venerdì 23 dicembre 2016

Zero K, di Don DeLillo (Einaudi)

Sul papiro istoriato di una mappa compilata da scribi misteriosi assisi ai limiti estremi del mondo conosciuto, redatta con inchiostri millenari che segnano i confini di imperi crollati e sepolti sotto immensità desertiche che segnano il passare di un tempo che ha definitivamente ingoiato la storia, c'è una traccia che indica il luogo in cui si erge una mastaba o ziqqurat o compound o fortezza, struttura architettonica sepolta, segreta, inconoscibile, accarezzata da entità posticce che indossano i costumi di una guerra combattuta nei luoghi in cui l'alba del terzo millennio ha fatto risorgere conflitti sanguinanti e sanguinosi segretamente incistati nell'alveo di un medioevo mai finito, sorvegliata da figure archetipe di scherani armati al servizio di oligarchie dalla mimesi astuta segnata da vessilli postideologici e da sopraffazioni armate di denaro e fucili mitragliatori. Luogo in cui la summa della creazione letteraria, pittorica, filosofica, teologica, scientifica, architettonica giunge alla sua definizione finale per mezzo della reiterazione di simboli, di segni, di immagini che tutto vogliono riassumere nel tentativo titanico di far coincidere l'infinitamente grande con l'infinitamente piccolo. Interni in cui vite nuovayorkesi, cristallizzate nell'istante eterno della produzione della ricchezza, si specchiano e si confrontano nella spietata ricerca di quella reciproca affidabilità genetica e culturale da cui si genera la massima gradazione del potere, segnale di riconoscimento eterno delle élites che da sempre hanno il comando dell'umanità, affinché il destino dell'autorità possa essere condiviso nel presente per poi poter essere trasmesso nel futuro, un futuro che genera se stesso nel luogo oltrecaucasico in cui le migrazioni dei popoli hanno avuto inizio e in cui hanno avuto fine le ideologie del secolo breve. Figure spogliate di ogni orpello si muovono essenziali interpretando i ruoli perpetui che dall'alba della migrazione indoeuropea sempre ricorrono nella tripartizione iranica: sacerdoti, guerrieri, produttori. Uomini e donne abbandonano lentamente le maschere sociali e le parti imposte dalla coabitazione degli esseri senzienti che formano la collettività umana, per poter giungere, guidati da un potere che è nuovo nella misura in cui ha riunito in sé tutti i poteri del mondo, alla conoscenza di quell'attimo in cui la vita e la morte si uniscono in un uroborico anello di Moebius che è al contempo fine e principio, definizione del tutto e del nulla. Una nuova mistica appare in quell'orizzonte astrale degli eventi che delimita il punto e il momento in cui la nascita dell'universo produce la sua autoriflessa consapevolezza, una mistica che fonde gli arcaismi del cervello rettiliano e la protesizzazione del corpo operata dai devices digitali. Zero K è l'agghiacciante palcoscenico sul quale va in scena la narrazione di questa trasmigrazione genetica e culturale, è l'inquietante papiro sul quale un Don DeLillo ormai profetico stila, con l'infinita pazienza di un sapiente che è riuscito ad andare oltre il tempo, i complessi segni di un nuovo alfabeto le cui lettere compongono forse un misterioso poema che canta la storia dimenticata di un antico impero fondato da esseri senzienti ormai estinti e dissoltosi inevitabilmente nel pulviscolo cosmico dell'universo.
Un libro.
Zero K, di Don DeLillo (Einaudi).

venerdì 16 dicembre 2016

Il decimo numero de Il Colophon


Dieci numeri, un numero ogni due mesi, un periodo di preparazione prima della nascita del numero uno e fanno due anni. Due anni di articoli, di interviste, di recensioni, due anni di libri. Senza mai cedere all'urgenza dell'attualità, anzi andando in cerca dei luoghi più nascosti e segreti della parola scritta, degli autori, delle vicende letterarie, dei momenti meno conosciuti dei libri, evitando sempre la luce spesso artefatta dei riflettori artificiosi che, il più delle volte, illuminano soltanto il nulla. Questo è Il Colophon che da pochi giorni ha tagliato il simbolico traguardo dei dieci numeri. Edito da Antonio Tombolini Editore, diretto da Michele Marziani, illustrato da Marta D'Asaro. Ogni numero un tema diverso. Stavolta è: "Al paese dei libri" e l'editoriale del direttore ne spiega qui i motivi.
In questo numero intervisto Laura Fedigatti, una delle due titolari della libreria Le mille e una pagina, e recensico I libri nella mia vita, di Henry Miller, Storie di libri perduti, di Giorgio Van Straten, Da Moby Dick all'Orsa Bianca, di Anna Maria Ortese, Non sperate di liberarvi dei libri, di Umberto Eco e Jean-Claude Carrière.
Buona lettura!

sabato 3 dicembre 2016

Intervistato da Roberta Marcaccio all'ora del té

Roberta Marcaccio, bravissima scrittrice (tra le sue opere Tranne il colore degli occhi, uscito per i tipi di Antonio Tombolini Editore nella collana Amaranta) mi intervista sul suo blog. Si parla, of course, di Notte di nebbia in pianura, di Sette sono i re, di L'odore del riso, ma anche di scrittura, di narrazione, di luoghi dello scrivere, di creazione letteraria. L'intervista è qui. Buona lettura!

lunedì 21 novembre 2016

L'uomo è morto, di Wole Soyinka (Calabuig)

Africa, continente martire dello sfruttamento coloniale prima e di ben due decolonizzazioni poi, decise a tavolino da un Occidente che l'ha geopoliticamente trafitta con faziose e artefatte linee geometriche criminalmente incuranti dei popoli, delle tradizioni millenarie, delle costumanze consolidate e di collettività sperimentate da secoli, partorendo, come un demiurgo malvagio, stragi, olocausti, torture, omicidi di massa, pulizie etniche e orribili soluzioni finali nate da un'improvvisata e imposta unificazione di popolazioni da sempre antagoniste e da una altrettanto improvvisata e imposta divisione di comunità da sempre unite. 
La prima decolonizzazione del 1960 ha il colore delle divise dei mercenari katanghesi, del sangue dei politici democratici africani assassinati, delle uniformi stirate dei dittatori africani imposti dagli interessi occidentali. Ha il colore giallo e verde delle pellicole dei Mondo movie che danno in pasto alle platee cinematografiche europee, tranquillamente assise in poltrona, il raccapriccio di una inaudita violenza offerta sul vassoio di un finto documentarismo e di una malcelata nostalgia del potere bianco.
La seconda decolonizzazione del 1975 ha il colore dei garofani che i militari portoghesi infilano nelle canne dei loro fucili al momento della loro ribellione al regime di Salazar, ma porta con sé ancora altri dittatori, altri interessi occidentali e stavolta anche sovietici, interessi che procrastinano all'infinito la nascita di un'Africa finalmente libera dal suo passato.
Tra queste due date c'è un accadimento che entrerà potentemente nell'immaginario collettivo e diverrà, per le terribili immagini dei bambini scheletrici vittime di una terribile carestia nata dagli eventi bellici, sinonimo di sofferenza umana: la Guerra del Biafra. Ed è negli anni di questa guerra civile che dividerà tragicamente la Nigeria che Wole Soyinka, intellettuale autenticamente libero e disinteressatamente engagé, si metterà in gioco rischiando la libertà e la vita. L'uomo è morto è il monumentale e potente rapporto che Soyinka redige sulla sua esperienza di prigioniero politico, sulla pericolosa partita a scacchi che coraggiosamente intraprende con il corpo e con la psiche contro polizie politiche e servizi segreti. Saggio o romanzo o reportage o tutte e tre le cose insieme, ha poca importanza; L'uomo è morto è un esempio chiaro e impavido di come la letteratura contenga in sé, nonostante tutto, la possibilità di una speranza, l'azzardo di una mossa che possa tentare di mutare il consolidato e irreversibile corso degli eventi storici e politici cristallizzato dallo spietato e ignobile immobilismo che nasce dalla crudeltà del potere asservito al denaro e agli interessi che avvantaggiano i pochi a danno dei molti.
Lo stesso Soyinka si interroga nelle prime pagine di questo libro sulla possibilità che un linguaggio narrativo possa avere la forza di decrittare tutta la follia della sopraffazione e se la forma del romanzo possa avere il vigore necessario per stigmatizzare e immortalare in un fotogramma di orrore tutta la meschinità spietata di chi si fa servo del sopruso e della violenza. È lo stesso divenire delle pagine che risponderà sia all'autore che al lettore, portando alla luce uno dei più grandi romanzi che mai abbia saputo descrivere quella spietata linea d'ombra che trafigge i singoli e le collettività. Ritratto estremo dell'anima di chi lo ha scritto e di chi ne è raffigurato, L'uomo è morto fonde il coraggio di Soyinka, la sua volontà indomabile di democrazia, l'insondabilità della tirannia, la tragica solitudine di chi, spesso suo malgrado, è costretto ad appoggiarla e la crudele menzogna di chi invece se ne serve come strumento di dominio dell'uomo sull'uomo. Altri orrori seguiranno, come il genocidio del Rwanda, altre contaminazioni tra le caleidoscopiche facce del potere, altre gradazioni di colpevolezza tra gli artefici e i figuranti dell'odio, ma L'uomo è morto si staglia nel panorama dell'orrore umano come narrazione definitiva che riesce a trapassare i tempi come soltanto quei libri che segnano un punto fermo nella storia dell'animo umano sanno fare.
Un libro.
L'uomo è morto, di Wole Soyinka (Calabuig).

lunedì 14 novembre 2016

L'odore del riso a Rimini

Martedì 15 novembre sarò ospite della rassegna Parola di scrittore organizzata a Rimini da Scenafutura. Con il poeta Paolo Vachino dialogherò del mio romanzo L'odore del riso uno dei tre che, con Notte di nebbia in pianura e Sette sono i re, formano la mia Trilogia della pianura.
L'appuntamento è alle ore 18 nella sala del caffé letterario Alidangelocaffé Extro (Via Castelfidardo 58, Rimini).


venerdì 4 novembre 2016

Le ragazze, di Emma Cline (Einaudi)

Leggiadre fatine percorrono la California, vestite di organza svolazzante, dai lunghi capelli sensualmente mossi dalla brezza, dai delicati gesti misteriosi e deliziosamente segnati da una lussuria inconsapevole. Camminano leggere, messaggere di una hibrys appena accennata, calpestando con piedini lievi un suolo costellato di verdi prati primaverili, accompagnate dalle note di una Summer of Love hippie che dal festival di Monterey si avvicina a quello di Woodstock, mentre la convenzione democratica del 1968 è affondata a Chicago dalla protesta contro la guerra del Vietnam e l'astuto Dick Nixon diventa presidente, facendo assurgere la reazionaria Orange County a sorgente infinita di paranoiche e divine visioni di un Philip K. Dick lucidamente allucinato e avviato verso la distruzione epatica in nome di una insurrezione lisergica che ha il suo dio e profeta in Timothy Leary. Le leggiadre fatine dalle movenze erotiche lentamente si avvicinano, si percepisce il loro profumo pungente simile all'afrore animalesco della superba femmina di una invincibile specie predatrice. Le leggiadre fatine sorridono dolcemente e hanno occhi vitrei, occhi coi quali osservano l'erezione dell'immenso membro del principe degli omicidi. Il loro sorriso è il rictus tetanico della morte.
Esiste una toponomastica dell'orrore, una mappatura dei luoghi dell'afflizione sadica che segnano quel paradigma geografico della cultura pop che è lo stato della California e in particolare della metropoli di Los Angeles. Uno degli indirizzi più famosi è il 8763 di Wonderland Avenue, dove il re del porno John Holmes rimase in qualche modo coinvolto in una storia cupa e spietata di omicidi legati all'universo alcaloidale delle sostanze psicotrope. L'altro, ben più penetrato a fondo nell'immaginario collettivo che si nutre di sangue, è il 10050 di Cielo Drive, vicino alle alture di Bel Air, sempre nella contea di Los Angeles. La data degli accadimenti che si svolsero al primo indirizzo è del 1981, quella di ciò che accadde al secondo è il 1969. 1969 è numerazione che ritorna e adorna anche il titolo di alcuni capitoli di Le ragazze, di Emma Cline.
Esiste sempre anche un attimo eterno in cui gli Stati Uniti, culla di ogni narrazione che da più di un secolo si espande nel crudele immaginario umanoide del pianeta, si fermano a fare i conti con il loro passato. L'arte cinematografica ha permesso loro, già nel 1978, ad appena tre anni dalla mattina in cui l'ultimo elicottero dei marines si staccò dal tetto dell'ambasciata americana di Saigon, di metabolizzare la sconfitta nella guerra del Vietnam. 
Le leggiadre fatine dallo sguardo di morte conducono per mano ora gli Stati Uniti a metabolizzare quell'agosto del 1969 in cui la nomade congregazione assassina di Charles Manson, la Family, si dedicò con malvagia perizia allo squartamento, tra gli altri, di Sharon Tate, moglie incinta di Roman Polansky.
Nel romanzo della Cline, Russel è Manson, è ovvio, così com'è ovvio che Suzanne e le altre sono Susan Atkins e Sandra Good e Leslie Van Houten, così come tutto l'ordito della trama è la visione in filigrana degli omicidi di Bel Air. Ma c'è una grandezza in questo romanzo, una grandezza misteriosa che lentamente viene percepita sottotraccia dal lettore e che ha come artefice lo speciale punto di osservazione narrativo. L'io narrante ricorda con orrore, con stupefazione, con rassegnazione. L'io narrante ricorda con tragica lucidità, con triste solitudine. E quello che ricorda è una plumbea atmosfera di attese e di promesse, di vite soffocate da un paesaggio artefatto di bisogni finti e indotti dalla necessità di consumare, di ruoli definiti da una collettività immobile, senza possibilità di fuga, una collettività in cui padri e madri hanno da tempo abdicato al loro ruolo, in cui il sogno lisergico è l'unica possibilità di redenzione, ma anche quel sogno è una creazione di bisogni imposti da chi di quel sogno fa commercio criminale e anche la redenzione promessa è soltanto un idolo malvagio che si nutre dei corpi e delle menti dei suoi adoratori. Quello della Cline è l'autoritratto di un'epoca storica in cui tutta la nostra contemporaneità ha avuto inizio: l'esplosione della cultura pop e la costruzione della condizione giovanile, il mito della rivoluzione sessuale, l'agghiacciante illusione della falsa libertà prodotta dall'uso degli stupefacenti, la scena musicale intesa come rivoluzione e invece condotta sapientemente per mano dal business, così come inteso come rivoluzione e invece business per pochi miliardari eletti sarà da lì a qualche anno quello che Bill Gates e Steve Jobs creeranno nei sobborghi di minuscole cittadine della West Coast. Russel/Manson non è un asceta pazzo, non è un guru omicida, tanto meno un criminale senza scrupoli, ma un pericoloso cazzone squilibrato che voleva fare i soldi cercando un contratto discografico per le sue non certo memorabili canzoni. L'affermazione postbellica di un mercato di consumatori ha esponenzialmente moltiplicato anche i canali e le possibilità della creatività, ma al contempo la visibilità della creazione e la sua relativa fama sono, come sempre, difficilissime strade in salita e per procurarsi i famosi quindici minuti di celebrità declamati da Andy Warhol ormai si può tranquillamente uccidere. Emma Cline scrive un romanzo che trafigge lo scorrere del tempo e con la sua scrittura pone tutti quanti noi di fronte al ritratto di una collettività che ha consapevolmente autodistrutto ogni sua aspirazione. Nel deserto dell'anima forse c'è una piccola speranza: quella di iniziare tutto da capo, senza illusioni.
Un libro.
Le ragazze, di Emma Cline (Einaudi). 

martedì 18 ottobre 2016

Antonio Tombolini Editore compie 100 titoli!

Antonio Tombolini Editore compie 100 titoli! E' un traguardo importante per questa coraggiosa e innovativa casa editrice con cui collaboro con convinzione sin dall'inizio. 
Tra questi 100 titoli ci sono anche i miei Notte di nebbia in pianura, Sette sono i re (libro che ha inaugurato la collana Officina Marziani) e L'odore del riso
Per festeggiare con tutti i lettori questo evento entusiasmante, l'editore promuove le versioni digitali dei suoi libri a 1,99 Euro fino al 6 Novembre
Che dire? Buona lettura e augurissimi!


martedì 11 ottobre 2016

Il nono numero de Il Colophon


E' uscito da pochissimo il nono numero de Il colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "Andare, camminare, lavorare", mutuato dall'omonima canzone del grandissimo Piero Ciampi e il perché ce lo spiega qui l'editoriale del direttore Michele Marziani. In questo numero scrivo dello scrittore ligure Francesco Biamonti, autore dallo stile genialmente rarefatto scoperto da Italo Calvino, e recensisco Donnarumma all'assalto di Ottiero Ottieri, uno dei romanzi di spicco del cosiddetto "romanzo industriale" italiano. Dulcis in fundo c'è un mio racconto, dal titolo Strategia dell'ombra, scritto appositamente per questo numero della rivista. Bellissime come sempre le illustrazioni della bravissima Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 20 settembre 2016

La letteratura nel reticolo mediale. La lettera che muore, di Gabriele Frasca (Luca Sossella editore)

Ci sono libri che vanno ben oltre il testo, che hanno la capacità di trasfigurarsi in un mezzo in grado di raggiungere i confini millenaristici di un altrove in cui si scorgono i bagliori di un nuovo universo. È questo certamente il caso di La letteratura nel reticolo mediale. La lettera che muore di Gabriele Frasca. Saggio? Rapporto estremo? Narrazione epocale? Analisi definitiva sullo stato dell'arte? Ebbene sì, questo testo è esattamente tutto questo. Ma è anche medium, strumento, sonda, vedetta, navicella, avamposto. È al contempo narrazione e narrazione della narrazione, causa ed effetto, esperimento e verifica. Gabriele Frasca si spinge oltre i Bastioni di Orione, si lascia alle spalle le astronavi terrestri in fiamme e raggiunge un Punto Omega in cui l'osservatore è al contempo l'osservazione e l'osservato e ogni variazione è indicatrice sia di se stessa e sia di chi l'ha provocata. Quest'opera è un monumentale excursus tra i passati, i presenti e i futuri, espressioni temporali tra loro intrecciate in un percorso che mette in discussione lo spaziotempo sino alla apparizione meravigliosa di un anello di Moebius che, come il monolito kubrickiano, si staglia in tutto il suo magnifico e spaventoso splendore, illuminando di una luce che proviene dall'inesprimibilità del Tempo di Planck l'apparente immobilità di un alfabeto che contiene in sé codice e chiave, enigma e risoluzione, quesito e risposta, contenuto e piattaforma. L'inscindibilità dello scambio di informazioni nel parallelismo genetico e non genetico, la fluttuazione di variazioni e stilemi che provengono e arrivano dalla fusione tra strutture anatomiche vocali e media, media che altro non sono se non protesi di espressività totalizzanti che racchiudono la storia dell'umanità e degli universi, delimita il perimetro di una multicellularità senziente in cui convivono al contempo la produzione e la stessa fruizione della comunicazione nonché le stesse piattaforme attraverso le quali l'una e l'altra giungono a compimento. Ma è questo un obiettivo che non può avere una sua immobilità in quanto esso stesso diviene mutevole nel divenire di un'infinita rincorsa nella quale i protagonisti sono al contempo artefici e spettatori, produttori e prodotti, narratori e narrati, sino al fuggevole attimo quantistico in cui tutto nuovamente riprende, in una commistione di similitudini e differenze che conduce a un nuovo confine che condurrà ad altri confini ancora. In questo modo Frasca ci fa comprendere mirabilmente la liquida indissolubilità della scrittura, della lettura, dei media che a loro volta sono scrittura e lettura. Tutto a questo punto appare avere un senso, un senso che l'Autore fa trasparire da questa sua opera immensa e ineludibile senza la quale questo significante ci sarebbe sfuggito. E nella lettura d questo libro il lettore lentamente si immergerà nella esperienza totalizzante di essere una parte di un tutto che si rinnova immutabile negli attimi eterni che segnano la genesi di quel messaggio definitivo che si diffonde oltre l'orizzonte degli eventi.
Un libro.
La letteratura nel reticolo mediale.La lettera che muore, di Gabriele Frasca (Luca Sossella editore)

martedì 6 settembre 2016

Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, di Mario Levrero (Calabuig)

Già Il romanzo luminoso ci aveva fatto scoprire un autore immenso, capace di mantenere la narrazione sulla lama di un rasoio che sezionava destini pubblici e privati, immersi in una fusione di tempi e piani narrativi che, da un apparente presente, si aprivano la strada verso sviluppi stregati e onirici. Ora appare questo breve romanzo che porta un titolo meravigliosamente tracimante: Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo. Banale divertissement? Esercitazione estrema del realismo magico latino americano? Pamphlet? Provocazione? Avanguardia sperimentale? Dalla sua Montevideo, una delle capitali della letteratura sudamericana, Mario Levrero compie con questo romanzo una vera e propria incursione letteraria immersa in un mimetismo affascinante che, ancora una volta, ci dimostra come questo grandissimo, e purtroppo ancora poco conosciuto, autore abbia la capacità geniale di giocare con le parole e i generi costruendo al contempo solidissime strutture narrative che vanno oltre le stesse parole e gli stessi generi. Non va mai dimenticato che Levrero è stato un narratore atipico, uno dei primi a comprendere la mutazione informatica e digitale, uno dei primi a saper coniugare tutte le infinite potenzialità del testo scritto e a intravedere i confini verso i quali una letteratura liberata da schemi preordinati possa spingersi. Con questo romanzo Mario Levrero deposita nel mare infinito delle narrazioni una fondamentale boa di segnalazione dalla quale sia lo scrittore che il lettore, uniti indissolubilmente nella pratica della scrittura/lettura, due facce di una stessa affascinante fusione mentale, sono spinti a superare i confini sia del romanzo che delle piattaforme di espressione narrativa. Al di là della trama funambolica e caleidoscopica Mario Levrero letteralmente usa questo suo romanzo, lo utilizza, se ne serve come strumento, come interfaccia testuale, ma anche ipertestuale nella misura in cui un ipertesto è tale non solo se subordinato al digitale ma anche e soprattutto, come in questo caso, se presuppone e supera tutte le forme di struttura narrativa per superare la barriera della fusione mentale scrittore/lettore e per fare in modo di penetrarla, oltrepassarla e presentarsi direttamente al lettore trafiggendo il perimetro apparentemente invalicabile che delimita la matrice di quella stessa fusione mentale. Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo è un libro geniale, unico, inimitabile, agghiacciante perché per la prima volta uno scrittore irrompe nella torre d'avorio della narrativa e ne svela tutti i manierismi e le teorie e per il lettore attento nulla potrà mai essere come prima.
"E tu, lettore, che ti impietosisci per il vuoto di Nick Carter, che cosa sai dirmi di te? Del tuo enigma, della tua identità? Non ti rendi conto che anche tu sei stato assassinato? Anche a te hanno piantato un coltello nella schiena il giorno stesso in cui sei nato. ma nella tua cecità chiami vita la tua vita, quella che trascini, come tanti lettori, infettando il mondo. Non è ancora nato il detective capace di indagare sulla tua morte, o lettore. Non sarai mai vendicato, anonimo verme. Tu non sei migliore di Nick Carter, e neppure di me."
Un libro. 
Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, di Mario Levrero (Calabuig).

venerdì 19 agosto 2016

Il fattore Borges, di Alan Pauls (edizioni SUR)

Esiste certamente una questione Borges, ed esiste nella misura in cui Borges stesso ne ha definiti i termini. Immenso funambolo della parola scritta, euclideo ingegnere della struttura narrativa, pitagorica sfinge che si erge solitaria nel panorama della letteratura, panorama che ha contribuito a creare, a modellare, a destrutturare, Borges appare al contempo come avanguardia coltissima e retroguardia barocca. Il perimetro della letteratura fantastica, il realismo magico dei Garcìa Márquez in mimetica fidelista e dei Cortázar in dolcevita esistenzialgiovanilista, non può essere sufficiente per definirlo e non lo è mai stato. Certo la prima apparizione in Italia del grande argentino è dovuta alla Antologia della letteratura fantastica pubblicata dagli Editori Riuniti e all'einaudiano Finzioni prima che Borges divenisse una delle colonne portanti di Adelphi. Nei primissimi anni Ottanta è l'editore bodoniano Franco Maria Ricci a portarlo in pellegrinaggio nella penisola periferia dell'Impero e a pubblicarne stralci sulla lussuosa rivista FMR e poi a editarne i suoi testi di riferimento, i mattoni della sua onirica ziqqurat letteraria, nella collana La Biblioteca di Babele, ripresa poi dagli Oscar Mondadori. Quando la critica letteraria italiana era spesso vittima di sviste ideologiche Borges era frettolosamente incompreso se non addirittura ignorato. All'editore parmense, ora a sua volta  assiso in un personale e magnifico, e borgesiano of course, labirinto, va senz'altro il merito di aver “sdoganato” l'inarrivabile aedo argentino. Io stesso fui testimone, moltissimi anni fa, dell'incomprensione italiana per Borges quando, ascoltando una trasmissione radiofonica, lo sentii definire, con estrema serietà, essenzialmente come un ladro di testi altrui e come un inventore di autori e di opere false fatte passare per vere. Borges declassato quindi a piccolo falsario, a membro della consorteria dei plagiatori (ah, quelle metafisiche, e un po' ridicole, mostre di falsi d'autore che adornano gli estivi pomeriggi sonnolenti degli alberghi della Riviera di Levante e di Ponente). Naturalmente evito ogni valutazione sull'imbecillità di chi produsse quell'ignobilmente frettolosa e illetterata valutazione. Negli anni naturalmente le cose sono mutate. Borges si è trasfigurato in una sorta di icona pop e lo stesso Bolaňo, altra trasfigurazione pop, lo ha inserito nel suo Pantheon di autori preferiti (esiste una sorta di vulgata in rete secondo la quale il mito di Bolaňo sarebbe stato costruito a tavolino da un gruppo di quotati e famelici agenti letterari "gringos" e la cosa, qualora fosse veritiera, renderebbe comunque Bolaňo ancor più bolaňiano o, perché no, ancor più borgesiano). Appare ora questo Il fattore Borges che le edizioni SUR, sempre attente a ciò che letterariamente accade nell'emisfero australe del pianeta, pubblicano con una felicissima intuizione grafica per quanto riguarda le note al testo, intuizione che lenisce alquanto le tribolazioni del lettore alle prese con le famigerate, anche se ineludibilmente importanti, note a piè di pagina. Dalle pagine di questo saggio traspare lentamente, grazie alla bravura e alla preparazione dell'autore Alan Pauls, una nuova figura del Borges scrittore e del Borges artefice di scritture. L'icona pop non è più quella incardinata nell'ormai imponente apparato iconografico e critico, ma Borges appare nella sua evoluzione temporale e letteraria. Non più quindi un'immobile statua che se ne sta pensosa nel mezzo di una piazza dipinta da De Chirico, ma un autore che ha dovuto fare i conti con le avanguardie letterarie degli anni Venti, ne è stato affascinato prima e poi ha costruito i presupposti per abbandonarle e creare nuove e inedite forme di narrazione che trapassano e trasfigurano gli stessi luoghi in cui queste narrazioni avvengono. Borges che odia dapprima i sobborghi di Buenos Aires e poi ne diviene invece il cantore, in una sorta di riaffermazione quasi etnica della lingua "criolla" dei nativi in contrapposizione ai nuovi arrivati spagnoli e italiani (quasi una sfida etnicoletteraria che ricorda l'epopea di Le gangs di New York di Herbert Asbury, opera che Borges lesse con molto interesse), Borges che vede in West Side Story una rivisitazione delle lotte medioevali fra le tribù vichinghe, Borges che accoglie il romanzo poliziesco come forma geometrica perfetta della struttura narrativa e che, nei suoi mondi letterari costellati di citazioni, teologie, gnosi e neoplatonismi (dove l'autentico si fonde con l'artefatto e l'artificio e dove la mistificazione erudita diviene mezzo di (auto)ironica celebrazione dell'erudizione stessa) è già negli anni Quaranta un precursore del postmodernismo. È un Borges nuovo quello che appare da queste pagine. Un Borges impegnato a celarsi al mondo e al contempo dedito con dovizia e perfezionismo professionale a costruire il proprio mito cui, molto borgesianamente, è il primo a non credere. Un immenso ingegnere della parola e un profondissimo creatore di mondi letterari e di distorsioni geniali dove la finzione è l'autentica realtà e la realtà è l'unica finzione possibile.
Un libro.
Il fattore Borges, di Alan Pauls (edizioni SUR).

domenica 7 agosto 2016

L'ottavo numero de Il Colophon


E' uscito da pochi giorni l'ottavo numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "Quelle piccole cose di pessimo gusto" (qui l'editoriale del direttore Michele Marziani). In questo numero c'è un mio articolo: Un clistere allo zabaione. Che cosa sarà mai questo inquietante e zuccherino clisma cremoso? Per scoprirlo bisogna leggere l'articolo. Il tutto, come sempre, illustrato con rara maestria da Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 18 luglio 2016

Mi chiamo Lucy Barton, di Elizabeth Strout (Einaudi)

Andare in cerca di una legge narrativa che, come la famosa teoria della fisica, riesca a spiegare il senso della vita e tenti di ricomprendere il tutto è sempre stata impresa difficile, spesso sfuggita a romanzieri di onorata e lunga carriera. Ebbene, con pennellate al contempo leggere e incisive, con parole al contempo lievi e potenti, con uno stile al contempo scarno e corposo, Elizabeth Strout riesce magistralmente a superare questa sfida con questo bellissimo Mi Chiamo Lucy Barton. La malattia, gli affetti, gli amori, la povertà, il rapporto tra metropoli e provincia americana, la tragica e atroce presenza paterna, la complessa e tuttavia affettuosa figura materna, da qui prende le mosse questa narrazione che, nel suo sempre più coinvolgente divenire, lentamente ammalia il lettore e lo conduce amichevolmente per mano facendogli compiere un viaggio che ha come meta il virtuoso intrecciarsi delle anime dell'Autrice e di chi la legge. 
Mi chiamo Lucy Barton è romanzo che riesce a coniugare in sé, e lo fa con rara capacità, sia le dominanti, e problematiche, visioni che albergano da sempre nella società e nell'immaginario americano, sia il caleidoscopico mutare della loro interpretazione e descrizione che è elemento distintivo e unificatore della miglior letteratura americana. 
Elizabeth Strout fa risorgere la grande epopea degli Steinbeck e dei Dos Passos e la immerge nella forte e angosciante prova delle short stories hemingwayane, liberandola però del machismo eroico di queste ultime e rivivificando il minimalismo carveriano sfuggendo tuttavia intelligentemente dalla trappola della sua troppo enigmatica solitudine. Interessante e particolare è poi l'intrecciarsi dei piani temporali e di quelli narrativi nei quali si mimetizza l'esperienza editoriale e l'amore per i libri dell'io narrante che velatamente cela le passioni letterarie e il rapporto quasi simbiotico con i libri che è certamente parte fondamentale della vita dell'Autrice stessa.
Il frutto di tutto ciò è un romanzo miracoloso, unico ed estremamente coinvolgente. Un miracolo narrativo che, come pochi altri, riuscirà, una volta che sarà arrivato all'ultima pagina, a rendere migliore ogni lettore.
Un libro.
Mi chiamo Lucy Barton, di Elizabeth Strout (Einaudi).

martedì 12 luglio 2016

A metà dell'orizzonte, di Roland Buti (Calabuig)

Una Svizzera dissimulata, particolare, quasi onirica, intersezione di mondi arcaici e moderni al contempo. La canicola dell'estate del 1976 è lo scenario che cristallizza in un attimo di angosciante sospensione l'incrociarsi di destini sì apparentemente immobili ma tuttavia protagonisti loro malgrado di una tragica mutazione che scardina le vite e le anime. Quello che Roland Buti narra è un universo parallelo a quello della disarticolazione del romanzo messo in scena da Friedrich Dürrenmatt nei suoi libri o a quello silenziosamente allarmante che Claude Goretta presenta nei suoi film, altri due autori elvetici che descrivono una Svizzera circostanziata da ombre opprimenti, da strane attese, da presenze soffocanti. La campagna apparentemente quieta che Roland Buti racconta è gravida di incomprensioni celate, di speranze esplosive, di desideri tracimanti nella impossibile trasgressione e cocciutamente conservati nel silenzio. Uomini, donne, ragazzi, ragazze, animali, alberi, sono tutti a loro modo protagonisti di una lenta fusione di aspettative tradite e di volontà di fuga mai messe in opera. Tutti gli esseri viventi, costretti a rimanere incardinati nel posto loro destinato da un fato atavico e millenario, un fato modellato da secolari tradizioni che albergano tra i pascoli e i monti della Confederazione Elvetica, sono indotti bruscamente a fare i conti con una caldissima estate che si manifesta improvvisa come il segno chialistico di un demiurgo che ha deciso di far crollare le secolari immobilità di questa terra chiusa tra le fredde verticalità alpine. Alla fine tutto sarà definitivamente mutato e nulla potrà mai essere come prima. Da un lato una madre sceglierà il proprio destino accanto a una donna, abbandonando la famiglia, dall'altro la più vecchia giovenca della fattoria sceglierà la morte per inedia rimanendo immobile nella calura. Nel mezzo i vecchi moriranno, i padri abdicheranno definitivamente al loro arduo ruolo. Solo qualche giovane diverrà padrone del proprio destino. Chi non ci riuscirà rimarrà lì a metà dell'orizzonte, preso dall'inesorabile divenire del tempo, a testimoniare con la propria inevitabile decadenza fisica come ogni cosa sia da tempo immemorabile destinata a cambiare.
Un libro.
A metà dell'orizzonte, di Roland Buti (Calabuig).

lunedì 11 luglio 2016

Tranne il colore degli occhi, di Roberta Marcaccio (Antonio Tombolini Editore)

Romanzo con una trama dal sapore antico e riassemblata sapientemente con un uso interessante del divenire spaziotemporale. Amore, amicizia, morte, sentimenti forti sono quelli che albergano in Tranne il colore degli occhi, sentimenti che l'Autrice giostra magistralmente, riuscendo a tenere il passo e la cadenza di certe novelle del Verga. E così come nei romanzi del nostro Ottocento il dolore della vita si fa strada tra l'infittirsi dei personaggi la cui presenza non è mai pletorica bensì funzionale al divenire spaziotemporale delle vite di luoghi e persone. Luoghi e persone che si intrecciano attraverso un uso genialmente quasi sperimentale della sovrapposizione dei tempi e della tecnica del flashback. Un'analessi che non è solo mezzo ma anche e soprattutto strumento per l'indagine delle anime, anime che sono indissolubilmente legate alla fusione del presente con il passato e con il futuro, una fusione che in ogni attimo della lettura regala al fortunato lettore la corposità di una storia che non è mai banale e in cui il peso del dolore è trattato con letteraria levità. 
In Tranne il colore degli occhi il passo e la cadenza del romanzo ottocentesco bene si fondono con l'eco di quegli sceneggiati che negli Anni Settanta venivano trasmessi dal mezzo televisivo, quegli sceneggiati in cui i personaggi erano interpretati dai grandi nomi dei teatro italiano e che, ancora oggi, fanno impallidire la povera fiction a noi coeva. In questo romanzo c'è tutto: la trasformazione sociale del nostro paese, la provincia nascosta, la metropoli immensa, la mutazione del sentire dei costumi e della società. Il tutto reso in modo mai banale, mai pesante, mai retorico.
Tranne il colore degli occhi è un come quei feuilleton che all'inizio furono catalogati come romanzi d'appendice e che poi invece hanno saputo attraversare e interpretare i tempi della grande letteratura. 
Roberta Marcaccio scrive un romanzo al contempo antico e nuovissimo, potente e lieve, tradizionale e innovativo.
Un libro.
Tranne il colore degli occhi, di Roberta Marcaccio (Antonio Tombolini Editore)

martedì 14 giugno 2016

L'odore del riso. La recensione di Stefania Pastori


Una recensione estremamente interessante e approfondita è quella che Stefania Pastori scrive a proposito de L'odore del riso. Una recensione che porta un grande contributo alla interpretazione di questo mio libro. L'originale è qui. Buona lettura!

Un tempo, fui assistente di un pittore famoso negli anni '70, poi decaduto. Il suo motto era: “Il colore è tutto.” O forse era il motto di Carlo Carrà, non ricordo. Angelo Ricci potrebbe assumerlo come proprio. Il colore in tutte le sue declinazioni screziate ravviva ogni pagina del suo scrivere.
L'incipit è fulminante, inchioda alla sedia/divano/letto/tazzadelcesso e impedisce di pensare ad altro. “Io so tutto di voi.” Io chi? Voi chi?
Eppure, c'è già tutto. Lo spazio: quella troia della pianura padana. Il tempo: l'oggi coi suoi soldi sporchi da lavare. I protagonisti: gli americani del sud che costruiscono. Il cosa: villette a schiera. Il chi: il venditore/narratore, sgamato.
Patotas.
Daglielo al Mondo!
Si susseguono parole messe lì non a caso, ma solo per renderti incapace di capire. Si direbbe poesia in prosa, anzi, meglio, prosa in forma di poesia. Sensualità. Sessualità. Scorci. Squarci di colore e fiori e finestre.
“La Taverna. Insegna a pezzi. Plastica opalescente annerita dallo sfinimento dei neon. Memorie perse dai colori morti.” Ecco dove si trova la poesia di Ricci: nelle plastiche consunte. “Tir dalle bocche sguaiate e urlanti muggiscono la loro presenza definitiva. Muovendo pacchi caldi di aria bollente.” Ma anche nel movimento dei Tir. Una poesia che sorprende, che spiazza, che narra l'inenarrabile. “Io so tutto di voi.” Io chi? Voi chi?
Dopo un centinaio di pagine si capisce che quel Mondo con la maiuscola è una persona che fa lo sfasciacarrozze. Il “Daglielo” è l'invito a dargli un vecchio motorino arrugginito. L'invito è pretesto per un dramma consumato tra ragazzini. È preludio per la costruzione di uno dei personaggi chiave.
“Ancora una volta si volse a guardare la porta del garage. Era lì che era successo tutto. Era lì.” Per l'ennesima volta sembra riaffacciarsi un ricordo di una ricca ragazza grassa che appare a sprazzi. Per l'ennesima volta, Ricci non ce lo svela.
Poi c'è la faccenda di una ragazza nuda e prigioniera. Di uomini che si direbbero dalla parte della legge. Ma violentemente grezzi. La ragazza muore per sbaglio. Infine sapremo che è solo uno degli innumerevoli interrogatori a suon di pungolate elettriche, di cadaveri che spariscono nell'Atlantico dell'America del Sud.
Infine sapremo anche cosa successe nel garage. Ma non ne farò spoiler, perché è annodato strettamente ai cadaveri nascosti nell'Atlantico. E anche a colui che afferma: “Io so tutto di voi.”
Infine sapremo anche della parola misteriosa. Patotas. E il significato dell'odore del riso. Scopriremo anche come tutto si lega in una di quelle geometrie perfette che aprono il libro e lo chiudono. Ricci, geometra perfetto della narrazione. Dopo Scerbanenco, solo Ricci, che sta reinventando la narrativa gialla. Solo un difetto: gli spiegoni, ma si capisce che Ricci non avrebbe voluto farli.
Consigliato a chi ama gli incastri geometrici della narrazione, a chi vuole uscire dai consumati rigori del giallo. Ai poeti della banalità del male.

lunedì 13 giugno 2016

Il settimo numero de Il Colophon


E' uscito da pochi giorni il settimo numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore. Il tema di questa volta è "L'isola riflessa" (qui l'editoriale del direttore Michele Marziani). In questo numero recensisco L'isola del giorno prima di Umberto Eco e Isole nella corrente di Ernest Hemingway. Inoltre c'è anche un mio racconto inedito, L'sola del burattinaio, scritto appositamente per la rivista. Il tutto come sempre magnificamente accompagnato dalle illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

lunedì 30 maggio 2016

Storie di libri perduti, di Giorgio Van Straten (Laterza)

Messaggi lanciati verso mete ignote ai confini di quello spazio tempo che delimita la necessità che l'umanità ha di raccontare se stessa. Questi sono i libri. Oggetti sacri e sacrileghi, scrigni che racchiudono tesori e maledizioni, entità semidivine simbioticamente unite ai loro autori e ai loro lettori, nella riaffermazione della ricerca di un tutto universale in cui materia e spirito si fondono. Oggetti che spesso sono anche soggetti di storie, protagonisti di destini, creatori di mutazioni e infinite combinazioni, declinate su una tavola pitagorica che si erge immensa sullo sfondo di paesaggi metafisici di condivisioni esponenziali. Libri che sono diventati pietre miliari del percorso delle entità senzienti, libri che si sono annullati nell'oblio eterno frutto di quella lotteria borgesiana che in palio ha la vita stessa, libri che veneriamo, libri gettati nei roghi che costellano la notte del potere e delle ideologie. E libri che mai hanno visto la luce eppure sono vivi, vivi nella memoria dei loro creatori, nei destini delle loro peregrinazioni, nel ricordo di chi, per un fuggente attimo, ha avuto la ventura di osservare il loro misterico bagliore subito oscurato. Sono questi i libri di cui Giorgio Van Straten racconta la storia in questo bellissimo e imperdibile saggio. Libri che per un attimo eterno hanno emesso fotoni definitivi come una pulsar ai confini dell'universo e che si sono poi spenti lasciando un ricordo di onde elettromagnetiche simili a particelle elementari il cui segno è celato nel mistero della coscienza collettiva. Manoscritti rubati in stazioni ferroviarie di metropoli europee, persi nella fuga dall'oppressione, obliati dalle intossicazioni alcaloidali, distrutti dalla ricerca maniacale della perfezione perseguita dai loro stessi autori o a causa della riservatezza amorevolmente estrema degli eredi di chi li aveva composti. Libri perduti che, a loro volta, sono diventati materia per la narrazione operata da altri scrittori ancora che, demiurghi inconsapevoli del mistero della letteratura, hanno a volte, in altri libri, trovato la via di una verità che si è indissolubilmente legata alla finzione. Storie di libri perduti è lettura fondamentale per tutti quelli che sanno che i destini del mondo sono incrociati proprio dalle e nelle parole dei libri.
Un libro.
Storie di libri perduti, di Giorgio Van Straten (Laterza).

lunedì 16 maggio 2016

L'arte della guerra zombi, di Aleksandar Hemon (Einaudi)

Finalmente! Finalmente un autore che non va in cerca del Grande Romanzo Americano, vetusto miraggio letterario che da sempre permea la narrativa del paese che è il paradigma dell'immaginario occidentale. Finalmente un autore che si smarca dall'imposizione pavloviana, comune a tanti altri narratori che scrivono negli States, di interpretare la contemporaneità, compiendo uno spostamento di pochi ma significativi anni e ambientando questa storia nei primi anni Zero del Terzo Millennio, producendo così una piccola ma eloquente trasfigurazione temporale che magistralmente dribbla il monolite dell'attacco alle Torri Gemelle, andando a scavare in quelle che sono le reali essenze della violenza bellica che impregna gli avvenimenti politici ed economici dei nostri giorni e cioè la prima guerra del Golfo (quella di Bush padre, madre di tutte le contaminazioni geopolitiche odierne) e la guerra civile iugoslava, primigenio apparire di un dio della guerra malvagio appena liberato dalla consunzione del mondo partorito dalla conferenza di Yalta, mondo che, nel pur folle bilanciamento delle testate atomiche, era riuscito a garantire una immobilità che aveva almeno incatenato i demiurghi delle pulizie etniche e delle soluzioni finali e dell'orrore. È l'orrore infatti il protagonista di questo romanzo, l'orrore che nasce da una quotidianità di personaggi segnati da guerre sanguinose e sanguinarie che hanno indelebilmente marcato questo Terzo Millennio che tutti avremmo pensato differente. Profughi bosniaci che hanno portato nel nuovo mondo tutte le ossessioni dei massacri balcanici, veterani di Desert Storm ormai persi in un eterno trip di pazzia che ricorda l'inferno mentale del phildickiano Un oscuro scrutare, isolati sceneggiatori di trame cinematografiche che mai avranno visibilità e che tentano di sopravvivere all'apocalisse della vita quotidiana, mentre cercano di raccontarla attraverso trasfigurazioni horror (come non ricordare The American Nightmare, l'imprescindibile documentario che interpreta l'horror come tentativo di narrare la deflagrazione della società americana a partire dal massacro di Bel Air del 1969, anno, guarda caso, della crisi della Summer Of Love, documentario la cui uscita precede di un anno il monolite dell'attacco alle Torri Gemelle), psicoterapeute nipponiche dall'erotismo estremo e dai serici capelli neri che appaiono come dee della vendetta, padri e madri della classe media ebraica intenti a stigmatizzare il fallimento delle loro relazioni matrimoniali affondate miseramente in un Middle West di paesaggi destrutturati. La trama del film horror che spezza i capitoli, fatica letteraria che sgorga dall'autoanalisi dell'io narrante, alla fine si impadronisce delle vite di tutti e al lettore appare così in tutta la sua magnificenza il demiurgo malvagio che in realtà ha sempre tirato i fili dei tragici personaggi imprigionati nei loro crudeli ricordi. Aleksandar Hemon fonde con geniale maestria la parola borgesiana di Danilo Kiš e la particolare scrittura di Donald Westlake e ne nasce questo L'arte della guerra zombi, romanzo unico, acuto, brillante, da leggere.
Un libro.
L'arte della guerra zombi, di Aleksandar Hemon (Einaudi).

lunedì 9 maggio 2016

Antonio Tombolini Editore, il libro di carta e quello elettrico

Antonio Tombolini da sempre sa che il contenuto di un libro si coniuga con i formati. Questi ultimi nel corsi dei secoli sono mutati e muteranno ancora, ma il libro, inteso come rapporto multilaterale tra autore e lettore, crea una sorta di continuum che va ben oltre lo spazio e il tempo, sino a raggiungere territori quantistici dove questo continuum diventa esso stesso lo spazio e il tempo.
Antonio Tombolini Editore ha iniziato l'esplorazione di questo continuum con il libro elettrico (mutuo questa definizione dal grande Gabriele Frasca che a suo tempo intervistai per Il Colophon) cui ora si aggiunge anche il libro di carta, nella riaffermazione di quel circolo virtuoso in cui i formati si coniugano, si compenetrano, si fondono, individuando il senso primario di quel concetto così umano e al contempo così divino che è la lettura. 
Vengono perciò dati alle stampe in formato cartaceo, dopo quello elettrico (in attesa degli altri che seguiranno) dodici libri che iniziano a colonizzare i confini quantistici della lettura. Tra questi dodici titoli ce ne sono anche due scritti dall'autore di questo blog: Sette sono i re e L'odore del riso, che con Notte di nebbia in pianura vanno a comporre la mia Trilogia della Pianura.

Così nel blog dell'editore:
Antonio Tombolini Editore non vuole essere un editore di ebook, e neanche “soprattutto di ebook”.
Antonio Tombolini Editore vuole essere un editore all’altezza dei tempi, di questi tempi, caratterizzati soprattutto da due fatti (diversi e concomitanti):
1. il digitale: il digitale è la rivoluzione dei modi della produzione e della fruizione, anche del libro;
2. la rete: la rete è la rivoluzione dei modi della distribuzione e della comunicazione, anche del libro.

Per quanto “mi disegnino così”, dice Antonio Tombolini,  a me non interessa l’ebook. A me interessa salvare e promuovere il libro, inteso come “esperienza libro”, esperienza di quel tipo di scrittura e di lettura, fatta di testo (solo, o quasi solo, o per lo più di testo), tendenzialmente lungo, che richiede concentrazione, tempo, isolamento. Esperienza libro che vedo seriamente minacciata dall’avvento del digitale e della rete.

La salvezza del libro non è solo ebook. È anche ripensamento, alla luce del digitale e della rete, della filiera di produzione-distribuzione-fruizione del libro di carta, perché no? Per questo abbiamo deciso che tutti i libri pubblicati da Antonio Tombolini Editore saranno prodotti e distribuiti sia come ebook che in formato cartaceo, ovviamente seguendo alcuni criteri imprenscindibili per noi: print on sale, stampe fatte solo ed esclusivamente per soddisfare ordini effettivi, e dogma delle “rese zero”.

Ai lettori non resta che seguire questa nuova avventura ben sapendo che il motto non può che essere "Sky is the limit".

mercoledì 20 aprile 2016

Turismo urbano, di Hebe Uhart (Calabuig)

Tra cittadine immerse in una pampa argentina dalle attese oniriche borghesiane, tra vie di metropoli di un'Europa segnata da meticolosità germaniche che attendono solo di essere stigmatizzate da Thomas Bernhard, nella scenografia di improvvisate sale di circoli culturali paesani e congressi internazionali di letterati che sembrano usciti dalle pagine di 2666 di Roberto Bolaňo, si dipanano questi otto racconti meravigliosi nella loro geniale linearità. Spesso l'io narrante è rappresentato dall'autrice stessa, mimetizzata da un disincantato tono autobiografico, altre volte è rappresentato dall'eco della voce di uno dei tanti protagonisti che sciolgono le loro aspettative letterarie in un presente che non ha più un passato e che teme il futuro. 
Tanti Bouvard e Pécuchet di un mondo letterario minimo e malinconico che cercano incessantemente di dare un senso alla comunione delle loro vite inconcludenti con la immaginata luminosità della fama letteraria, nonostante la tuttavia onnipresente delusione che nasce proprio dal contatto con quel mondo, sfilano dinnanzi al lettore che lentamente diventa partecipe del divenire della trama, per mezzo di una catarsi letteraria che lo avvolge in una delicata melancolia dalla quale l'autrice fa nascere la speranza che tutte le vite comunque hanno un senso purché si ingegnino a cercarlo, anche se poi mai lo troveranno.
Turismo urbano va ben oltre la dimensione di una mirabile silloge di racconti, trasfigurandosi in saggio sulle meschinità di un mondo letterario che è a sua volta paradigma del mondo, rimarcato dalle invidie, dalle rivalità, dalle ottusità celebrate come grandezze intellettuali e dalle genialità che sempre rimarranno purtroppo celate.
Hebe Uhart scrive un vero e proprio baedeker per coloro che si confronteranno, forse loro malgrado, con le durezze che albergano nella consorteria degli addetti ai lavori (spesso presunti) dell'universo mondo della scrittura, delle lettere, dell'editoria. Turismo urbano è libro che va letto e meditato affinché ogni aspirante autore sappia che forse aveva ragione il signor Saval, notaio di Vernon, artista frustrato e tragicomico protagonista dello schietto racconto di Maupassant Una serata a Parigi.
Un libro.
Turismo urbano, di Hebe Uhart (Calabuig).

lunedì 11 aprile 2016

Il sesto numero de Il Colophon


E' uscito da pochi giorni il sesto numero de Il Colophon. Rivista di letteratura di Antonio Tombolini Editore, diretta da Michele Marziani. Il tema di questa volta, prendendo spunto da Italo Calvino, è: "Le città invisibili". In questo numero scrivo di Beirut, città tra Oriente e Occidente interpretata dal punto di vista della narrativa libanese contemporanea, dei paesaggi narrativi di Roberto Bolaňo, intervisto il grande scrittore pavese Mino Milani e recensisco Sei problemi per don Isidro Parodi, opera a quattro mani scritta da Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Casares. Inoltre, last but not least, c'è anche un mio racconto. Il tutto magnificamente accompagnato dalle illustrazioni di Marta D'Asaro.
Buona lettura!

martedì 29 marzo 2016

Io e Mabel. Ovvero L'arte della falconeria, di Helen Macdonald (Einaudi)

Nell'universo dei libri, delle storie, appare questo Io e Mabel e subito il lettore comprende che si trova davanti qualcosa che va ben oltre il semplice divenire della narrazione. Sarebbe riduttivo definire questo libro con il termine romanzo perché Io e Mabel è saggio, memoria personale e letteraria, strumento di autoanalisi, percorso dotto e sapiente attraverso linee spesso sconosciute che coniugano piani di lettura differenti e affascinanti. È forse dai tempi di Jean-Henri Fabre e dei suoi Ricordi di un entomologo che non nasce un autore che riesca, con così tanta bravura e intensità, a intessere un arazzo narrativo sul quale risplendono le tonalità chiaroscure delle anime, dei paesaggi, dei libri che circostanziano le esperienze umane che cercano un punto di equilibrio nella natura intesa come entità che tutto contiene e avviluppa. L'elaborazione del lutto per la scomparsa paterna è elemento di genesi e di accompagnamento del divenire narrativo, ma presto questa stessa elaborazione esce dall'esperienza privata dell'autrice per fondersi con tutte le sfaccettature della sua vita personale, sfaccettature che pagina dopo pagina assumono i contorni di una nuova esperienza totalizzante in tutti gli istanti che la compongono. Il rapporto fra l'autrice e l'astore Mabel è paradigma dell'eterno rapporto fra gli umani e il loro eterno specchiarsi nelle altre creature viventi in cerca di una risposta alle domande primigenie che stanno alla base del senso filosofico della vita. Helen Macdonald non si chiude in una torre d'avorio intellettuale, ma si sporca le mani, le vesti, l'anima nella ricerca di un accordo con il suo doppio alato che è simbolo di tutto ciò di cui gli umani sono in cerca da sempre e che da sempre sanno di non poter raggiungere. Fortissimi sono in quest'opera il senso della scrittura e il significato dello scrivere, resi anche e soprattutto attraverso la lenta e misteriosa apparizione di un universo letterario parallelo che vive negli antichi trattati sulla falconeria, i cui autori e titoli accompagnano la narrazione come una cosmogonia borgesiana di letture infinite. Ma è soprattutto la sfida letteraria e di vita che l'autrice coglie nei libri di Terence Hanbury White, autore dalla vita complessa e dolorosa, a trasfigurarsi come il vero doppio letterario che agisce tra le pagine di Io e Mabel. Come tanti mondi paralleli il romanzo che l'autrice sta componendo, le letture dei trattati che appartengono allo splendore passato della "Rule Britannia" e la via crucis umana e letteraria di T.H. White si fondono in un unicum letterario che nasce dalla penna di una scrittrice che il lettore attento non dovrà mancare di leggere.
Un libro.
Io e Mabel. Ovvero L'arte della falconeria, di Helen Macdonald (Einaudi).

venerdì 25 marzo 2016

La "Trilogia della pianura" dalla viva voce dell'autore

Ora è possibile ascoltare alcuni brani letti dalla viva voce di me medesimo e tratti da Notte di nebbia in pianura, Sette sono i re e L'odore del riso, i miei tre romanzi, editi da Antonio Tombolini Editore nella collana Officina Marziani, che compongono la mia Trilogia della pianura. Si può fare qui. Buon ascolto e, se una volta ascoltati i brani vorrete acquistare i libri, buona lettura!

lunedì 14 marzo 2016

'80. L'inizio della barbarie, di Paolo Morando (Laterza)

Ascoltando oggi alcune radio e osservando i canali televisivi digitali gli anni Ottanta espandono ancora il loro immaginario fin dentro questa seconda decade del Terzo Millennio. Il pubblico dei cinquantenni è probabilmente il più numeroso perché il 1964 è stato l'anno del boom delle nascite in Italia e chi è nato allora i suoi vent'anni (luogo anagrafico di rimebranze e memorabilia che vuole ancora ascoltare e vedere) li ha compiuti nel 1984, data orwelliana che è forse la vera genesi di quel decennio che fino ai suoi primi anni poteva ancora essere confuso con i Settanta. Sì perché i Settanta non sono finiti alla mezzanotte del 31 dicembre del 1979, ma, permeati dal colore del piombo che così li fece denominare dal film di Margarethe von Trotta, anni di terrorismo di estrema destra e di estrema sinistra, sono in realtà finiti tra il 1982 e il 1984 quando il generale Dozier, sequestrato dalle Brigate Rosse, venne liberato dalle teste di cuoio nostrane e Prima Linea consegnò simbolicamente il proprio arsenale di armi al segretario del cardinal Martini. E d'altra parte l'immagine del look di quei primi anni Ottanta è ancora legata ai Settanta: baffoni rivoluzionari, capelli afro, pantaloni svasati e giubbotti stretti su camicie dai collettoni inamidati. Persino Luigi Arisio, il politicamente moderato ispiratore della “Marcia dei quarantamila”, sfoggia nel 1980 ancora un look da operaio massa stile La classe operaia va in paradiso. Da quel momento, dal quel biennio 1983/1984, iniziano i veri anni Ottanta. È come se un'intera nazione uscisse dall'incubo degli anni del terrorismo e della strategia della tensione e volesse dimenticare tutto. Allora cominciano quasi all'improvviso le celebrazioni giornalistiche degli Agnelli, dei Romiti, dei Pirelli non più visti come nemici del popolo ma come alfieri di una nuova Italia. I pensionati iniziano ad affollare le salette di contrattazione di borsa delle banche, si comprano e si vendono titoli azionionari come al Monopoli, la televisione è tutta un profluvio di notti dei pubblivori e di trasmissioni sugli stilisti, il mondo giovanile non indossa più le Clarks ma le Timberland e il capello rivoluzionario viene messo in riga dalla gommina e i baffoni rivoluzionari, va da sé, vengono rasati e rimangono semmai sui visi di qualche nostalgico dei Dik Dik. Sono gli anni d'oro delle televisione commerciale che da schermo strapaesano ancora immerso negli Anni di Piombo (e a cui avevano dato un contributo molti autori e registi più o meno legati alla sinistra) diventa corazzata berlusconiana. Le donne continuano a spogliarsi, ma a togliersi i vestiti non sono più le veraci casalinghe di Tele Alto Milanese ma le patinate ragazze "cin cin" di Colpo Grosso. Sono gli anni della musica britannica post punk, dei Duran Duran e degli Spandau Ballet e dell'italo disco e i video di DeeJay Television lasciano il segno più del Live Aid. Ma sotto questa superficie tutta lustrini e pailettes si celano i prodromi politici e sociali che segnano ancora oggi la storia della nostra nazione. La P2, la disarticolazione della rappresentanza sociale, la violenza verbale della competizione politica, la nascita del localismo estremista, il confronto difficilissimo con l'immigrazione, le prime crepe della Prima repubblica sono tutte stimmate che proprio in quegli Ottanta iniziano a manifestarsi. Paolo Morando (già autore di Dancing days. 1978-1979. I due anni che hanno cambiato l'Italia) ha il merito di aver scritto un saggio illuminante e completo su un decennio breve, iniziato tra il 1983 e il 1984 e terminato nel 1989, quando con esso terminava tutta l'Europa di Yalta. Da allora la Storia non è per niente finita, come proclamava Francis Fukuyama, ma ci è apparsa in tutta la sua ferocia, quella ferocia che i ventenni del 1984 pensavano ormai sepolta sotto la leggerezza delle note di un brano cantato da Simon Le Bon o da Tony Hadley.
Un libro.
'80. L'inizio della barbarie, di Paolo Morando (Laterza).

lunedì 7 marzo 2016

9 marzo presentazione della collana Calabuig

Calabuig, collana di Jaca Book, è una delle più interessanti esperienze editoriali del momento. Una collana dalla particolare veste grafica che presenta autori stranieri e che permette al lettore di compiere un vero e proprio viaggio spaziotemporale nella letteratura mondiale. 
Mercoledì 9 marzo, alla libreria Verso di Milano, alle ore 19 dialogherò assieme a Andrea Gessner (editore di Nottetempo) con Vera Minazzi (editore di Jaca Book) e Mariarosa Bricchi (editor di Calabuig). L'argomento è "Calabuig, la narrativa firmata Jaca Book. Dalla linea editoriale alle scelte grafiche".
Ringrazio l'editore per avermi invitato a partecipare come relatore a questo importante evento.



lunedì 29 febbraio 2016

Notte di nebbia in pianura a Le mille e una pagina

Sabato 5 marzo 2016, a Mortara alle ore 17.30, in occasione della sua uscita in digitale presenterò alla Libreria le mille e una pagina il mio romanzo Notte di nebbia in pianura. E' il primo dei tre romanzi della mia "Trilogia della pianura". In ebook lo potete trovare in tutti gli store digitali (per esempio qui), mente in edizione cartacea lo potete ordinare in ogni libreria. La versione ebook è edita dall'Officina Marziani di Antonio Tombolini Editore, mentre la versione di carta è edita da Manni.
Sarà inoltre l'occasione per presentare le prime copie della versione di carta di Sette sono i re, che potete acquistate qui.
Se vuoi ascoltare dalla viva voce dell'autore un brano tratto da questo romanzo puoi cliccare qui.


lunedì 22 febbraio 2016

Il pescatore di tempo, di Michele Marziani (edicicloeditore)

C'è una cosa che fa annoverare Michele Marziani tra gli scrittori di razza, ed è la sua capacità di raccontare storie al di là di ogni limitazione letteraria imposta dai generi. Sia nei romanzi che nei saggi enogastronomici che nei libri in cui rivela un territorio, Michele Marziani si fa trovare puntualmente nel ruolo di poeta dell'umanità. Sì, perché nelle sue parole si cela la considerazione profonda per le trame che intessono i vissuti, anche e soprattutto per quelle più apparentemente nascoste, che ha la geniale capacità di far assurgere a luoghi di introspezione affascinante, di riflessione tranquilla, di malinconica gioia e di gioiosa malinconia.
Anche questo Il pescatore di tempo non sfugge, per la felicità di noi lettori, alla considerazione che Marziani riserva alla vita, alle esperienze, ai luoghi, ai libri. Narratore a tutto campo quindi, Marziani con questo libro si svela lentamente al lettore. La pesca, certo, che tanto spazio occupa nelle sue passioni, si trasfigura qui in strumento per raccontare, narrare, cantare degli affanni e dell'allegria, della tristezza e della beatitudine, quella beatitudine che solo chi cerca la pace con se stesso può essere sicuro prima o poi di trovare, ma tra la filigrana delle parole si odono i suoni, si assaporano gli aromi, si fiutano i profumi e gli odori di una verità che nasce dal vissuto e che non è mai né artefatta, né artificiosa. Perché Il pescatore di tempo è proprio Michele Marziani, che prova a schermirsi dietro i ricordi, dietro i libri letti (Nick Adams, Thoreau, Mario Albertarelli, Gianni Brera), ma che poi appare infine in tutta l'umiltà, che è poi quella dei grandi narratori, di chi non vuole farsi portatore di verità rivelate, bensì di sentimenti la cui condivisione e comprensione sono le vere chiavi di volta per comprendere e per comprendersi. Questo è un libro che ha un'anima, un'anima che segue le dorsali d'acqua (i piccoli rii, i torrenti come l'Agogna e il Sesia, i laghi) che da sempre sono custodi della religiosità dell'uomo, non quella che si ammanta di libri sacri, di codici, di vesti simboliche e che spesso invece che alla salvazione conduce alla distruzione, ma quella che vive nel connubio inscindibile tra l'umanità e la terra, quella stessa terra su cui gli esseri umani poggiano i piedi, su cui amano e soffrono e da cui si nutrono. Il pescatore di tempo ha lanciato le sue esche nei ricordi del suo passato, si è ritratto di fronte all'eccesso del mare, si è rimesso a seguire i corsi d'acqua che innervano la vita e alla fine ha stipulato un armistizio con se stesso. Il pescatore di tempo è un uomo saggio e, ricordiamolo sempre, di uomini saggi, in ogni epoca, in ogni storia, ce ne sono sempre pochi.
Un libro.
Il pescatore di tempo, di Michele Marziani (edicicloeditore).