giovedì 13 gennaio 2011

La pelle, di Curzio Malaparte (Adelphi)

Un fastoso e barocco affresco. Un terribile viaggio dantesco nei più oscuri meandri dell'animo umano, reso ancor più ricettivo dall'esperienza belluina della guerra. Carne, sangue, merda e sperma. Questi sono gli elementi costitutivi della vita. Questi sono i punti cardinali dell'umanità. Inutile pensare il contrario. 
Come un quadro di Bruegel, come un bassorilievo di una cattedrale romanica, raffigurante le mostruose fattezze dei demoni, La pelle è il definitivo baedeker per chi vuole orientarsi tra lati oscuri dell'orrore. Non possiamo (non dobbiamo) dare giudizi sulle persone che non conosciamo. Così come non possiamo (non dobbiamo) dare giudizi sugli autori dei quali non abbiamo frequentato le opere. Ero prevenuto su Malaparte. Ne scontavo la visione superficiale resa dalla memorialistica giornalistico-letteraria. Una sorta di gentleman un po' troppo blasè, perso in un autocompiacimento tardo dannunziano, da eroe maledetto o presunto tale; quasi un rappresentante di un decadentismo in salsa futurista. Ma, come ho detto, gli autori, come le persone, vanno conosciuti. E la lettura di Kaputt già mi aveva indicato la strada giusta per comprendere questo autore. La pelle è il definitivo completamento di un lungo viaggio attraverso la sofferenza, che ha avuto in Kaputt il suo prologo. Malaparte si mette in gioco senza nessun risparmio, quasi a trasfigurarsi nel portatore e catalizzatore del dolore di una nazione, di un continente, di una cultura. La sua è la totale e irreversibile consapevolezza che i limiti della sopportazione e della crudeltà sono stati ampiamente superati. E non c'è altro che la loro impietosa ostensione, intesa come manifestazione assoluta di tutte le bassezze della violenza, per arrivare alla redenzione. Solo partendo dalla propria carne martoriata, solo avendone la lucida consapevolezza, l'umanità potrà cercare la via del riscatto. Inserito nell'Indice dei libri proibiti dalla Congregazione del Santo Uffizio, La pelle è invece da considerarsi come una manifestazione di pietà per il dolore e la sofferenza dell'umanità. Una manifestazione compiuta sì con l'efferata descrizione della crudeltà ma, proprio per questo, salvificamente irrinunciabile.
Un libro.
La pelle, di Curzio Malaparte (Adelphi).

2 commenti:

luigi ha detto...

Ciao.
Credo che si tratti di un'opera molto importante, da alcuni considerata addirittura metafisica pur nel suo lirismo. Kléeber Haedens, sul Samedi-soir, scriveva che "ciascun capitolo è un racconto altrettanto allucinante quanto una novella di Edgar Poe". Sono convinto che sia così, e rileggerlo con quella risonanza amplifica ancora di più certe percezioni. Ho letto il romanzo da una vecchissima Terza edizione "Aria d'Italia" del 1950, dove vi sono ancora le note a matita di mio nonno, che contestava "le gomitate nella folla" di via Toledo, dell'incipit. Non so ancora per quale misteriosa ragione.
Saluti e complimenti per il blog.
Luigi

Angelo Ricci ha detto...

Sono d'accordo con te. "La pelle" è senz'altro un testo inquietante, allucinatorio, Credo che la maggior inquietudine nasca dalla possibilità di sovrapporlo a qualsiasi periodo storico. "La pelle" come paradigma dell'orrore, della sofferenza. Orrore e sofferenza ancor più terribili in quanto eterni.
Tempo fa lessi un articolo in cui si criticava l'indifferenza di Malaparte, "uomo la cui attenzione di scrittore passava indifferentemente dal campo di concentramento alla partita di golf". E' un giudizio a mio avviso affrettato. Malaparte, certamente contiguo al regime fascista, si emenda costatando l'orrore della dittatura, della guerra, del nazismo. In questo senso "La pelle" va letta, a mio avviso, con "Kaputt", altra grande opera, terribile, estrema.