo infinito ripresentarsi è manifestazione onnipotente di ostensioni nelle quali l’infinitamente grande si specchia nell’infinitamente piccolo e viceversa, in uno scambio di messaggi che travalica le nozioni fisiche del tempo per giungere alla consapevolezza e alla scoperta di una struttura unica che è spazio e tempo, sogno e parola.
In principio era il verbo, dice il Libro. 
Un libro.
La biblioteca di Gould, di Bernard Quiriny (L’orma editore).

sabato 17 gennaio 2015

Il romanzo luminoso, di Mario Levrero (Calabuig)

Vie di una Montevideo che è stazione definitiva e forse ultima di un percorso narrativo che trafigge nel Secolo Breve e in questo scorcio di Terzo Millennio un subcontinente come il Sudamerica. Le algebriche narrazioni di Borges, che fondono misteri nascenti da romanzi gialli con visioni di eruditi del Celeste Impero, mentre rovine metafisiche fanno da sfondo a giochi di specchi che conducono verso una biblioteca infinita in cui il lettore si perde sì, ma da protagonista del libro immortale che è parto pluricellulare di universi in formazione. Realtà che mostrano se stesse attraverso la lente prismatica del fantastico che ne scinde i colori e ne mostra forse l’orrore per mezzo di ricordi ancestrali riportati alla luce dalla maestria di Cortázar. Il tentativo sanguinante di inventariare l’orrore e la morte per mezzo di un caleidoscopio di postmodernismi geniali che Bolaňo porta con sé come il necessario fardello di un santo pellegrino della letteratura che vuole andare oltre la propria fine. 
Questo percorso, questa Via Crucis narrativa e narrante che nasce proprio da quel Sudamerica in cui il romanzo, il racconto, il fumetto si uniscono in un unicum di storie universali che conosce la sapienza della storia, della letteratura, della psicoanalisi e che ha nel profondo della sua anima le ferite infertegli dagli orrori della persecuzione, del massacro primigenio delle civiltà precolombiane che perpetua se stesso fino all’orrore delle dittature militari, sorta di teatro sadico, di pantomima alla Marat-Sade di torture e picanas, di stadi calcistici trasfigurati in campi di concentramento e di garage oscuri in cui sfiata la devianza di reparti paramilitari, polizie segrete e aguzzini dallo zelo impiegatizio, giunge fino a noi attraverso profezie come L’Eternauta o gli spazi noir di Muňoz e Sampayo, magistrali descrizioni di quelle zone di confine dove assistiamo alla contaminazione bolaňiana di un orrore tex-mex che è forse il vero lasciapassare per comprendere l’universo. Ed è in questo percorso narrativo che arriviamo alla felicissima scoperta dello scrittore uruguagio Mario Levrero. 
Artefice della parola come strumento di creazione estrema e definitiva, Levrero inizia a congegnare una struttura narrativa dalle sfaccettature molteplici. Eroe suo malgrado della quotidianità, una quotidianità che è però passaggio attraverso fratture di uno spaziotempo da cui nascono storie che fondono piani narrativi e tempi, Levrero plasma, crea, forgia una messe di parole che sono strumento e al contempo decifrazione di una realtà in cui divinità oniriche e demiurghi forse defilati appaiono come pulsar dalle misteriose onde elettromagnetiche che ci inviano messaggi, rapporti, segnalazioni, brandelli di universi metanarrativi i cui bagliori il lettore affascinato scorge e dai quali ne è contemporaneamente ammaliato. 
Gli stessi strumenti della scrittura con i quali l’Autore ha un rapporto di affetto conflittuale, quel ricorso al pennarello Rotring o la eterna decifrazione del computer come luogo di scrittura ma anche forse come luogo e culla di vita aliena, una vita che si sovrappone a quella reale e spesso la sovrascrive, in un rimando continuo in cui le elettriche stimolazioni che già sono state del cyberpunk e ancor prima di Burroughs, e che vengono qui domate dall’Autore e ricondotte a una realtà quotidiana fatta di piccole e grandi insofferenze, piccoli e grandi inconvenienti, una realtà in cui la morte e la vita vivono nel sogno che vive della vita e della morte stessa, si fondono nel corso della stesura, o nel corso del tentativo di stesura del romanzo (altro affascinante piano di lettura che è alternativamente primario e fonte di altri piani di lettura), in un misterico luogo in cui il libro e chi lo scrive e chi financo lo legge si trasfigurano in entità archetipe e ancestrali dalla manifestazione contemporanea di onda e particella.
Levrero stesso diviene demiurgo di narrazioni, narrazioni che diventano universi, universi che diventano libri, libri che alla fine diventano ancora una volta quella biblioteca infinita di borgesiana memoria che è al contempo mappa dell'impero che si sovrappone all'orbe terracqueo accorpando realtà e finzione. Ed è in quella infinita biblioteca che trova posto ancora una volta il libro universo che, qui e ora, in questo tempo di Planck narrativo, assume il titolo di Il romanzo Luminoso. Romanzo che nasce nella creazione del suo autore e si trasfigura in backstage di questa creazione e in backstage dell’Autore stesso, romanzo alla cui edificazione il lettore è come chiamato attraverso la lettura, nella ostensione ultima di quel romanzo universo che dalla necessità quasi titanica di decifrarne fine e principio trae la sua eternità.
Un libro.
Il romanzo luminoso, di Mario Levrero (Calabuig).

sabato 10 gennaio 2015

La presentazione

Biforcazioni temporali e di spazi comunque per lui troppo angusti lo avevano condotto a un punto in cui il destino non decideva nemmeno più per se stesso. L'abbrancamento ruvidamente tattile del manico di una borsa piena di niente se non di qualche foglio bianco, si trasfigurava nel peso di un ricordo utile che lo riportava con giudizio alla scomodità di una postura che era divenuta simbolo ed escrescenza di una vita rincorsa. Affastellamenti di memorie che assumevano la forma conveniente di appunti misericordiosi lo tenevano agganciato alla conta dei giorni. Con passi pesanti di una stanchezza di desideri malconci, macinava metri di asfalto sbrecciato o di porfido segnato dal piscio di animali immondi. Scrittori tronfi nella perpetua manifestazione di folle di lecchini indecenti, editori canaglieschi e sempre nemici, recensori alla greppia di un paio di etti di carta stampata in omaggio e di una menzione distratta da parte di editori monopolisti e che si addobbavano di autoscatti da pornostar derelitte e dal sesso difficile, uffici stampa distratti che mimavano gesti da vetriniste dal fallimentare entusiasmo, pochi librai amici e altri che invece erano persi in vuote autoaffermazioni dal sentore quasi pontificio.
Si guardò intorno. Per la via non c'era nessuno. Riprese il cammino. Andava a presentare un libro. Forse era il suo.

mercoledì 7 gennaio 2015

In memoria di Georges Wolinski

C'è un immaginario di storie che uno porta con sé. Un immaginario che lo segna, lo forma, lo crea come autore. Un immaginario di parole, di disegni, di fumetti. Erano gli Anni Settanta quando Linus (quello diretto dal grande O.d.B.) portava in Italia les bandes dessinées di Georges Wolinski e di Georges Pichard, quella Paulette dall'erotismo prorompente che profumava di esotismi avventurosi e libertà forse clandestine, di Francia alla Henry Miller e alla boudoir settecentesco, conditi con fragranze un po' da harem e un po' da donna padrona definitiva del proprio destino. Pichard poi avrebbe collaborato con Jaques Lob alla creazione di Tenebrax, eroe claustrofobico e millenaristico.
Oggi, poche ore fa, Georges Wolinsky è stato assassinato in un attentato terroristico. E le forme generose di Paulette da oggi sono segnate dal sangue.

mercoledì 31 dicembre 2014

Divertimento 2015

Tanti sono i libri letti, ancora di più quelli da leggere. 
Tanti sono i pensieri cui ho dato forma, ancora di più quelli che questa forma attendono. 
Tanti sono i sentimenti provati, ancora di più quelli cui mi sono sottratto. 
Tante le anime di donna che ho osservato, ancora di più quelle che non potrò osservare. 
Come le aree oscure e inesplorate di una cartografia che un Ottocento avido di esplorazioni non può ancora segnare su un atlante impossibile da completare, così è la speranza di chi sta assiso nella eterna garitta di una Fortezza Bastiani, in attesa di quei Tartari che mai arriveranno se non nel momento dell'abbandono. 
Un uomo sta dove il destino lo ha confinato, nell'eterna finzione creata dalle domande di quello stesso destino cui quel medesimo uomo non ha mai voluto o saputo rispondere.

sabato 27 dicembre 2014

La mia Costa Azzurra, di Alain Ducasse (L'ippocampo)

Luoghi eterni di materializzazioni di anime e passioni. Terre di confine tra una certa idea della Francia, forse alla Simenon e forse no, forse alla Quarta o Quinta Repubblica o forse alla eterni chansonniers alla Yves Montand (ah… quell’Ivo Livi dai completi in nero e camicia bianca kennedyani e dalla incarnazione/interpretazione magistrale di Z L’orgia del potere di Costa-Gavras), e la destrutturazione del noir marsigliese alla Jean-Claude Izzo e al rimando estremo di contaminazioni di zone di frontiera alla Francesco Biamonti, dove la narrazione si trasfigura in poesia portatrice di sentimenti immortali.
Alain Ducasse (che un giorno affermò che quando una portata raggiungeva estremi divini era suo uso non presentarla in sala, lasciandola al ricordo dei suoi creatori, ricordo ben più forte di chi l’avrebbe assaggiata e magari dimenticata) firma questo istante di caves, di boulangeries, di mercati, di mescite, di piccoli ristoranti, di socca e mules et frites, di gelaterie, di manifestazioni senza tempo del cibo e del vino, spesso nate dalla genialità e, perché no, dalla sofferenza, di immigrati di un Piemonte cuneese e astigiano e di una Liguria millenaria, che hanno trovato la loro perpetuazione nella contaminazione con le coste di quel Mediterraneo che va da quella Saint-Tropez di playboy Anni Sessanta fino alla Mentone dai ricordi bonapartisti e oltre, fin verso le porte di un Ponente ligure di attese e sentimenti. 
Alain Ducasse compie un viaggio tra mare e entroterra misteriosi, venati dalle rimembranze provenzali di ritiri alla Frederic Prokosh e di studi cinematografici nizzardi dove La nuit américaine di Truffaut (con)fonde finzione e realtà.
Nessuna concessione al desueto e finto star system, bensì un cammino tra le memorie di un passato che sa reinventarsi nel presente la cui forza vitale è genesi di un'epopea contemporanea di passioni e genialità, dove terroir e cultivar sono definitivi lasciapassare per l’anima.
Un libro.
La mia Costa Azzurra, di Alain Ducasse (L’ippocampo).

martedì 23 dicembre 2014

Auguri

Chiunque tu sia, viandante che passi da qui portato dalla passione per le parole, le storie, i libri, oppure da una strada indicata da un eterno e definitivo motore di ricerca, sappi che chi scrive i post di questo blog ti augura un bellissimo Natale e un anno nuovo pieno di pace e di serenità.
I miei consigli librari natalizi.
Il mio sito.


domenica 21 dicembre 2014

L'odore del riso. La recensione di PostPopuli


Giovanni Agnoloni, scrittore, saggista, traduttore e recensore, scrive su PostPopuli bellissime parole a proposito de L'odore del riso. Il testo originale è qui. Buona lettura!


Angelo Ricci scrive in modo ficcante, per rapidi lampi che sono profonde stilettate. Lo si è visto in Sette sono i re, come anche nella sua – pur diversa per taglio – serie La parte di niente, di “ispirazione” bolañiana. Così è anche ne L’odore del riso, una storia formata da brevi e densi capitoli che tratteggiano, in un’alternanza di momenti di presente e passato, una storia a cavallo tra la Lombardia e l’Argentina. Due i temi di fondo: la memoria e gli odori: su tutti, come chiaramente evidenziato dal titolo, quello delle risaie della Lomellina, onnipervasivo e ossessivo come un rintocco di campana.

Campi, una raffineria e loschi traffici: questo lo scenario di base su cui s’innesta una vicenda di imprenditori criminali, intrecciata con vicende di estrema violenza appartenenti alla storia dell’Argentina a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Echi di scorci di vita adolescenziali, che improvvisamente virano nel dramma, dall’originaria perdita dell’innocenza ai ricatti e alle manipolazioni della vita adulta. Tutto questo dà la misura della profondità temporale delle vicende narrate, che fondono mirabilmente le tinte noir con scenari dalle venature quasi neorealistiche, evocativi di sensazioni consonanti con quelle di alcuni romanzi o film del secondo dopoguerra.

Il merito principale di questo romanzo in formato e-book, però, è quello di farci sentire lo sporco delle cose insieme a quello delle persone. Sentiamo la polvere, il metallo, il sudore, con un’intensità veramente rara. Merito di Angelo Ricci, una delle penne più convincenti di uno scenario narrativo ultrarealistico, che racconta storie di provincia, sia pur aperte sul mondo, calate nel puzzo della vita, o almeno di quelle vite inevitabilmente macchiate dal colore dei soldi e dei compromessi morali necessari per accumularli.

venerdì 19 dicembre 2014

I miei consigli librari per Natale pubblicati da La voce della libraia


Lucia Zitelli, ottima "libraia" di Ultima Books, mi coinvolge in questa avventura natalizia e, con altri scrittori, mi chiede di consigliare su La voce della libraia alcuni libri per le imminenti festività natalizie. Ho accolto con grande entusiasmo la sua richiesta e il risultato lo potete leggere qui.
Che dire di più? Buone Feste e buone letture a tutti!


martedì 16 dicembre 2014

La signora melograno, di Goli Taraghi (Calabuig)

Luoghi intermedi tra Oriente e Occidente, ponti tra civiltà millenarie che si incontrano e scontrano in quella regione che va dal Caucaso patria di Katholicòs armeni dall’isolamento affascinante, attraversa mezzelune fertili di mastabe e ziqqurat borgesiane sino ad altipiani iranici dai quali sono nate migrazioni indoeuropee e tripartizioni duméziliane e demiurghi zoroastriani e che per secoli hanno condiviso fioriture di patriarchi nestoriani coniuganti Ctesifonte con il Celeste Impero, in attesa del responso di concilii costantinopolitani e niceni.
Territori narrativi contemporanei, ma dalle fondamenta antiche, racconti che parlano di un paese lontano nelle gesta di imperatori achemenidi, arsacidi, ellenici e sassanidi ma, al contempo, così vicino nelle trame della storia coeva, tra neocolonialismi petroliferi britannici e statunitensi e rivoluzioni islamiche dai risvolti medioevali che, da ben più di un trentennio, occupano le prime pagine della cronaca estera tra khomeinismi messianici e falliti blitz di teste di cuoio di Delta Force partorite dal ventre di elicotteri blindati sconfitti nel deserto.
Goli Taraghi ci regala una serie di racconti che si traslano in infiniti e definitivi lasciapassare per il lettore che vuole conoscere la realtà contemporanea di un universo così lontano e tuttavia così simile al nostro. Attraverso le storie di donne coraggiose, ragazze ammantate nei loro amori adolescenziali, uomini sconfitti nella e dalla realtà, ma sicuramente vincitori nello spirito, il lettore conosce anime e sofferenze, passioni e sentimenti, quotidianità minute e avvenimenti politici del Ventesimo e Ventunesimo secolo che hanno segnato e segnano la storia del mondo.
Come una Nadine Gordimer persiana, Goli Taraghi descrive con geniale serenità quelle zone di confine dell'anima in cui donne e uomini si amano, si odiano, si incontrano e si lasciano in quella infinita danza che va avanti nonostante i colpi di stato, le sommosse, le rivoluzioni, gli esili, in una eterna testimonianza di vitalità che sopravvive a tutto, nonostante tutto.
L'Autrice, narrando i fili dei ricordi, scegliendo spesso come avamposto narrativo non luoghi di internazionale e al contempo evanescente modernità come gli aeroporti o come le metropoli occidentali che tutto e niente contengono, segna con la forza delle sue parole il sentiero di una memoria condivisa che unisce il passato e il presente.
Il lettore che saprà cogliere l’opportunità di leggere i sette racconti che compongono questa mirabile silloge avrà la fortuna impagabile di compiere un viaggio non solo tra Oriente e Occidente, ma anche dentro se stesso.
Un libro.
La signora melograno, di Goli Taraghi (Calabuig).