sabato 14 giugno 2014

#giugnoconBolaňo e il #gallizioLAB

Ricevo tempo fa, attraverso flussi di comunicazione che trafiggono l'intersecarsi di devices, tablet e notebook, un messaggio di Filippo Pretolani aka gallizio, artefice del gallizioLAB che su Twitter trovate come @beingallizio (cito dalla pagina facebook: gallizio è un laboratorio di talenti raccolti intorno alla sfida di inventare una nuovo modalità di scrittura per il digitale. Se con monitor e display abbiamo disimparato a leggere, l'unica è reimparare a scrivere. Non un editore dunque, gallizio, ma una fionda per scrivere, per creare non tanto un genere letterario ma un possibile senso del mondo). Parliamo, of course, di Roberto Bolaňo, geniale demiurgo di universalità letterarie estreme, e mi annuncia il divenire di un progetto che accolgo immediatamente. Pochi giorni fa il progetto si concretizza all'insegna del collimare di eufoniche assonanze: #giugnoconBolaňo. Ho l'onore e l'onere di inaugurarlo qui.
Buona lettura.

venerdì 13 giugno 2014

Un articolo intervista per Sette sono i re

Giovedì 12 giugno sull'Informatore Vigevanese è uscito, a cura di Mario Cantella, un bell'articolo intervista sul mio nuovo romanzo Sette sono i re.



martedì 10 giugno 2014

Gare de Nice-Ville. Il viaggio (Errant Editions). La recensione di Roberta De Tomi

Roberta De Tomi scrive sul suo blog una bella recensione al mio racconto Gare de Nice-Ville. Il viaggio, uscito per i tipi di Errant Editions nella collana Gares/Stations.
Ecco il testo della recensione. Buona lettura!


Gare de Nice-Ville. Il viaggio, di Angelo Ricci, quando l'erotismo si fa conoscenza 
di Roberta De Tomi 
Non è in cerca di risposte, né ha intrapreso un viaggio iniziatico. La prostituta protagonista di Gare de Nice-Ville. Il viaggio (Errant Editions), racconto di Angelo Ricci, è diretta verso una meta precisa. È una donna bellissima, consapevole di sé e del proprio corpo; un corpo voluttuoso ma, al contempo, “pensante”, ben lontano dall'essere oggetto, o schiavo dei propri impulsi. Proprio dal corpo erotico s'innesta il percorso di una conoscenza che s'irradia al lettore, ipnotizzato da una penna ammaliante.

Non ci sono cavilli morali o considerazioni “perbeniste” nei pensieri che si srotolano nella mente della prostituta, protagonista di Gare de Nice-Ville. Il viaggio. La donna, io-narrante capace di catturare il lettore nella sua rete seduttiva, è una creatura che non si lascia etichettare; e, tuttavia è definita e compiuta, capace di percezioni che non la imprigionano nella rete delle convenzioni sociali, ergendosi in tutta la sua (cito il testo) “orgasmica fierezza”. 
Il viaggio fisico che la protagonista del racconto (edito in formato e-book) di Ricci intraprende, non corrisponde a un'iniziazione. La donna si rivolge al suo Petit Chou (dal francese, piccolo tesoro) che sta per raggiungere, e su cui intesse una serie di considerazioni che s'intrecciano a quello che accade durante il tragitto. In questo procedere si crea un parallelismo tra la vita della donna e il percorso, che nelle fermate, trova i propri momenti apicali. Le stazioni sono "luoghi  di frontiera", osservati dagli occhi disincantati di una creatura che ha il coraggio di immergersi in vie oscure, per poi riemergerne sempre a testa alta. 
La sensualità vibra nell'attesa di arrivare a destinazione. A questa dimensione sospesa si contrappone quella reale del desiderio espresso da alcuni viaggiatori che hanno capito chi è “quella meravigliosa creatura”. Ma la donna non è accessibile a tutti, questo lo colgono subito, e il desiderio bruciante si traduce nella rinuncia castrante. Questa inaccessibilità sembra conferire alla prostituta un potere che si traduce nel senso di sicurezza espresso al lettore senza troppi sotterfugi linguistici. Tuttavia, in questo viaggio, la presenza-assenza dell'amante, si traduce nell'anelito alla meta. A lettura terminata, tra i mille quesiti, uno in particolare coglie il lettore. Arrivata a Gare Nice-Ville... cosa accadrà alla  protagonista, ricongiunta finalmente al suo Petit Chou? 
Su una trama costruita su un “crescendo dei sensi”, s'innestano i moti di un racconto intriso di un erotismo, sottile ma non troppo, giocato sull'elemento-chiave dell'attesa,. La resa magistrale del personaggio/io-narrante è il prodotto dall'abilità con cui l'autore, nel descriverne il prorompente (ma raffinato) erotismo, lo rende tanto più inafferrabile. Il lettore si sente trascinato nel mondo di questa creatura, avulsa, sia da considerazioni intrise di beceri moralismi, che da certo erotismo "clichettaro"  presente in tanta letteratura contemporanea, di genere o mainstream, basata su personaggi patinati, spesso piatti e banali.  
Il racconto di Angelo Ricci, scritto con un'eleganza priva di artifici, si presta a una lettura che colpisce pelle, cuore e testa. Scivola via, instillando quesiti, ammaliando lettori e lettrici, senza mai scadere nel volgare, pur presentandosi in diversi punti audace. Lo scrittore sa raccontare, oltre il mestiere, restituendoci il ritratto compiuto di una prostituta che non sfida la società, né è in cerca di un'elevazione morale. Semplicemente vive e, nel viaggio, trae dal se stessa, dall'erotismo, le ragioni della conoscenza; perché il sesso è anche conoscenza e consapevolezza di sé.

lunedì 9 giugno 2014

Qualcosa c'inventeremo, di Giorgio Scianna (Einaudi)

Ho già avuto modo di conoscere le parole di Giorgio Scianna. Qualche anno fa, con Piersandro Pallavicini, presentai il suo Diciotto secondi prima dell’alba, in una dicembrina e nebbiosissima serata pavese. Ora esce Qualcosa c’inventeremo e ancora il lettore si mette in cammino per le strade milanesi e pavesi, uno sfondo di vie e piazze e luoghi che segnano le anime, che mappano e delimitano i confini dei sentimenti. Milano e Pavia, città che da secoli si osservano accigliate (la prima guidava i liberi comuni, la seconda stava col Barbarossa) in un intervallo di pianura che non è più quella del Po e non è ancora il limite del Resegone manzoniano. Si sente che Scianna conosce i luoghi, i sentimenti, l’anima dei suoi personaggi, si comprende che ne assume i loro riverberi, i loro riflessi, le loro immagini, diventando l’artefice, il demiurgo di una narrazione condotta con maestria e con la genialità dello scrittore di razza che ben conosce il modo di stare dietro le quinte, governando tuttavia il divenire dei suoi personaggi con piglio lieve ma sicuro. E così, diretto con narrativa abilità e bravura, questo romanzo lentamente coglie i suoi afflati da una contemporaneità screziata di tragedia e sentimento, di amore e di ovattata rabbia. Ne nasce una storia, un dipinto, dove un contemporaneo Signore delle mosche di goldinghiana reminiscenza, ma traslato attraverso la quotidianità metropolitana, di una metropoli in cui tuttavia sempre è celato un certo inquietante mistero di ballardiana memoria (e come non essere affascinati dalla fredda crudeltà di Cuneo, teppistello e microcriminale così affine nel suo giovanile delinquere al Molecola dello Snack Bar Budapest di Marco Lodoli e Silvia Bre), tenta di diventare padrone dei destini di due giovanissimi che combattono con coraggio una quotidiana battaglia contro quel fato che purtroppo mai è come vorremmo. Come non essere partecipi delle solitudini e delle gioie e degli affetti difficili dei due fratelli adolescenti rimasti soli, come non essere trafitti dalle loro vite che tanto ci ricordano certi ragazzi mitteleuropei raccontati da Ferenc Molnár, così eroici nella lotta nel loro piccolo e grande mondo. Qualcosa c’inventeremo è il racconto di un passaggio, di un rito quasi tribale di accesso all’età adulta, un rito che noi crediamo non possa più esistere mentre invece anche nella nostra coeva routine, fatta di devices e social network, sempre a noi si palesano quei Tristi Tropici che la nostra presunta civiltà si illude di aver abbandonato nella notte dei tempi. Come un antropologo che si avventura in nuove lande, Giorgio Scianna si immedesima negli slang, nei comportamenti che emanano da una collettività smembrata, dove anime e luoghi si (con)fondono alla disperata ricerca di un introvabile punto di appoggio. Qualcosa c’inventeremo va letto perché attraverso la sua lettura comprendiamo ancor meglio il nostro presente.
Un libro.
Qualcosa c’inventeremo, di Giorgio Scianna (Einaudi).

mercoledì 4 giugno 2014

Una bella recensione al mio primo romanzo Notte di nebbia in pianura (Manni)

Il mio primo romanzo Notte di nebbia in pianura, edito da Manni, raccoglie ancora, a sei anni dalla sua pubblicazione, bellissime recensioni. Come questa, scritta da Enrica M. Corradini. La versione digitale di Notte di nebbia in pianura verrà pubblicata per i tipi elettronici di Antonio Tombolini Editore, nella collana Officina Marziani, diretta da Michele Marziani in cui ha appena visto la luce il mio nuovo romanzo Sette sono i re

Ecco il testo della recensione di Notte di nebbia in pianura. Buona lettura!

Leggere Ricci ed essere introdotti all’interno di un ineludibile senso dell’effimero è cosa certa; il tutto, unito ad una certa levità, pare appartenere alla scrittura della gente di questa terra. Che sia la nebbia che già traspare dalla copertina e dal titolo del romanzo? È la nebbia che avvolge la pianura padana, che la movimenta, ne fa danzare le cose, sfumandole di quel non colore che si vede nei paesaggi leonardeschi apparentemente opaco, così sottotono, che vuole esserci ma non gradisce di far vedere che c’è; ti aspetteresti che da questa nebbia traspaiano cose sinuose, invece dalla forza della scrittura emerge, come dopo una lunga apnea, un mondo variegato che pulsa vita da tutti i pori. Buoni e cattivi ma neanche tanto, figure dai colori netti che non vogliono sbiadire ma anch’esse fatte di nebbia che si affacciano come a tante finestre dello stesso caseggiato e tu passando le intravedi. Movimento, movimento che appare e scompare e tu, per vedere, così come facciamo nella nebbia, sei costretto a puntare sui dettagli, a cercare punti di riferimento. I personaggi che prendono vita e le loro poche frasi, definite, ripetute ossessivamente, ci fanno da bussola. Ognuno è a sé, intagliato nel legno, quello che l’umidità avvolge di muschio. E poi la nebbia è leggera, come lo sono forzatamente le nostre personalità. La nebbia che tutto indistintamente avvolge alleggerisce i pesi che se li intra-vedi non sembrano poi così pesanti; ti appaiono pezzo a pezzo ed è più facile sopportarli. Il giovane uomo perso nel suo modo stantio, la madre che lo ha lasciato al suo destino, questa volta il suo “meno male che sei alto” non rappezzerà più gli strappi che la vita gli procurerà; il rabbioso che vive d’improperi, anch’egli fermo, il confronto con la forza pubblica, sempiterno rincorrersi di buoni e cattivi e qualche volta non sai davvero più chi sono i buoni, e neanche i cattivi, il Fanelli, personaggio delizioso che da dietro le quinte dice la sua e poi decide di lasciare; gli agenti di servizio, la detenuta Sandri Anna, appiccicata ad un brandello d’affetto che sta tutto nell’odore della felpa del suo Ibrahim che l’ha appena incastrata in un pasticcio ed è scomparso, e lei, cerca il suo bambino disperata e continua a credere in quell’uomo che le ha gettato in galera con la sua felpa. Gli amici del pokerino. Svetlana, la donna di Ucraina di uno di loro, che deve imparare a parlare meglio se no sembrerà sempre una immigrata….
Il Ricci scrive bene, va liscio, evapora le parole, anche quelle pesanti e le mette nella bocca di una umanità infarcita di speranze e di umidità, la nostra.

mercoledì 28 maggio 2014

Parte l'avventura di Officina Marziani con Sette sono i re

Sono molto felice di scrivere questo post perché è una felicità che condivido con Michele Marziani, direttore geniale della collana Officina Marziani, con Antonio Tombolini Editore che ha permesso la nascita di questa affascinante avventura editoriale, con tutto l'instancabile staff dell'Officina e con tutti gli altri scrittori che definitisi "I Pionieri" partiranno con me alla volta di questo innovativo viaggio narrativo ed editoriale.
Come ha scritto Michele Marziani: Alla fine di uno qualsiasi dei nostri libri non sarai più il lettore di prima. Magari sarai arrabbiato con noi, ma le nostre storie non ti saranno rimaste indifferenti.
Dall’Officina Marziani, escono solo pezzi unici: romanzi, storie, racconti, forgiati in ottimo italiano da bravi scrittori. Autori che pur dotati di talento conoscono anche la fatica quotidiana del tavolo di scrittura.
Una collana di storie capaci di abbracciare, mordere, schiaffeggiare, riflettere, nuotare in apnea.
Non guardiamo il pedigree dello scrittore, scommettiamo sul genio, sulla narrazione e sulla potenza della scrittura.
Dall’Officina Marziani ci impegneremo a far uscire solo libri capaci di portare chi legge fino all’ultima pagina, anche a costo di farlo piangere, sudare, soffrire, rotolarsi dalle risate, mangiarsi le unghie…
I nostri libri ti faranno dimenticare il gas acceso e bruciare le uova. Puzza e fumo ti riporteranno alla realtà. Dopo, non sarai più il lettore di prima.
Non importano i generi, ci interessano solo due cose: la parola che indaga, come nella tradizione letteraria europea, e la trama che avvince, come nei grandi scrittori americani.
Il mio libro Sette sono i re ha l'impegnativo ed entusiasmante compito di fare da apripista, da vedetta, da esploratore in questa avventura. Non voglio dilungarmi oltre. Ora la parola spetta ai lettori.

martedì 20 maggio 2014

Roderick Duddle, di Michele Mari (Einaudi)

Esistono fratture spaziotemporali nell’universo delle storie. Fratture che gli autori di talento sanno attraversare portando con loro bagagli di storie e riattraversandole all’inverso creando altri universi paralleli fatti di romanzi, racconti, narrazioni che orbitano attorno a un centro cosmico che è poi la mirabile genesi di quel desiderio insopprimibile di raccontare e di raccontarsi che da sempre, come scriveva E.M. Forster, l’umanità porta con sé, come un tesoro inestimabile che i lettori hanno il fantastico compito di cercare, osservando una mappa i cui segni descrivono la geografia dell’anima. Michele Mari è da sempre un geniale creatore di acutissime mappe narrative, un instancabile viaggiatore di queste fratture spaziotemporali dell’universo delle storie. Da sempre è artefice di mondi narrativi nei quali la finzione è lasciapassare imprescindibile per una realtà che con la finzione si fonde, in un virtuoso gioco di richiami e rimandi e citazioni che insufflano nelle parole il tocco divino della vita. Sarebbe troppo semplice definirlo un uomo fatto di libri, come il Peter Kien protagonista dell’Auto da fé canettiana, perché Mari non si limita al gesto pur catartico della scrittura, ma con i libri costruisce veri e propri mondi narrativi nei quali il lettore, avvolto con grata stupefazione nelle loro trame, non soltanto legge per divertirsi, bensì legge trasfigurandosi in strumento vivente di quei libri, in un rapporto che unisce scrittore, lettore, trama, protagonisti e narrazione.
Roderick Duddle è un nuovo tassello di quel mosaico che Mari da sempre va componendo e in cui ogni suo libro è incardinato con gli altri in una struttura narrativa invidiabile e che fa da sempre la felicità di chi si accosta alle pagine da lui scritte. Echi immaginifici di quell’Ottocento narrativo dai bagliori provenienti da una letteratura britannica che, con Mary Shelley e Horace Walpole, sondava il mistero dell’angoscia e che erano già presenti in Di bestia in bestia, assumono qui la gioiosa indipendenza di una storia che, attraversando gli universi dei grandi affabulatori come Dickens e Stevenson e Melville e perché no anche Conrad, si pone definitiva e universale come paradigma di tutte le storie del mondo. Roderick Duddle è bussola, timone, vele e scafo di una baleniera, di un brigantino, di un veliero a bordo dei quali noi lettori salpiamo alla riscoperta di nuovi continenti letterari, alla guida di un capitano di lungo corso avvezzo a tutte le tempeste e sopravvissuto a ogni ammutinamento. Questa nave capitanata da Michele Mari ci conduce verso una forma narrativa che, ricostruendo il classico romanzo ottocentesco, in realtà ne ristruttura le forme e Roderick Duddle diviene strumento insostituibile che ci permette di accedere ancora una volta alla fantastica contemplazione di quell’orizzonte delle storie dove il lettore osserva stupito quel punto divino in cui l’universo delle parole, e della vita, rinasce.
Un libro.
Roderick Duddle, di Michele Mari (Einaudi).

lunedì 19 maggio 2014

I marmi, di Carlo Campani e Paolo Cecchini (Narcissus)

Storia toscanissima e toscanaccia, trama cupa e ritratto al contempo di una fascistizzazione fiorentina e italiana, dagli echi e dalle tonalità marcate e angoscianti, scritta con un linguaggio sorvegliato e innovativo. Quasi una summa della letteratura tenebrosa che riverbera echi di romanzi dell’Ottocento estremo, come se lo stesso Lovecraft avesse, al posto del Manzoni, sciacquato i panni in Arno. Escatologie tanatologiche che presentano descrizioni geniali (quella ostensione delle membra di cera di esseri che si appalesano allo studio di anatomisti e di cercatori di bramosie morbose e che vivono in quel confine abitato da ciò che non è più) e connessioni anatomopatologiche tra il positivismo scientista della Specola e i riti iniziatici di un antico e misterico Egitto. Rimandi a luoghi nascosti della letteratura, a siti occulti dell’architettura che, come una incisione del Piranesi o il dipinto di un rovinista settecentesco, ci conducono per mano verso la manifestazione orrorifica di una wunderkammer della carnalità violata, collezionando visioni degne degli scorticati di Fragonard, in un continuo cesello linguistico che dipinge con le parole un singolare affresco di affabulazione misterica.
I marmi sfugge sapientemente a ogni classificazione, assurgendo a opera unica che si pone in un affascinante confine di contaminazioni filologiche, culturali e storiche. 
Dialoghi dai quali nascono personaggi che si impongono all’attenzione del lettore, brani di comizi, di articoli di gazzette dell’epoca, di citazioni storiche e burocratiche portano il lettore a compiere un vero e proprio viaggio nel tempo, verso quei primi anni Venti che videro la stessa Italia sottoposta a un’autopsia politica e sociale che ne segnò per sempre un destino marchiato da quelle ferite che dai singoli si estesero alla intera collettività e viceversa, in uno scambio quasi rituale di lugubre violenza.
Gli Autori, come eterni Semmelweiss, vanno in cerca dell’origine del male, consapevoli che per batterlo non sarà sufficiente una banale asepsi dei corpi, bensì una, ben più difficile, delle anime. E il lettore, avvolto nella lucida oscurità di questa metalettura, ne rimarrà segnato nel profondo.
Un libro.
I marmi, di Carlo Campani e Paolo Cecchini (Narcissus).

venerdì 16 maggio 2014

I trent'anni di Manni Editori

Trent'anni sono passati da quando nel 1984 Piero Manni e Anna Grazia D'Oria fondarono la Manni Editori. Poesia, narrativa, saggistica, la rivista l'immaginazione, la collaborazione con gli artefici della filologia moderna Maria Corti e Cesare Segre. Trent'anni di produzione editoriale invidiabile, testarda, coraggiosa, un esempio che fa testo nel mondo dell'editoria italiana. Sono molto legato a questa casa editrice. Nel 2008 proprio per i loro tipi uscì il mio primo romanzo Notte di nebbia in pianura. Questi trent'anni li sento un pochino anche miei.

mercoledì 14 maggio 2014

Agente Letterario 3.0 Reloaded

Errant Editions dà alle stampe la versione reloaded di Agente Letterario 3.0 di Carla Casazza
Tra 24 ore in tutti gli store online. Stay tuned!

Scrivi? Vuoi sapere come muoverti? Vuoi qualche indicazione che non tutti sanno? Allora questo è il libro per te.
Si tratta di un testo  breve, appassionato, gradevolissimo, indispensabile per qualsiasi aspirante scrittore, utile per gli editori e per chiunque sia interessato alla cultura e voglia cogliere le mutazioni del modo in cui si narrano, si diffondono e si valorizzano le storie nel contemporaneo.
Con questo libro ci si orienta meglio, è  una bussola efficacissima e di agile lettura.

Nella quarta di copertina della prima edizione Angelo Ricci, scrittore, blogger, critico, vicedirettore editoriale di Errant Editions scrisse: "Mutazioni che dal web si riverberano ormai da tempo nell'editoria attraverso un feedback infinito. Editoria digitale, ebook, self publishing, social network, litblog e scritture condivise sono le nuove frontiere della narrazione. Editori, scrittori e tutte le altre figure della filiera
editoriale devono affrontare queste sfide in modo professionale."
Lo stesso Angelo Ricci mesi fa pensò che fosse il momento di una nuova versione.
Si tratta davvero di uno strumento prezioso scritto da un'eccellente professionista con leggerezza e competenza.
La prima versione di questo interessante, originale saggio, è del 2012.
Carla sa, come sapevamo anche noi, che il suo lavoro e il ruolo dell'agente letterario nel contemporaneo è fluido, in costante cambiamento se vuole essere vincente. Lei mette in pratica questo principio ogni giorno
Quello che era valido due anni fa, nel 2014 ha assunto diverse sfumature.
Adesso, potete leggerle e conoscerle

Carla Casazza, giornalista pubblicita, si occupa da vent'anni di comunicazione e uffici stampa.
A questa attività affianca quella di agente letterario, editor e manager editoriale.
Ha pubblicato due saggi storici, Governo ed amministrazione ad Imola nella prima età moderna (ormai esaurito) e Montecuccoli 1937-38. Viaggio in Estremo Oriente (Bacchilega Editore, 2006), la raccolta di racconti Scritto sull'acqua (Narcissus Self Publishing, 2012) e il saggio Agente Letteario 3.0 (Errant Editions, 2012).
Fa parte del collettivo SIC (Scrittura Industriale Collettiva) che ha pubblicato il romanzo In territorio nemico (Minimum Fax, 2013).
Collabora con Critica Letteraria e Bookavenue.